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Le promesse dei leader per rifare l’Europa


-di ANTONIO MAGLIE-

Un sorriso soddisfatto, una spruzzatina di socialità, l’impegno, come fanno gli studenti poco diligenti, a fare meglio il “prossimo anno”. Ma, soprattutto, l’ufficializzazione che per sopravvivere insieme bisogna camminare con andature diverse. Sarebbe pronto il documento che i leader europei firmeranno a Roma sessant’anni dopo quello che ha aperto la strada all’integrazione. Detto con grande sincerità: questo nuovo non sembra in grado di passare alla storia come il primo, l’originale.

E, d’altro canto, sono troppe le ragioni che impediscono di pensare che sabato a Roma non ci si limiterà a celebrare la storia ma si proverà anche a farla. Il fatto è che non conta tanto quello che verrà firmato, ma chi lo firmerà. A Roma si daranno appuntamento troppi leader a legittimità limitata o privi ormai di legittimità. La Francia ha archiviato Francois Hollande, la Germania deve ancora scegliere chi la guiderà nei prossimi quattro anni e, soprattutto, come, cioè con quale maggioranza, il nostro Gentiloni considerata la balnearità del suo governo appare più un bagnino temporaneo che il titolare dello stabilimento, lo spagnolo Mariano Rajoi non gode certo di robusta costituzione politica. E così se l’omaggio al passato (“Noi, i rappresentanti dei 27 stati membri e delle Istituzioni della Ue, siamo orgogliosi dei risultati dell’Unione Europea”) appare un concetto buone per tutte le stagioni (e per tutti i leader, passati, presenti e futuri), per il resto le cose non è che siano così scontate. A cominciare dalle variazioni di velocità che dovrebbero dare all’Europa quell’armonia che in tutti questi anni non c’è stata. D’altro canto più di tanto non ci può esporre e il riferimento (procedere con “andature ed intensità diverse dove necessario”) probabilmente è molto meno di quel che la Merkel avrebbe voluto.

Ma anche le aperture sociali appaiono più che altro delle dichiarazioni di principio la cui credibilità è minata dal fatto che vengono compiute dagli stessi leader che in questi anni hanno fatto a gara a picconare il welfare e a emarginare i sindacati (i 27 si impegnerebbero a “tenere in conto le diversità dei sistemi nazionali ed il ruolo chiave delle parti sociali”).

Non manca da parte di un’Europa dai più ritenuta ammalata di cecità e di autoreferenzialità l’impegno a tenere in debito conto le richieste e le attese delle persone (i leader si “impegnano ad ascoltare e rispondere alle preoccupazioni espresse dai nostri cittadini”) e a non impiccarsi economicamente con le regole (“permetteremo il necessario spazio di manovra ai vari livelli”). L’obiettivo che i leader si pongono è impegnativo, forse troppo per tanta gente in scadenza: “Nei prossimi 10 anni vogliamo una Unione che sia sicura, prospera e sostenibile, con una aumentata dimensione sociale e con tutta la volontà e capacità di giocare un ruolo chiave nel mondo globale”.

Nelle parole ognuno di noi può cercare quello che vuole ma una cosa è certa: L’Europa vista all’opera negli ultimi anni è lontanissima dall’idea a cui diedero forma con la guerra ancora in corso, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi e Altieri Spinelli. Per sottolineare questa distanza pubblichiamo la prefazione a un libro che il Movimento Federalista Europeo pubblicò agli inizi del 1944. C’era in loro la lungimiranza dei grandi sognatori. Ai nostri tempi, invece, ha prevalso la miopia dei piccoli manovratori. Bisogna solo confidare che lo “spirito di Roma” insinuandosi nelle loro vene restituisca loro, al di là dei documenti ufficiali, il desiderio di cominciare a costruire qualcosa di nuovo e di grande.

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