Baby gang, ovvero la punta dell’iceberg della criminalità minorile


-di GIULIA CLARIZIA-

 

Nel 1955, il romanzo Ragazzi di vita di Pasolini parlava di un gruppo di adolescenti tra le borgate di Roma per cui era normale comportarsi da delinquenti e avere degli atteggiamenti aggressivi. Quello però era il dopoguerra. Nel 2018 il telegiornale ci racconta che poco è cambiato.
Oggi si chiamano baby gang, perché bande di giovani delinquenti non suonerebbe altrettanto bene.

Da alcuni anni a questa parte, periodicamente e in svariati centri della nostra penisola è scattato un allarme che porta questo titolo per indicare degli episodi di grave violenza pianificata e territorializzata portata avanti da gruppi di adolescenti.
Negli ultimi giorni è Napoli ad essere sotto la lente dei media. Una città dal grande fascino dove purtroppo il fenomeno della criminalità, e sì, anche quella minorile, non è di certo una novità del 2018. Si tratta piuttosto di un problema radicato, e di certo non solo a Napoli.

Non è facile farsi un’idea precisa della sua estensione. Stando ai dati reperibili, sembrerebbe esserci un aumento dei minori denunciati o fermati dalla polizia. Ci si chiede però se la crescita di denunce sia dovuta ad un effettivo aumento delle violenze da parte dei giovanissimi, oppure ad una diversa sensibilità nei confronti del fenomeno e della risoluzione dei conflitti sociali.

I dati non possono inoltre per loro natura rivelare tutta quella criminalità giovanile che resta sommersa, nascosta nei meandri della società dalle periferie ai quartieri più ricchi. Qualche anno fa non si parlava d’altro che delle baby squillo dei Parioli. Chiunque frequenta il liceo sa che da qualche parte tra i corridoi può trovare qualcuno che spaccia o che ha degli amici che lo fanno. I “baby” rapinatori, purtroppo, sono solo una fetta di una delinquenza che fa eco perché colpisce direttamente degli innocenti, spesso coetanei. Forse le radici sono le stesse che generano il bullismo, e a volte i due fenomeni si toccano, ma nel caso delle così dette “baby gang” c’è un’inquietante strategicità che ha portato il ministro dell’Interno Minniti a parlare di metodi vicini a quelli terroristici.
Resta a criminologi e psicologi definire scientificamente quali meccanismi della psiche umana possono portare a simili comportamenti.

Quello che viene banalmente da pensare è che questi ragazzini di cui si vorrebbe prolungare l’età dell’innocenza ormai bella che perduta, da qualcuno avranno pur preso (o non preso affatto) esempio.

In un articolo su La Repubblica di ieri mattina, la sociologa Chiara Saraceno parla a buon diritto di un “fallimento educativo fatto di dispersione scolastica, abbandono scolastico precoce, inadeguato sviluppo cognitivo e del potenziale del capitale umano”.
Se è vero che lo Stato, attraverso il sistema scolastico, dovrebbe garantire una tutela rispetto a queste problematiche che si verificano soprattutto nelle aree più povere e periferiche del paese, è anche vero che non tutti i giovani criminali nascono in situazioni disagiate. Questa noia esistenziale e volontà di rivalsa che si tramuta in aggressività è una realtà capillare e sfumata.

La lotta contro questo fenomeno deve quindi iniziare all’interno delle mura di ogni famiglia. Che si nasca in centro o in periferia, ricchi o squattrinati, non si può prescindere dall’insegnare ai propri figli la buona educazione, anche se certo, questo presuppone che la si conosca. Se non si parte da lì, non ci si può sorprendere che nei peggiori dei casi ci si ritrova ad avere a che fare con giovani rapinatori armati di catene. E purtroppo, l’essere beneducati oggi non va tanto di moda. Forse, bisognerebbe trovargli un appellativo accattivante quanto “baby gang”.

 

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