L’ARMA DELLA CULTURA CONTRO LA GUERRA. EDOARDO CRISAFULLI CI RACCONTA L’UCRAINA OGGI. OLTRE LE BOMBE. CON I LIBRI, L’OPERA E LA “SOCIETÀ APERTA”

Siamo stati travolti da notizie, racconti e testimonianze sulla guerra in Ucraina. Fin dall’ormai storico 24 febbraio 2022, giorno in cui la tensione russo- ucraina è culminata nell’invasione militare da parte dei sovietici. 

Da quel momento, socialnetwork, tv, radio, podcast hanno raccontato i vari fronti bellici.

Abbiamo visto e vediamo tuttora, immagini e video del conflitto, senza sosta, come si fa con una finestra sempre aperta.

Dopo mesi di guerra, in Ucraina, si continua a resistere, a sopravvivere in una vita “alternativa” che si è prepotentemente sostituita a quella di sempre. Una vita che resiste, anche grazie al “fattore cultura”. Un elemento straordinario di resistenza, resilienza e, ci auguriamo presto, motore di ricostruzione. 

Ne abbiamo parlato con Edoardo Crisafulli, scrittore e addetto culturale del Ministero degli affari esteri, direttore dellIstituto Italiano di Cultura di Kiev. 

Amico e collaboratore della Fondazione Nenni, è un testimone particolare di questo conflitto che ha già segnato la storia mondiale. 

Ciao Edoardo. Lei è un divulgatore, uno scrittore, un uomo di cultura. La guerra come ha influenzato il suo modo di vedere e interpretare la vita? 

Questa guerra mi ha influenzato profondamente. Sono stato coinvolto in altri conflitti prima di questo: ho vissuto la guerra civile in Siria, il terrorismo in Israele e la guerra tra Israele e Hezbollah. Questo conflitto, però, mi ha portato a riflettere molto, in modo più intimo e profondo. E mi ha fatto capire, ancora di più, quanto sia importante difendere i valori della società aperta, come diceva Luciano Pellicani.

Citando Sandro Pertini “È meglio la peggiore delle democrazie della migliore di tutte le dittature”. Ed è davvero così! 

Da un punto di vista più politico, diciamo così, questo conflitto ha messo in evidenza in modo anche molto forte la grave incomunicabilità tra le correnti della sinistra. Due impostazioni tra cui è impossibile tentare una mediazione, trovare un punto di incontro. 

Questo conflitto ha portato distruzione, eccidi, violenze fortissime. È un’invasione che non ha nessuna giustificazione. Eppure, per alcuni, il male è sempre di qua, in Occidente.  Questo, per me, è intollerabile. 

Sono sempre più convinto che il filone riformista, filo occidentale che affonda le sue radici in Turati, nei fratelli Rosselli, nel partito laburista inglese sia la risposta politica della sinistra matura, riformista, che vuole costruire una “società aperta”. 

Il viaggio, la fuga, come ha raccontato varie volte è stato difficile e angosciante. Può raccontarci qualcosa di questa esperienza?

È stato ovviamente angosciante, perché non ero lucido.

Eravamo in una 500. Sono partito il 26 (febbraio ndr)dopo lo scoppio della guerra. Non dormivo già da un giorno. Il viaggio in macchina è durato quasi 33 ore. Senza quasi dormire. Ricordo l’angoscia.  Ero affogato dai pensieri, quasi ossessivi a causa della forte stanchezza. Non è stato semplice pensare alla preoccupazione della mia famiglia , con la quale non sempre sono riuscito a comunicare. O pensare a ciò che ho lasciato a Kiev: i colleghi, la casa. Inoltre, nonostante viaggiassimo in un convoglio sicuro, avevamo paura. Le autorità ucraine ci sono sempre state vicine: abbiamo ricevuto costantemente messaggi e indicazioni sulle strade da scegliere durante il percorso o sulla situazione nelle varie città.  Così come l’unità di crisi della Farnesina, che ci ha seguiti passo dopo passo. Per evitare situazioni critiche o pericolose, abbiamo fatto tante deviazioni, allungando di 400 km. È stata veramente dura, però, ce l’abbiamo fatta  

Adesso sto scrivendo un libro  (che dovrebbe uscire a fine settembre per la Valecchi). È una sorta di instant book in cui rielaboro gli appunti che ho preso durante il viaggio.

