MARIO PATRONO E LA SUA RIFLESSIONE SULLA DIMENSIONE SOVRANAZIONALE DEL DIRITTO

-di PIERLUIGI PIETRICOLA

 

Il mondo globale ci rende tutti uniti. Questa è ormai una verità di fatto. Ma è diventata anche un’ovvietà. Ovvietà alla quale, dall’avvento dell’epidemia di Sars-CoV-2, guardiamo in modo un po’ meno scontato. Bene così.

I primi fenomeni dell’unità globale li hanno indagati sociologi e filosofi: società liquida (Bauman), impero (Hardt, Negri). Sono le teorizzazioni più efficaci che subito ricordiamo. La tesi che le accomuna: la perdita delle particolarità singole, che hanno da sempre contraddistinto una civiltà dall’altra, in nome di un’uniformità senza più caratteristiche peculiari.

Semplificazione, questa, che ha portato in varie circostanze (politiche ed economiche soprattutto) all’adozione di provvedimenti di ogni tipo in modo uniforme, non considerando se e in che modo la singola nazione fosse in grado di riceverli, mettendo sul piatto della bilancia rischi e benefici.

L’aspetto positivo, non l’unico, della globalizzazione è l’universalità dei diritti. O per meglio dire: il ritorno all’idea, mai defunta ma sopita sì, che l’individuo è detentore di diritti. I quali sono inclusi negli ordinamenti vigenti dei singoli paesi, perché centrale – nel diritto come nella produzione normativa che ne consegue – il concetto di persona: entità sociale, biologica, psicologica, politica, culturale, scientifica, tecnica e giuridica.

Quanto accaduto, da un anno a questa parte, con la pandemia del virus Sars-CoV-2, ormai non più sconosciuto, ha contribuito a rendere evidente che il concetto di stato-nazione è ormai desueto; e che non esiste paese che possa ritenersi isolato dagli altri. Questo è vero da un punto di vista pratico, ma soprattutto giuridico nel senso più ampio.

Illuminante, a tal proposito, il libro di Mario Patrono, Sentieri virali. Diritto internazionale e politica globale dopo la pandemia: Homo Sapiens? (Mucchi editore, 110 pagine, 13 Euro). Professore emerito alla Sapienza, Patrono ha una visione internazionale del diritto. Ne discorre pensandolo in termini umanistici, ponendo al centro l’individuo, il suo ruolo e la sua tutela nella società, prima ancora che come dispositivo tecnico cui ricorrere quando necessario.

Cercando di capire come e in che termini l’aspetto sovranazionale del diritto si ridisegnerà nei prossimi anni, Patrono compie quello che Foucault teorizzò nell’Archeologia del sapere: andare indietro nel tempo, rispetto a un fenomeno, fino al suo punto di insorgenza. Quando, cioè, ciò che conosciamo è nato e si è tramandato, ma senza le incrostazioni interpretative che si sono via via accumulate.

Quale, dunque, il punto d’insorgenza della sovranazionalità del diritto? La Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, approvata dall’Assemblea Generale a Parigi nel 1948. La quale “benché non abbia efficacia vincolante, costituisce per gli Stati membri una fonte di principi, un parametro interpretativo e un quadro di riferimento normativo”.

Si era appena usciti dalla Seconda guerra mondiale. A tutti erano noti gli orrori nazisti e la perdita immane di vite che il conflitto causò. Il mondo intero, quindi, sentì l’esigenza di tutelare la persona, nella sua complessità, dal punto di vista del diritto. E di farlo prescindendo dalle singole particolarità giuridiche vigenti nelle nazioni. Diritto di avere diritti, dialettica fra vita e regole: questo il nerbo principale attorno al quale tutto il secolo breve è andato svolgendosi.

E dopo la pandemia che succederà?

Due gli elementi su cui Patrono ci invita a riflettere: il rispetto dell’uomo verso i suoi simili (e in questo, di grande aiuto, sarà un diritto sovranazionale); il rispetto dell’ambiente in cui tutti noi viviamo.

Etica e legge che si compenetreranno, arricchendosi sempre più l’una con l’altra, ma senza escludersi a vicenda. Sia chiaro: “Un governo sovranazionale significa un potere in con-dominio. La parola condominio ha una forte pregnanza. Questo concetto, nel nostro caso, significa sostituire la separatezza di ciascun potere/dominio delle nazioni con la relazione tra di essi. Dalla divisione del potere alla condivisione”.

Cosa che implicherà l’individuazione delle varie competenze di attribuzione fra i vari Stati componenti.

Se globalizzazione vorrà dire anche questa universalità dei diritti della persona, nel senso inteso da Patrono, allora essa non sarà un processo invano. Un mondo dove sapere tecnico e sapere politico-umanistico procederanno insieme: “Un Comitato di specialisti di altissimo livello professionale e costituito da epidemiologi, geologi, economisti, opera a fianco del Consiglio di Sicurezza del quale in talune materie predefinite dovrà necessariamente essere consultato, ma trattandosi di un parere non vincolante il Consiglio potrà senza conseguenze disattenderlo”.

Come afferma Giorgio Agamben in Homo sacer: la nuda vita biologica non è il fine della politica, ma della biopolitica, che è cosa diversa.

La riflessioni di Patrono ci invitano a tornare alla politica grazie ad una visione globale – in senso alto e non banale – del diritto.

In caso contrario, si tratterà dell’ennesimo fallimento del quale care saranno le conseguenze da pagare.

 

pierlu83

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