Il “fantasma” del Jobs Act: in Italia riesplode la precarietà

 

-di ANTONIO MAGLIE-

Dopo aver cancellato l’articolo 18, introdotto i contratti a tutele crescenti, smantellato il diritto del lavoro con il Jobs Act e “regalato” 18 miliardi di sconti contributivi agli imprenditori, la politica occupazionale del governo “Renzi-Gentiloni-Poletti” ha prodotto una riduzione del 5,5 per cento di contratti a tempo indeterminato, l’aumento del 23 per cento dei contratti a tempo determinato e del 116,8 per cento di quello a chiamata. Difficile definire in toni trionfalistici simili risultati perché i 729 mila occupati in più confermano ancora una volta che in Italia esiste un solo tipo di lavoro: quello “cattivo” perché quello “buono” l’abbiamo cancellato dal nostro vocabolario economico-sociale.

I dati dell’Inps non lasciano spazi all’ottimismo. Chi pensava che con una maggiore “libertà di licenziamento”, con contratti a tempo indeterminato annacquati (una smentita anche per Tito Boeri che da presidente dell’Inps ha tirato fuori i dati, ma da professore bocconiano e animatore de Lavoceinfo indicava proprio in quel tipo di rapporto a tutele crescenti la soluzione di tutti i problemi), con la cancellazione dell’articolo 18, si producesse il miracolo di una favolosa impennata dei tassi di occupazione (che nel frattempo restano tra i più bassi d’Europa), è stato smentito. Al contrario chi riteneva che non è con una legge che si crea lavoro ma con gli investimenti produttivi e leggeva i dati del primo anno di vigenza delle “riforme” renziane attraverso la lente di ingrandimento della decontribuzione, ha ricevuto solo l’inevitabile conferma (altro che gufi): gli imprenditori italiani non sono interessati ai contratti a tutele crescenti preferendo quelli a garanzie inesistenti; non si accontentano dell’indeterminatezza temperata ritenendo più opportuna la precarietà garantita. Se poi arriva qualche beneficio economico, a quel punto si riapre il rubinetto.

E, infatti, di benefici economici si torna a parlare, questa volta addirittura meno temporanei (almeno stando alle dichiarazioni di Poletti). Abbiamo buttato nel cassonetto della carta straccia un bel mucchio di miliardi per ottenere risultati minimi. Forse sarebbe opportuno cambiare registro e puntare a utilizzare quei quattrini per aiutare veramente l’economia, cioè destinandoli a impieghi produttivi. Anche perché la decontribuzione produce benefici temporanei per gli imprenditori ma conseguenze a tempo indeterminato sul sistema del welfare, cioè sul nostro benessere presente e, soprattutto, futuro, quando saremo più deboli e disarmati.

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