– foto di Francesca Fabbri Fellini – 

Non vediamo l’ora di leggere una testimonianza così forte e diretta. Edoardo, da Kiev a Leopoli, com’è cambiato il suo lavoro? C’è spazio per progettare nuove attività? Quali sono i programmi? 

È un pò prematuro dirlo, perché sono qui da poco tempo. Ci sono numerosi progetti: si avvieranno a breve corsi specialistici e professionalizzanti di italiano, ad esempio, o  il corso per restauratori di opere d’arte.

Tra i piani, c’è anche quello di far tradurre i libri di Pellicani in lingua ucraina. In Ucraina si legge molto, c’è un grande pubblico da accontentare. 

In questo senso, mi piacerebbe anche inaugurare una vera e propria collana, traducendo pensatori come Bobbio, autori della tradizione liberale, repubblicana, riformista italiana che possono rappresentare un vero patrimonio per gli ucraini. 

Non trascureremo, infine, il festival del Cinema e il rapporto con i Teatri dellOpera. 

Le attività culturali, pian piano, stanno riprendendo i loro spazi. Riprendono vita. 

In Ucraina, la musica lirica è molto importante: vorrei segnalare, a tal proposito, un evento, molto significativo e importante, in co-produzione, che si svolgerà il 23 agosto a Torre del Lago. 

Andrà in scena La bohème del Teatro di Leopoli. Verrà trasmessa anche in streaming, sul profilo Facebook del nostro Istituto di cultura  (@IstitutoculturaKiev). 

La cultura in situazioni come queste ha un ruolo importante. Aiuta a sopportare sofferenze, sostiene idee, pensieri, ragionamenti. Stimola riflessioni. Culturalmente parlando, sopratutto tra i giovani, da quel che ha potuto notare, stanno emergendo nuovi movimenti  o nuove esperienze artistiche e culturali? Che legame c’è con la cultura russa?

Che la cultura abbia, in situazioni del genere un ruolo essenziale, è scontato. Da un lato , le reazioni di rigetto verso la cultura russa, la comprendo. Soprattutto in questo momento in cui le bombe non cessano di cadere. Sono, però, convinto che la sfida, in Ucraina innanzitutto ma anche nel resto d’Europa, sia quella di far comprendere il valore della cultura russa, che appartiene anche al popolo ucraino. È innegabile. In molte aree del paese, ad esempio, la popolazione è bilingue. Credo fermamente che questo sia una risorsa.

Adesso è presto, ma, nel futuro, sarà necessario sfruttare ogni canale e ogni strumento culturale per riannodare un pò questo fil rouge tra russi e ucraini. Un filo che esiste e resiste tutt’ora: basti pensare che c’è un settore importantissimo della cultura russa che è imbavagliato, non può parlare,  ma sostiene il popolo ucraino. 

Sulle nuove esperienze artistiche vedo un fermento che porterà a rielaborazioni della sofferenza. Penso a Irina Fedoreneko (IG: irynafedorenko_semira), un’artista che ho invitato di recente a Rimini per una sua mostra.  Ha dipinto una serie molto bella di quadri chiamati “bambini della guerra”. Volti di bambini immaginari, molto evocativi, per nulla retorici. Abbiamo già una prima rielaborazione artistica della sofferenza di questa guerra. Uno dei tanti esempi.

 

 

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Tra la cultura e la società c’è un legame sempre molto stretto. Ontologico. Qual è la situazione sociale del popolo ucraino? I giovani, come stanno reagendo?

Il popolo ucraino è un popolo molto forte, molto fiero di sé, ingiustamente  – e secondo me con una buona dose di malafede o di ignoranza – definito un popolo in blocco nazionalista. Ci sono, è vero, dei nazionalisti, anche estremisti. La narrazione però, non corrisponde alla realtà. Del resto, c’è solo un metro per valutare l’opinione pubblica nelle democrazie: le elezioni politiche. E nelle ultime elezioni politiche i partiti di estrema destra hanno ottenuto una percentuale risibile di voti. 

