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Un appunto di Nenni per un libro di Spinelli e Colorni


Quella che vi proponiamo è la prefazione al libro intitolato: “Problemi della Federazione Europea”. Venne edito da Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e Altiero Spinelli. Raccoglie, come viene detto nella prefazione gli scritti che i tre produssero sul tema dell’integrazione europea tra il 1941 e il 1942, nel periodo del confine di Ventotene. Il primo degli scritti è intitolato: “Per un’Europa Libera e unita. Progetto di un Manifesto”, in pratica quello che tutti noi conosciamo come il “Manifesto di Ventotene”. Il libro, custodito nella nostra biblioteca, ha un autore collettivo: “Movimento Federalista Europeo”. Venne stampato a gennaio del 1944 in cinquecento copie. Gli autori diedero questo volume a Pietro Nenni che, come sua abitudine, lo accompagnò nella lettura con sottolineature e appunti a margine. Uno di questi appunti (lo proponiamo nella foto d’apertura), il leader socialista lo vergò su un fogliettino minuscolo con una grafia altrettanto minuscola. Dice: “Quando si farà il governo non deve restare né il colore né l’odore del fascismo e soprattutto l’odore del fascismo”. Leggendo la prefazione che proponiamo sarà agevole rendersi conto di quanto quegli uomini fossero avanti nelle loro elaborazioni e di quanto le argomentazioni di oggi finiscano per apparire irrimediabilmente affette da nanismo intellettuale.

-MOVIMENTO FEDERALE EUROPEO-

I presenti scritti sono stati concepiti e redatti nell’isola di Ventotene, negli anni 1941-1942. In quell’ambiente di eccezione, fra le maglie di una rigidissima disciplina, attraverso un’informazione che con mille accorgimenti si cercava di rendere il più possibile completa, nella tristezza dell’inerzia forzata e nell’ansia della prossima liberazione, andava maturando in alcune menti un processo di ripensamento di tutti i problemi che avevano costituito il motivo stesso dell’azione compiuta e dell’atteggiamento preso nella lotta.

La lontananza dalla vita politica concreta permetteva uno sguardo più distaccato, e consigliava di rivedere le posizioni tradizionali ricercando i motivi degli insuccessi passati non tanto in errori tecnici di tattica parlamentare o rivoluzionaria, od in una generica “immaturità” della situazione, quanto in insufficienze dell’impostazione generale, e nell’aver impegnato la lotta lungo le consuete linee di frattura, con troppo scarsa attenzione al nuovo che veniva modificando la realtà.

Preparandosi a combattere con efficienza la grande battaglia che si profilava per il prossimo avvenire, si sentiva il bisogno non semplicemente di correggere gli errori del passato, ma di rinunciare i termini dei problemi politici con mente sgombra da preconcetti dottrinari o di miti di partito.

Fu così che si fece strada, nella mente di alcuni, l’idea centrale che la contraddizione essenziale responsabile delle crisi, delle guerre, delle miserie e degli sfruttamenti che travagliano la nostra società, è l’esistenza di stati sovrani geograficamente, economicamente, militarmente individuati, consideranti gli altri stati come concorrenti e potenziali nemici, viventi gli uni rispetto agli altri in una situazione di perpetuo bellum omnium contra omnes.

I motivi per cui questa idea di per sé non nuova, assumeva un aspetto di novità nelle condizioni e nell’occasione in cui veniva pensata, sono vari:

1) anzitutto la soluzione internazionalista, che figura nel programma di tutti i partiti politici progressisti, viene da essi considerata, in un certo senso, come una conseguenza necessaria e quasi automatica del raggiungimento dei fini che ciascuno di essi si propone. I democratici ritengono che l’instaurazione, nell’ambito di ciascun paese, del regime da essi propugnato condurrebbe sicuramente alla formazione di quella coscienza unitaria che, superando le frontiere nel campo culturale e morale, costituirebbe la premessa che essi ritengono indispensabile ad una libera unione di popoli anche nel campo politico ed economico. E i socialisti, dal canto loro, pensano che l’instaurazione di regimi di dittatura del proletariato nei vari stati, condurrebbe di per sé ad uno stato internazionale collettivista.

