I gillet gialli, un nuovo conflitto sociale oltre il sindacalismo storico

– di MAURUZIO BALLISTRERI –

Dilaga in Francia la protesta dei cosiddetti “gilet gialli”. Ufficialmente la contestazione di massa riguarda l’aumento delle imposte sui carburanti, con l’incremento dei prezzi, ma ormai è chiaro che si tratta del primo grande conflitto contro il neoliberismo e il monetarismo che stanno alla base della costruzione dell’Unione Economica e Monetaria europea.

Come ha opportunamente osservato il geografo transalpino Christophe Guilluy, che ha elaborato quattro anni fa il termine “France Périphérique”, mappando sul territorio le classi popolari escluse dalla globalizzazione con il libro No Society: “Ora tutti vedono il problema di una classe media che non arriva a fine mese. Ma ormai siamo arrivati all’insurrezione contro le classi dominanti”.

Ed è questo uno dei significati delle dure contestazioni contro Macron in Francia. Ma c’è ne sono altre e, tra queste, il rilancio del conflitto sociale in forme e tematiche nuove, con il superamento del ruolo tradizionale dei sindacati nelle lotte sociali.

Infatti, in Francia, che sconta peraltro una tradizionale debolezza organizzativa dei sindacati, Cgt, Cfdt, Cgt-Fo, Cfdc, i “gilet bianchi” rappresentano un significativo esperimento di autorganizzazione sociale, che salta le storiche intermediazioni dei soggetti collettivi rappresentativi del mondo del lavoro,

D’altronde, se nella società industriale il luogo dello scontro sociale era principalmente la fabbrica ed attraverso il conflitto la classe operaia e quella imprenditoriale si contendevano la distribuzione del reddito, nella ormai concreta società 4.0 la posta in gioco è la verticalizzazione delle differenze, tra chi è in cima alla scala sociale e chi, la grande maggioranza, è sotto. Ed è per questo motivo che i nuovi conflitti sociali saltano le tradizionali forme di rappresentanza politica e sindacale, tutte ritenute appartenenti alla più generale “casta” di potere.

La crisi della rappresentanza ha investito anche il nostro Paese e per quanto riguarda il sindacato è esemplificata da un dato, simbolico e concreto al tempo stesso: la manovra economica del governo in carica, per la prima volta dal 1966, anno in cui furono varati i primi incontri triangolari, governo, imprenditori e sindacati, sulla programmazione economica voluta dal centro-sinistra, non è stata oggetto neppure di un’informativa con le tre confederazioni sindacali.

Certo, non sono i tempi in cui il potere sindacale, nato sull’onda dell’”Autunno caldo” nel 1969, poteva far cadere, anche solo con l’annuncio di uno sciopero generale (come accade al governo Rumor nel luglio del 1970), un esecutivo e neppure gli anni nei quali la mobilitazione delle piazze guidate da leaders carismatici come Lama, Carniti, Benvenuto, Trentin che teorizzavano e praticavano concretamente il modello del sindacato “soggetto politico”, imponeva per tutto il decennio Settanta e per larga parte di quello successivo, prima del “Decreto di San Valentino” nel 1984, a governi e parlamenti di discutere con i rappresentanti del mondo del lavoro la politica economica nazionale, né gli anni della concertazione e del neocorporativismo “all’italiana”, che negli anni ’90 del secolo trascorso ha consentito la tenuta del sistema economico e sociale del Paese.

Ciò che appare evidente è l’abdicazione del sindacalismo italiano alla propria funzione di soggetto che discute e si confronta a livello istituzionale sui grandi temi dell’economia e che, se necessario, utilizza il conflitto per incidere sulle scelte pubbliche. L’accettazione supina da parte di Cgil, Cisl e Uil delle devastanti scelte in materia di politica sociale, come la “Legge-Fornero” sulle pensioni, e fiscali, realizzate dal governo-Monti ne costituisce una sorta di paradigma, inverando l’analisi che un grande sociologo del lavoro come Aris Accornero, recentemente scomparso, già nel 1992 aveva compiuto, descrivendo la “parabola del sindacato”.

Un sindacato ripiegato in una sorta di rapporto corporativistico con le “storiche” associazione datoriali, in una sorta di cittadella chiusa, sempre più erosa dai consensi e assediata da nuove forme di sindacalismo e di organizzazione datoriale espressive del nuovo sistema produttivo reticolare e di un lavoro in profonda trasformazione: a quando i “gilet gialli” anche in Italia?

Giorgio Bertuzzi Campreciós

Sistemista informatico nel campo delle telecomunicazioni, ho un passato fiorente in aziende come Italtel, Sirti, WIND e Fastweb. Mi diletto anche, per pura passione, nel realizzare siti web. Sono un appassionato motociclista, adoro lavorare il legno e adoro scrivere articoli, ed ogni tanto mi innamoro nel rileggerli.

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