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Trump con l’elmetto, i giovani ungheresi coi tulipani


-di ANTONIO MAGLIE-

Domenica la Turchia deciderà se rompere definitivamente con la democrazia, sostanzialmente annullando la divisione dei poteri e asservendo la macchina della giustizia al padre-padrone (Erdogan); in Ungheria dove la deriva della post-democrazia attraverso Orbàn ha assunto caratteri decisamente preoccupanti, i giovani armati di tulipani provano a cambiare il corso delle cose mentre l’Europa assiste all’instaurazione di un regime (un ottimo esempio anche per la Polonia) con atteggiamento indifferente; infine, Donald Trump sgancia la più potente bomba del suo arsenale (seconda solo a quella nucleare) in Afghanistan proclamando tronfio: “Carta bianca ai generali”. Dire che sul mondo spiri una brutta aria equivale a rimanere nel campo della metafora. Certo si potrebbe scomodare Carl von Clausewitz dicendo che in fondo la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Ma si potrebbe obiettare, utilizzando Georges Clemenceau, che sempre la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla nelle mani dei generali. E all’interno di un sistema democratico più che alla guerra come continuazione della politica, bisognerebbe affidarsi all’idea che la politica possa essere la continuazione della guerra, cioè la strada per la sua soluzione. Ma è evidente che nella post-democrazia, cioè nella variante autoritaria della democrazia, un sistema in cui prevalgono le forme completamente svuotate di sostanza, il bellicismo è parte essenziale del “prodotto”. Lo abbiamo visto in altri tempi.

L’uomo forte ha bisogno della sua “guerra”, che sia contro una possente armata o contro un popolo di straccioni che attraversa un mare inseguendo un miraggio di serenità, poco importa. Ciò che conta è il “nemico” e il pericolo che si accompagna al semplice movimento della sua ombra. Il “nemico” agita i nostri sonni, induce a cercare risposte rassicuranti nella contrapposizione, giustifica la nascita di una condizione emergenziale sull’altare della quale si possono anche sacrificare spazi di libertà e di democrazia, ci si può affidare all’uomo della Provvidenza accettando un semplice scambio: più sicurezza e meno diritti, più certezze e meno garanzie. Un presidente che dà carta bianca ai generali è tutto meno che un presidente e non fa onore alla democrazia perché è a lui che la sovranità popolare che si esprime attraverso il voto ha affidato la guida del paese, non a militari bene addestrati a West Point che devono proteggere il popolo ma che dal popolo non vengono scelti.

Orbàn è un fantasma che da ormai troppo tempo si aggira per l’Europa. Non è tanto rischioso per il destino dell’Unione europea (nel caso in esame, questione addirittura secondaria), ma per il destino di un modello che pensavamo si fosse consolidato negli anni, frutto di sacrifici, di grandi elaborazioni culturali, di stili di vita. L’Ungheria non è paese dai solidi anti-corpi democratici (come non lo è la Polonia) e il fatto che dei giovani, armati di tulipani, scendano in piazza per impedire la chiusura di una università per Orbàn troppo “cosmopolita” (i dittatori o gli aspiranti tali puntano sempre sulla “purezza” della propria razza, sull’intangibilità cromosomica in contrapposizione alla contaminazione culturale), è un fatto che va accolto con attenzione e simpatia. Ma è l’Europa democratica che è chiamata ad alzare argini per evitare che questa piena ci travolga cancellando quello che abbiamo costruito dalle macerie prodotte dal trionfo novecentesco dei totalitarismi. Quello che abbiamo non ci è stato donato ma è il frutto di una lotta durissima anche contro terribili fantasmi.

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