Ora una analisi del concetto moderno di stato e dell’insieme di interessi e sentimenti che ad esso sono legati, mostra chiaramente che, benché le analogie di regime interno possano facilitare i rapporti di amicizia e di collaborazione tra stato e stato, non è affatto detto che portino automaticamente e neppure progressivamente alla unificazione, finché esistano interessi e sentimenti collettivi legati al mantenimento di una unità chiusa all’interno delle frontiere. Sappiamo per esperienza che sentimenti sciovinisti ed interessi protezionistici possono facilmente condurre all’urto e alla concorrenza anche tra due democrazie; e non è detto che uno stato socialista ricco debba necessariamente accettare di mettere in comune le proprie risorse con un altro stato socialista molto più povero per il solo fatto che in esso vige un regime interno analogo al proprio.

L’abolizione delle frontiere politiche ed economiche fra stato e stato non discende dunque necessariamente dall’instaurazione contemporanea di un dato regime interne in ciascuno stato; ma è un problema a sé stante, che va aggredito con mezzi propri e ad esso attagliantisi. Non si può essere socialisti, è vero, senza essere insieme internazionalisti; ma ciò per un legame ideologico più che per una necessità politica ed economica; e dalla vittoria socialista nei singoli stati non discende necessariamente lo stato internazionale.

2) Ciò che spingeva inoltre ad accentuare in modo autonomo la tesi federalista era il fatto che i partiti politici esistenti legati a un passato di lotte combattute nell’ambito di ciascuna nazione sono avvezzi, per consuetudine e per tradizione, a porsi tutti i problemi partendo dal tacito presupposto dell’esistenza dello stato nazionale, ed a considerare i problemi dell’ordinamento internazionale come questioni di “politica estera”, da risolversi mediante azioni diplomatiche e accordi tra i vari governi. Questo atteggiamento è in parte causa, in parte conseguenza di quello prima accennato, secondo ui, una volta afferrate le redini di comando nel proprio paese, l’accordo e l’unione con regimi affini in altri paesi è cosa che viene da sé, senza bisogno di dar luogo ad una lotta politica a ciò espressamente dedicata.

Negli autori dei presenti scritti si era invece radicata la convinzione che chi voglia proporsi il problema dell’ordinamento internazionale come quello centrale dell’attuale epoca storica, e consideri la soluzione di esso come la premessa necessaria per la soluzione di tutti i problemi istituzionali, economici, sociali, che si impongono alla nostra società, debba di necessità considerare da questo punto di vista tutte le questioni riguardanti i contrasti politici interni e l’atteggiamento di ciascun partito, anche riguardo alla tattica e alla strategia nella lotta quotidiana. Tutti i problemi, da quello delle libertà costituzionali a quello della lotta di classe, da quello della pianificazione a quella della presa del potere e dell’uso di esso, ricevono una nuova luce se vengono posti partendo dalla premessa che la prima meta da raggiungere è quello di un ordinamento unitario nel campo internazionale. La stessa manovra politica, l’appoggiarsi all’una od all’altra delle forze in giuoco, l’accentuare l’una o l’altra parola d’ordine, assume aspetti ben diversi, a seconda che si consideri come scopo essenziale la presa del potere e l’attuazione di determinate riforme nell’ambito di ciascun singolo stato oppure la creazione delle premesse economiche, politiche, morali per la instaurazione di un ordinamento federale che abbracci tutto il continente.

3) Un altro motivo ancora – e forse il più importante- era costituito dal fatto che l’ideale di una federazione europea, preludio di una federazione mondiale, mentre poteva apparire lontana utopia ancora qualche anno fa, si presenta oggi, alla fine di questa guerra, come una meta raggiungibile e quasi a portata di mano. Nel totale rimescolamento di popoli che questo conflitto ha provocato in tutti i paesi soggetti all’occupazione tedesca, nella necessità di ricostruire su basi nuove una economia quasi totalmente distrutta, e di rimettere sul tappeto tutti i problemi riguardanti i confini politici, le barriere doganali, le minoranze etniche, eccetera; nel carattere stesso di questa guerra in cui l’elemento nazionale è stato così spesso sopravanzato dall’elemento ideologico in cui si sono visti piccoli e medi stati rinunziare a gran parte della loro sovranità a favore degli stati più forti, e in cui da parte degli stessi fascisti il concetto di “spazio vitale” si è sostituito a quello di “indipendenza nazionale”; in tutti questi elementi sono da ravvisare dei dati che rendono attuale come non mai, in questo dopoguerra, il problema dell’ordinamento federale dell’Europa.

Forze provenienti da tutte le classi sociali, per motivi sia economici che ideali, possono essere interessate ad esso. Ad esso ci ci potrà avvicinare per via di trattative diplomatiche e per via di agitazione popolare; promuovendo fra le classi colte lo studio dei problemi ad esso attinenti e provocando scatti di fatto rivoluzionari avvenuti i quali non sia più possibile tornare indietro; influendo sulle sfere dirigenti degli stati vincitori ed agitando negli stati vinti la parola che solo in un’Europa libera e unita essi possono trovare la loro salvezza ed evitare le disastrose conseguenze della sconfitta.

