Cadono sempre in piedi

indexIn nome della responsabilità verso il paese, la coalizione delle grandi intese, figlia di un’inadeguata legge elettorale che nessuno ha avuto il coraggio di cambiare e della decantata crisi economica, si prepara ad affrontare le urgenze del paese: rifinanziamento della C.I.G., abbassamento della pressione fiscale e forse qualcosa per incentivare le assunzioni e se siamo fortunati una nuova legge elettorale che almeno ci faccia avere la magra consolazione di scrivere nell’urna il nome del nostro designato a rappresentarci. Mentre parte “l’inevitabile” governicchio, dovuto anche alla intransigenza dei cinque stelle che hanno declinato l’offerta poco vantaggiosa di Bersani di formare un governo M5S-PD-SEL, a fatica si riuscirà ad attuare una politica comune perché le due forze più grandi del paese sono ancora ferme alle loro antiche contraddizioni che ne fanno, con il loro 25%, dei partitini incompiuti.

Da una parte il Pd è schiacciato dalle lotte intestine (auguri al compagno Epifani!) “di tribù” che appartengono a storie diverse e sono portatori di interessi diversi, dall’altra il PDL vincolato per riconoscenza a solidarizzare con il proprio leader vittima dei giudici, che organizza manifestazioni contro la magistratura nel silenzio totale delle principali figure istituzionali. Quanto tempo durerà questo governicchio? Poco, siamo già in campagna elettorale. Mentre si concretizza la fine dell’autonomia politica e del progetto del Pd, nascono, dalle ceneri della sinistra post-comunista, una miriade di cantieri che contribuiranno ad atomizzare la sinistra: Vendola, Rodotà, Landini, Barca, Cofferati. Ognuno di questi farà un partito? Vedremo.

Intanto nel paese aumentano le diseguaglianze sociali ed economiche , aumentano i poveri e i ricchi diventano sempre più ricchi. La crisi nel paese non nasce nel 2008, come vuole farci credere la letteratura economica nazionale. La crisi ha radici più antiche e profonde. Il rischio dell’allargamento della forbice delle diseguaglianze economiche in Italia (e in tutte le economie capitaliste) era stato già paventato negli anni 90’ in cui un acceso dibattito discuteva della necessità di avanzare delle proposte per la redistribuzione delle ricchezze, e per una aumento delle opportunità democratiche dei cittadini. Ricordiamo la vasta letteratura sul tema in Italia quando si guardava con molto interesse alle politiche di Porto Alegre in Brasile (Bilancio partecipato, politiche bottom up ). Siamo negli anni 90’ in cui la crisi dei partiti di massa in Italia aveva aperto delle nuove strade di partecipazione diretta ma aveva anche sollevato l’esigenza di contrastare la nascita di partiti “di scopo”o personalistici(Forza Italia ad esempio).

La crisi nel nostro paese è figlia della crisi delle democrazie rappresentative degli ultimi venti anni e delle politiche scarsamente redistributive. Gli ultimi governi in Italia, con la scusa della crisi e del debito pubblico hanno sostenuto le teorie economiche “trickle down”: cioè lasciando più denaro ai ricchi si avvantaggerebbe tutti portando con il tempo, a cascata, una maggiore crescita, come ci ha ben spiegato il Nobel Stiglitz ( “il prezzo delle diseguaglianze”). Accanto a queste politiche economiche si sono incentivate perverse dinamiche di disparità di salario e lo smantellamento del welfare che hanno provocato la polarizzazione della ricchezza. Ciò ha determinato condizioni recessive per il 90% della popolazione, ed ha compromesso la qualità della vita nel nostro paese. Abbiamo guardato e inseguito il modello americano, anziché guardare al modello adottato dalle socialdemocrazie scandinave.

In Italia ci sono oltre 260.000 milionari (quelli dichiarati) e siamo al decimo posto al mondo come numero di “paperoni”. Solo a Roma ci sono oltre mille ricconi che hanno un patrimonio personale superiore ai 30 milioni di euro (dati della WealtInsight, società londinese). Mentre la maggioranza dei lavoratori fatica a conservare il proprio lavoro e a mantenere standard salariali sostenibili, ai managers, ai dirigenti dell’impresa pubblica e di quella privata vengono assegnati compensi milionari. Eravamo abituati a figure come Mattei, Luraghi, esempi riconosciuti di manager, imprenditori illuminati che avevano a cuore la visione dell’impresa come bene sociale della collettività e guardavano ad un Italia che fondava sul lavoro la dignità dell’uomo. Oggi prevale la rabbia dei lavoratori verso manager super pagati interessati esclusivamente al profitto personale. Insomma i ricchi cadono sempre in piedi!

