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L’Europa che dimentica, sfrutta, tradisce il lavoro


-di VALENTINA BOMBARDIERI-

Domani l’Unione Europea celebra il sessantesimo anniversario del Trattato di Roma, con il quale venne avviato il processo di integrazione europea. Domani, in questa grande giornata di festa diventa necessario chiedersi quale possa essere il futuro dell’Europa intrappolata in una profonda crisi: dalla Brexit agli intollerabili livelli di disoccupazione giovanile in Grecia e Spagna, dall’indebitamento e dalla stagnazione che affliggono l’Italia all’ascesa dei movimenti populisti, fino a una reazione di rifiuto nei confronti degli immigrati e dell’euro.

Diventa altresì necessario porre al centro dell’attenzione il mondo del lavoro. L’Europa presenta in questa fase un mercato del lavoro che si è rimesso in marcia dopo gli anni più duri della crisi. Dall’ultimo rapporto su occupazione e sviluppi sociali della Commissione europea, Employment and Social Developments in Europe (Esde), emerge che nel 2016 sono stati creati circa tre milioni di posti di lavoro, la maggior parte dei quali a tempo indeterminato. Tra il secondo e il terzo trimestre del 2016 (secondo i dati Eurostat) 3,4 milioni di persone (il 18% di tutti i disoccupati nel secondo trimestre del 2016) hanno trovato infatti un impiego, mentre il 61,4% (11,5 milioni) sono rimaste senza lavoro e il 20,7% (3,9 milioni) sono diventate economicamente non attive (ma le cifre non includono i dati di Belgio e Germania).

Inoltre, tra coloro che erano occupati nel secondo trimestre del 2016, 2,5 milioni (l’1,4%) sono diventati disoccupati nel periodo successivo e 3,6 milioni (2%) sono transitati nell’area dell’inattività economica. Tra chi invece era economicamente inattivo nel secondo trimestre, 3,8 milioni (3,4%) sono riusciti ad accedere nel mondo del lavoro nel terzo trimestre, mentre 4,1 milioni (3,6%) sono rimasti privi di occupazione.

Dati che però rispecchiano poco la reale situazione. Quando si parla di livello di occupazione in ripresa si finisce per fare riferimento alle ore lavorative aumentate e non all’occupazione effettivamente creata. Ciò emerge da una ricerca dell’Istituto dei sindacati europei (Ces) che denuncia una politica focalizzata ancora sull’austerità.

In diciotto paesi dal 2009 al 2016 gli stipendi sono cresciuti più lentamente rispetto ai livelli precedenti alla crisi (2001-2008): è il caso dell’ Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Romania, Slovacchia , Slovenia, Spagna e Svezia. A calare sono soprattutto gli incrementi salariali annui in Romania dove si è passati da una media dell’11,2% allo 0,1%. Questo calo si registra anche in Lituania (dall’8,8 all’1% ) e in Lettonia (dal 10,6 all’1,2%). Ma c’è chi sta peggio visto che i salari reali sono diminuiti ogni anno in media del 3,1% in Grecia; dell’ 1% in Croazia; dello 0,9% in Ungheria; dello 0,7% in Portogallo; dello 0,6% a Cipro; dello 0,4% nel Regno Unito e dello 0,3% in Italia.

Inoltre gli stati che sono entrati a far parte dell’Unione Europea più recentemente hanno dei salari minimi decisamente inferiori rispetto agli altri paesi (secondo i dati di Eurofound): 500 euro in meno di media, condizione che certo non aiuta l’evoluzione del processo di integrazione visto che può tranquillamente essere catalogata sotto la voce dumping. In particolare in Bulgaria e Romania il livello di stipendio minimo garantito è, rispettivamente, di 235 euro e 322 euro. Negli altri stati invece il minimo salariale è di circa mille euro in più, quello più alto si registra in Lussemburgo 1.999 euro al mese, pari a 8.5% la Bulgaria. In Italia non esiste invece alcun salario minimo. Ma proprio l’istituzionalizzazione del salario minimo determina un effetto negativo: scompare la contrattazione per definirlo di volta in volta cioè alla scadenza degli accordi e si viene a produrre un effetto di appiattimento verso il basso in nome della concorrenza sui mercato internazionali. Questioni a cui, evidentemente, i leader europei nell’ottica dell’impostazione liberista che ha caratterizzato le politiche comunitarie, si sono guardate bene dall’affrontare e che hanno avuto un peso non secondario sulla crescita dell’ostilità popolare (soprattutto dei ceti più deboli) nei confronti di Bruxelles, sullo sviluppo dei movimenti populisti che hanno mutuato e tradotto lo slogan di Trump (America First) e accentuato i risentimenti tra le nazioni. Insomma, un chiaro esempio di cecità al servizio degli interessi finanziari a cui molti governi (tutti) hanno ceduto buona parte del proprio potere e della sovranità dei propri stati.

Eppure proprio i Trattati di Roma che adesso celebriamo fissarono per la prima volta il principio fondamentale della parità salariale, proprio nella consapevolezza che situazioni sperequate avrebbero avuto come conseguenza l’inaridimento del processo di integrazione, peraltro accentuato e non mitigato dall’introduzione di una moneta unica che ha modellato la sua quotazione sul marco, cioè su una moneta forte, e non certo sulla lira o sulla peseta. Nell’articolo 119 si stabilisce l’obbligo per gli Stati membri di rispettare il principio della parità di retribuzione tra lavoratori e lavoratrici per uno stesso lavoro. L’articolo venne poi modificato con l’articolo 141 del Trattato di Amsterdam del 2 ottobre 1997: “Ciascuno Stato membro assicura l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra lavoratori di sesso maschile e quelli di sesso femminile per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore”. Ad oggi neanche in questo campo potremmo definirci soddisfatti. Se poi volgiamo l’attenzione all’universo femminile, il quadro appare ancora più sconfortante. In Europa il tasso complessivo di occupazione femminile è, infatti, del 63% circa, contro il 75% circa degli uomini in età compresa tra 20 e 64 anni.

Nell’Unione sono per lo più le donne a svolgere lavori part-time (il 34,9% contro appena il 8,6% degli uomini), pagandone poi le conseguenze in termini di carriera, opportunità di formazione, diritti pensionistici e sussidi di disoccupazione, tutti fattori che accentuano le asimmetrie retributive uomo-donna. Nelle economie dell’UE le donne guadagnano in media il 16,4% in meno degli uomini. Eppure a Roma quel 25 marzo di sessant’anni fa si aprì anche per le donne un’epoca nuova e di grandi speranze. Anche per le donne. Solo che dopo sessant’anni le rughe sono evidenti e le speranze in molti casi sono rimaste tali. Ci vuole un lifting robusto. Ecco perché potremmo e dovremmo ripartire da lì, esattamente sessant’anni dopo.

 

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Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

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