Appunto per questo è sorto il nostro movimento. È la preminenza, l’anteriorità di questo problema rispetto a tutto quelli che si impongono nell’epoca in cui ci stiamo inoltrando; è la sicurezza che, se lasceremo risolidificare la situazione nei vecchi stampi nazionalistici l’occasione sarà persa per sempre, e nessuna pace e benessere duraturo ne potrà avere il nostro continente; e tutto questo che ci ha spinto a creare un’organizzazione autonoma, allo scopo di propugnare l’idea della federazione europea come meta realizzabile nel prossimo dopoguerra.

Non ci nascondiamo le difficoltà della cosa e la potenza delle forze che opereranno nel senso contrario; ma è la prima volta, crediamo, che questo problema si pone sul tappeto della lotta politica, non come un lontano ideale ma come una impellente, tragica necessità.

Il nostro movimento, che vive oramai da circa due anni della difficile vita clandestina sotto l’oppressione fascista e nazista; i cui aderenti provengono dalle file dei militanti dell’antifascismo e sono tutti in linea nella lotta armata per la libertà; che ha già pagato il suo duro contributo di carcere per la causa comune; il nostro movimento non è e non vuole essere un partito politico. Così come si è venuto sempre più nettamente caratterizzando, esso vuole operare sui vari partiti politici e nell’interno di essi, non solo affinché l’istanza internazionalista venga accentuata, ma anche e principalmente affinché tutti i problemi della sua vita politica vengano impostati partendo da questo nuovo angolo visuale, a cui finora sono stati così poco avvezzi.

Non siamo un partito politico perché, pur promuovendo attivamente ogni studio riguardante l’assetto istituzionale, economico, sociale della federazione europea e pur prendendo parte attiva alla lotta per la sua realizzazione e preoccupandoci di scoprire quali forze potranno agire in favore di essa nella futura congiuntura politica, non vogliamo pronunciarci ufficialmente sui particolari istituzionali, sul grado maggiore o minore di collettivizzazione economica, sul maggiore o minore decentramento amministrativo eccetera eccetera, che dovranno caratterizzare il futuro organismo federale. Lasciamo che nel seno del nostro movimento questi problemi vengano ampiamente e liberamente discussi, e che tutte le tendenze politiche da quella comunista a quella liberale, siano presso di noi rappresentante. Di fatto, i nostri aderenti militano quasi tutti in qualcuno dei partiti politici progressivi: tutti si accordano nel propugnare quelli che sono i principi basilari di una libera federazione europea, non basata su egemonia di sorta, né su ordinamenti totalitari e dotata di quella solidità strutturale che non la riduca ad una semplice società delle nazioni.

Tali principi si possono riassumere nei seguenti punti: esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni alle migrazioni tra gli stati appartenenti alla federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica.

In questi due anni di vita il nostro movimento si è largamente diffuso fra i gruppi ed i partiti politici antifascisti. Alcuni di essi ci hanno espresso pubblicamente la loro adesione e la loro simpatia. Altri ci hanno chiamato a collaborare alle loro formulazioni programmatiche. Non è forse presuntuoso dire che in parte è merito nostro se i problemi della federazione europea vengono così spesso trattati nella stampa clandestina italiana. Il nostro giornale L’unità Europea, segue con attenzione gli avvenimenti della politica interna ed internazionale, prendendo posizione di fronte ad essi con assoluta indipendenza di giudizio.

I presenti scritti frutto dell’elaborazione di idee che ha dato luogo alla nascita del nostro movimento, non rappresentano però che l’opinione dei loro autori e non costituiscono affatto una presa di posizione del movimento stesso. Vogliono solo essere una proposizione di temi di discussione a coloro che vogliono ripensare tutti i problemi della vita politica nazionale tenendo conto delle più recenti esperienze ideologiche e politiche, dei risultati più aggiornati della scienza economica, delle più sensate e ragionevoli prospettive per l’avvenire.

Saranno presto seguiti da altri studi. Il nostro augurio è che possano suscitare fermento di idee; e che, nella presente atmosfera arroventata dall’impellente necessità dell’azione, portino un contributo di chiarificazione che renda l’azione sempre più decisa, cosciente e responsabile.

Roma, 22 gennaio 1944

Informazioni su fondazione nenni ()
Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

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