Quello ucraino è un popolo che riesce a reagire: ha subìto, nel tempo, violenze culturali molto forti ma, nonostante questo, è riuscito a “recuperarsi”. Ora, ad esempio, si sta rilanciando lo studio della lingua ucraina (repressa fin dall’epoca zarista). È anche questo un modo di affermare la propria identità di popolo. Io ho molta fiducia nella capacità di reazione degli ucraini.

I giovani, a questa guerra, reagiscono nel modo in cui reagirebbero forse anche i nostri giovani: ascoltano la musica, leggono libri, cercano occasioni di condivisione, amano la cultura e si avvicinano sempre di più all’Europa occidentale. È una bella gioventù. 

Le ragazze e i ragazzi ucraini, vogliono stare in Europa, si sentono europei. Vogliono la libertà, vogliono la democrazia. E anche se la situazione è molto difficile, si sentono sostenuti dall’Europa occidentale. Credo sia giusto che l’Ucraina entri nell’UE, apportando le dovute riforme.

La guerra è arrivata in Europa, in Italia, in modo molto diretto, grazie ai socialnetwork. Cosa pensa del binomio “guerra – social”? È la prima volta che l’Europa si confronta realmente con questo fenomeno… 

Forse è la prima volta che l’Europa si confronta con il binomio “guerra – social”. Io l’avevo già vissuto in Siria, durante l’inizio della guerra civile tra il 2011 e il 2012. Lì i social, sopratutto Facebook e Twitter giocarono un ruolo fondamentale nell’espandere l’onda delle proteste popolari e contro i regimi dei paesi arabi. 

Anche in questo caso, a me sembra di poter dire che i socialnetwork abbiano svolto un ruolo positivo. 

I socialnetwork hanno fatto emergere le incongruenze della propaganda filorussa: è stata talmente violenta questa invasione, talmente evidente che nulla può giustificare questi massacri. I social lo hanno messo in evidenza in modo molto forte.  

Abbiamo visto tutti ciò che è accaduto a Bucha, durante l’occupazione, appena fuori da Kiev: uccisioni di massa, stupri. E lo abbiamo visto attraverso i social. La diffusione di queste notizie è stata anche un mezzo culturale di informazione. A suo modo, uno strumento bellico.   

In questo senso, Zelensky, oltre ad essere un leader politico di prima grandezza, si è rivelato un bravissimo comunicatore. 

Quella sui social è una vera e propria guerra parallela, combattuta a forza di tweet, foto, video e messaggi. 

Una guerra, a mio modesto modo di vedere, che stanno vincendo Zelensky e l’occidente libero e democratico, perché la narrazione filorussa, che in qualche modo giustifica ciò che è avvenuto e ancora avviene, non è riuscita a far breccia proprio grazie ai socialnetwork e a questa comunicazione così diretta. 

La guerra non solo non è finita ma non si sa bene cosa potrà accadere. Volendo immaginare uno scenario eventuale, tra speranze e realtà, cosa ci sarà – o ci potrebbe essere – dopo? 

Il rischio è quello di una guerra fredda, anche culturale, che rompa i rapporti tra “noi” e “loro”.  Tra l’Europa, cioè, e il mondo russo.  L’Ucraina è in una posizione complessa: è un ponte tra l’Europa occidentale e la Russia.  

In futuro, dopo, questa guerra, l’Ucraina dovrà trovare la forza e avere la capacità di perdonare. Ispirarsi all’esempio di Nelson Mandela. Non si tratta di suggerire un percorso buonista, ma di mettere a punto una seria valutazione politica che sappia guardare al futuro in modo costruttivo. E lì si vedrà la stoffa dei leader delle prossime generazioni. 

Questa guerra richiederà un lungo, lunghissimo periodo di rappacificazione, che però è necessario. Anche per il resto dell’Europa.

La Russia, del resto, dal canto suo, ha un forte imprinting europeo. Se leggi Tolstoj o Dostoyevski ti senti immergere nella cultura letteraria europea. È inevitabile. In futuro, mi auguro, che, con i suoi tempi, anche la Russia si avvicini all’idea di società aperta.

 

La conversazione illuminata e interessante, a questo punto, si interrompe. Iniziano a suonare le sirene. Vi lasciamo con l’audio registrato “live”. Su whatsapp, social utilizzato per questa intervista “a distanza”. 

 

 

@Maria Anna Lerario

N°57 del 29/07/2022

 

 

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

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