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E i venti di guerra schiacciano l’Europa


-di SANDRO ROAZZI-

I mercati, dicono gli esperti, sono un Giano bifronte: tranquilli all’apparenza, ma temono il cosiddetto “cigno nero” ovvero il fatto traumatico che butta tutto all’aria. Talvolta sembra di vederlo avvicinarsi in questi tempi sempre più difficili. E la nostra epoca, fra morti e venti di guerra, si conquista intanto sul campo l’aggettivo di brutale. Un’epoca brutale, in cerca di nuovi equilibri brutali, con metodi brutali anch’essi. Se ci si ferma un attimo ad osservare quel che sta accadendo, ci si accorge che i rischi di “guerre di religione” hanno lasciato il passo all’evidenza di uno scontro di potere politico ed economico nel mondo che monta e di cui è difficile prevedere l’evoluzione. Unica, amara, certezza è che sarà disseminata di vittime. L’Europa diventa il palcoscenico principale di questa rappresentazione di morte, ma i protagonisti vivono e decidono altrove. Trump, Putin, Assad, turchi, cinesi, coreani… Forse è anche il momento di chiedersi se, e quanto pesano in questi terribili avvenimenti, in questo nuovo sfoderare i muscoli, proprie occulte convenienze economiche, riposizionamenti di poteri finanziari senza bandiera ma con una cinica avidità.

Di solito, si muovono sott’acqua, ma al dunque appaiono decisivi. Nessuno, in recessione e dopo ha saputo (o voluto) mettere loro un morso che li controllasse a dovere. E queste ricchezze ingenti, accumulate nei modi più svariati, anche illegali, restano una invisibile, minacciosa, variabile incontrollabile degli eventi. Stanno esercitando un ruolo oggi? E di che tipo? Non a caso le tensioni internazionali procedono di pari passo con i risorgenti protezionismi, con la crisi delle regole commerciali internazionali, con gli appetiti dei fabbricanti di armi per i quali del resto le frontiere non esistono mai. Non a caso i debiti sovrani si distinguono in due categorie: quelli di quei Paesi che sono condannati a vivere la condizione di sorvegliati speciali, quelli di Paesi che invece cercano di scrollarsi di dosso quei condizionamenti determinando turbolenze con i loro competitori, vedi gli Usa di Trump nei confronti del gigante cinese e non solo.

Insomma qualcosa di inquietante bolle in pentola e non è detto che di tratti di una eventualità lontana. In tale contesto l’Europa purtroppo diventa vittima privilegiata di attentati terroristici, finisce per interpretare il ruolo del vaso di coccio fra potenti vasi di ferro, si confina in una terra di nessuno sul piano economico e sociale che non può non esasperare le tendenze populiste ed isolazioniste. E se questo sarà, proprio le conseguenze economiche e sociali potrebbero essere le più pesanti. La svolta non può che essere squisitamente politica. Se si vuole contare e se si vuole mantenere forza economica e qualità della vita. L’unità europea non può essere solo una concordanza rituale nella condanna degli eccidi o negli appelli ai Grandi della Terra a… non farsi troppo male. Deve essere molto di più. Se le elezioni francesi e tedesche non provocheranno terremoti, non ci saranno più alibi: l’esperienza europea potrà proseguire solo se l’identità politica europea riuscirà ad essere di lega assai migliore dell’attuale. Altrimenti il rischio di frantumazione salirà e di molto.

L’Italia potrebbe fare la sua parte. Ne dovrebbe avere tutto l’interesse, politico ed economico. Ma per ora le passioni sono altre: la data delle elezioni, le imboscate parlamentari, i vagiti politici del giovane Casaleggio. E poi i soliti scandali. Non è allora che non siamo un Paese per giovani, né che non siamo un Paese per vecchi. Non siamo un Paese. Essere un Paese oggi vuol dire assumere responsabilità severe, con la schiena diritta, il naso pronto a cogliere i messaggi del vento che soffia nel mondo, e, soprattutto il coraggio necessario per non perdere il futuro. È che noi da questo punto di vista non siamo messi bene, semplicemente.

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