Ma perché in Italia siamo giunti a tali diseguaglianze economiche e sociali? Probabilmente perché negli ultimi venti anni non abbiamo avuto un vero partito socialdemocratico, internazionalista, capace di guardare ai nuovi fermenti culturali, politici , sociali che si sono sviluppati in alcuni paesi dove prevalgono politiche democratiche e redistributive. Forse abbiamo veramente bisogno di un Partito capace di contrapporsi alle politiche neoliberiste che faccia emergere le contraddizioni del capitalismo finanziario.

Il dato da cui dovremmo ripartire, riguarda la correlazione che c’è tra investimenti in cultura, infrastrutture, tecnologie e benessere diffuso. In Svezia la crescita del benessere diffuso è sensibilmente aumentata, nonostante l’elevata pressione fiscale, grazie agli investimenti pubblici in quei settori. Dove si investe in cultura, formazione si intraprende la strada della contrazione delle diseguaglianze.

Uscire dalla nostra crisi decennale avendo come veri obiettivi la partecipazione democratica dei cittadini, il lavoro e la redistribuzione della ricchezza attraverso una pressione fiscale più equa, l’ aumento dei salari bassi e un welfare state “forte”. Bisogna inoltre avviare un piano di investimenti pubblici in settori strategici come cultura, creatività, tutela della bellezza, beni culturali, agricoltura di qualità, recupero e rivitalizzazione dei centri storici, riqualificazione delle città, affinché l’Italia ritorni ad essere nell’immaginario collettivo il paese del viaggio, della bellezza.

Mettiamo i lavoratori, i cittadini nelle condizioni di essere i protagonisti dello sviluppo e non di subire l’egemonia culturale, politica ed economica dei ricchi e delle lobbies .

Viva l’Italia..quella che.. nonostante tutto, ci crede e si rialza sempre.

Antonio Tedesco

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

3 thoughts on “Cadono sempre in piedi

  1. Si trattasse di un poliziesco come commento basterebbe un “elementare WATSON!”. La diagnosi è esatta ma quale è la prognosi a patto di trovare una terapia giusta? La irrisolta questione socialista è la questione della sinistra italiana, come la questione meridionale è una questione nazionale, non degli abitanti in quelle regioni. Invece la si è banalizzata come un problema dei socialisti. Ora le condizioni sono sempre più difficili. L’esperimento Italia Bene Comune doveva aver successo per avviare un processo, come doveva avere altri sbocchi la costituzione dei DS nati a Firenze con gli stati generali della Sinistra come Sezione Italiana del Socialismo Europeo.. Altra occasione perduta Sinistra e Libertà delle Europee del 2009. C’erano riserve mentali, ma l’insuccesso le accentua. Ora vi è uno stato di necessità ma non è detto che propizi le soluzioni migliori. Non c’è dubbio che manca un partito di riferimento del mondo del lavoro, che comprende anche i disoccupati ed i precari, ma non è detto che questa esigenza che dovrebbe essere sentita con urgenza anche dai sindacati favorisca PROCESSI DI AGGREGAZIONE: in una situazione del si salvi chi può aumentano le differenze. Inoltre Berlusconi ha imposto un modello di politica con un Leader riconosciuto ed incontrastato: a sinistra non c’è. Si potrebbe prenderne atto e lavorare ad un altro modello con maggiore partecipazione degli iscritti ed organi collegiali. Invece si persevera un giorno era Vendola, che responsabilmente l’11 maggio ha fatto un passo indietro, oggi Rodotà e domani Conchita De Gregorio. Come invertire la rotta del Titanic prima che incontri l’iceberg?

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  3. “Mentre parte “l’inevitabile” governicchio, dovuto anche alla intransigenza dei cinque stelle che hanno declinato l’offerta poco vantaggiosa di Bersani di formare un governo M5S-PD-SEL…”.

    Non sono certo un simpatizzante M5S, ma non sta diventando un po’ un luogo comune? Perché allora non dire “dovuto all’intransigenza del PD nel non appoggiare un monocolore M5S”?

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