Quando la casa brucia si possono vedere le cose come sono

-di PIERLUIGI PIETRICOLA

 

Che gioia i libri che danno quello che Barthes chiamava brivido di senso: percezione di significato vivo che la parola esprime entrando in contatto con il lettore, trasformandola in qualcosa di vibrante e non lasciandola pura lettera morta, banale esercizio di stile. Esperienza rarissima, che ha del magico e che trasmuta la persona.

L’ultima fatica di Giorgio Agamben, Quando la casa brucia (Giacometti&Antonello, 88 pagine, 10 Euro) è una riflessione serrata, densa, lucida e severa sui tempi che viviamo. E però, malgrado il rigore col quale Agamben ci invita a vivere questi momenti, non si chiude il suo libro con un senso di sconforto o malinconia. Al contrario: si riconquista fiducia sul valore del pensare, sull’importanza della parola – non della retorica – come origine di ogni azione sociale e politica.

Cosa avviene quando la casa brucia? Non solo distruzione. L’incendio del luogo in cui viviamo, la fine di un tempo e l’avvento di un altro, vanno accolti sotto un diverso punto di vista: quello di vedere ciò che ci circonda nella sua autenticità, spoglio di ogni attributo fasullo.

E proprio perché tutto crolla, irrimediabilmente, è necessario continuare a fare quel che si fa, con maggior precisione e attenzione. Per chi? In vista di che cosa? Ecco la bellezza del pensiero di Agamben: non sono individuati scopi né orizzonti, a favore di una riscoperta pura dell’agire. È il solo modo in nostro possesso per non divenire vittime di un’epoca che tutto riduce alla sua finitudine, alla sua temporalità, alla bieca utilità.

Attraverso la finitudine della nostra epoca, Agamben riscopre l’atto in potenza e la potenza dell’atto in sé e per sé. In questo, e non in altro, risiede l’essenza del testimone e della testimonianza: non rivolgersi a qualcuno, non parlare contro qualcosa (in entrambi i casi, non nell’immediato). Proprio perché investito dalle tenebre del suo tempo, il profeta balbetta, come accadde a Geremia chiamato dal Signore. E quel balbettio cos’è? La parola sorgiva, pura, senza accezione né significazione, così come essa è nel momento stesso in cui nasce. “Chi compie – afferma Agamben – questa esperienza della parola, chi è, in questo senso, poeta e non soltanto lettore della sua parola, ne scorge la segnatura in ogni minimo fatto, ne testimonia in ogni evento e in ogni circostanza, senza arroganza né enfasi, come se percepisse con chiarezza che tutto ciò che gli capita, commisurato all’annuncio, depone ogni estraneità e ogni potere, gli è più intimo e, insieme, remoto”.

Giorgio Agamben, forte della lezione di Foucault e del suo metodo archeologico, con quest’ultimo libro invita tutti ad andare a ritroso di noi stessi, fino al punto di insorgenza della nostra persona, dove l’uomo si sente estraneo alla sua stessa soggettività e si riscopre in modo autentico.

Se, come affermava Heidegger, ogni tradizione consegna ciò che tramanda all’ovvietà, per essere liberi e comprendere cosa c’è oltre la casa che brucia, è bene fare pulizia di categorie e concetti di cui fino ad ora ci si è serviti. Profeti e poeti, riscoprendo la parola pura, sono i soli che ci aiutano in questo difficile compito.

Raggiunta tale consapevolezza, compiuta su noi stessi questa ricerca archeologica – nei termini in cui Agamben la intende – come ci si rapporterà con chi continuerà a vivere nell’inconsapevolezza: con alterigia e disprezzo? Semmai, nel modo opposto: “Accorgersi che la casa brucia non t’innalza al di sopra degli altri: al contrario, è con loro che dovrai scambiare un ultimo sguardo quando le fiamme si faranno più vicine”.

Se, come affermava Elémire Zolla in Uscite dal mondo, libero è solo colui che non ha interessi da difendere, paura de sedare, scopi da perseguire, a tutto questo Giorgio Agamben aggiunge un aspetto ulteriore: non può esservi vera libertà né autentica consapevolezza se ad esse non si accompagna la solidarietà con chi non ha fatto, fino in fondo, l’esperienza della casa che brucia.

Un messaggio che va ben oltre ciò che una lettura superficiale può cogliere. Raggiungere il nostro punto d’insorgenza, comprendere ciò che ci circonda, riscoprirsi liberi vuol dire anche tenere conto dell’altrui innocente schiavitù senza giudicarla con sussiego, altrimenti ci si discosta dalla condizione sorgiva e pura appena conquistata per ricadere in quella tradizione che Agamben ed Heidegger invitano a mettere da parte.

È proprio grazie a questo che Quando la casa brucia, come erroneamente affermato da qualche recensore, non è libro apocalittico. Al contrario, guardando con lucidità al presente, Giorgio Agamben invita ad incamminarsi consapevolmente nella costruzione di un futuro diverso, forse migliore, tutt’altro che tragico. Come? “L’uomo oggi scompare, come un viso di sabbia cancellato sul bagnasciuga. Ma ciò che ne prende il posto non ha più un mondo, è solo una nuda vita muta e senza storia, in balia dei calcoli del potere e della scienza. Forse è però soltanto a partire da questo scempio che qualcos’altro potrà un giorno lentamente o bruscamente apparire – non un dio, certo, ma nemmeno un altro uomo – un nuovo animale, forse, un’anima altrimenti vivente…”.

Quei puntini di sospensione, che non concludono, intendono il futuro per ciò che realmente è: possibilità perpetua nell’atto stesso in cui si realizza.

Il messaggio finale che ci consegna quest’aureo libro è quanto di più prezioso da tesoreggiare: non consegnare il tempo che viene ad una tradizione già predefinita; lasciarlo, al contrario, nello spazio libero e puro di una perenne apertura. Caratteristica fra le migliori del pensiero di Giorgio Agamben, sola cura possibile che ci aiuta a vivere in una casa che brucia, alla fine dei tempi a noi noti.

pierlu83

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