Quel che resta della primavera araba

egittoSono passati ormai due anni e mezzo dall’esplosione, a partire dalla rivolta tunisina, della primavera araba ed è tempo di proporre un primo bilancio, alla luce anche dell’attualità delle vicende egiziane. E questo bilancio non può che essere negativo: forse, è proprio la Tunisia, l’unico paese che ha avuto qualche effetto positivo: alle elezioni hanno vinto gli islamici moderati di Ennahda, vicini al movimento dei Fratelli Musulmani, che hanno saputo trovare un punto d’incontro con le opposizioni laiche, non iscrivendo nella nuova carta costituzionale la sharia come principale fonte di diritto e mantenendo in buona parte gli stilemi della Costituzione laica voluta da Bourghiba , anche contro le violente proteste dei salafiti che però controllano alcune zone del paese, applicandovi integralmente la legge islamica. La Libia, dopo l’uccisione di Gheddafi, vive in una condizione molto difficile, le divisioni tribali sono forti, le milizie armate dominano gran parte del territorio, gli attentati sono all’ordine del giorno. Il governo, nato dopo le elezioni del luglio dell’anno scorso che non hanno visto un vincitore netto, vive del compromesso tra forze laiche, che hanno la maggioranza relativa, e musulmane: compromesso che assomiglia più ad uno stallo.  La guerra civile siriana riappare e scompare sistematicamente dagli schermi quotidiani, ma ormai ha assunto le fattezze di una strage tra due parti assolutamente inconciliabili, non si può prevedere al momento una qualsiasi forma di pacificazione e la comunità internazionale è divisa sia per posizioni strategiche, ma anche, soprattutto l’Occidente, per l’incertezza, ancor maggiore, che potrebbe riservare il dopo Assad. E ci siamo dimenticati dello Yemen? Cambierà qualcosa dopo la vittoria del riformista Rohani in Iran? E le rivolte di piazza nella Turchia di Erdogan? E qui arriviamo all’Egitto, dove sembra tutto sia cambiato perché nulla cambi. Due anni Piazza Tahrir riusciva a cacciare Mubarak dal potere, l’anno scorso dopo l’inattesa vittoria dei Fratelli Musulmani, che in quella piazza non erano scesi, inneggiava alla cacciata di Tantawi, capo delle Forze Armate e scherano dell’ex rais, da parte del neo eletto presidente Morsi. Oggi, il democraticamente eletto Morsi, viene cacciato dalla rivolta di piazza, che inneggia all’intervento dell’esercito, che è lo stesso di due anni fa. E intanto non si trova l’accordo sul nome del nuovo primo ministro, per la divisione delle forze della ex opposizione, i salafiti in particolare. Un rebus inestricabile e inesplicabile.

Alfonso Isinelli

 

fondazione nenni

Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

4 thoughts on “Quel che resta della primavera araba

  1. “forse, è proprio la Tunisia, l’unico paese che ha avuto qualche effetto positivo: alle elezioni hanno vinto gli islamici moderati di Ennahda”.

    Che so, se in Italia ci fosse una sorta di rivoluzione che portasse ad una vittoria elettorale di clericali moderati anziché di cattolici fondamentalisti, sarebbe un effetto positivo da un punto di vista socialista? Curioso punto di vista…

  2. L’ho letto. Ma in cosa sarebbe sarebbe da guardare come un cambiamento positivo qualcosa che ha “mantenuto in buona parte gli stilemi della Costituzione laica voluta da Bourghiba”? Per “mantenere tali stilemi” non c’era bisogno di alcuna primavera. C’erano già.

Rispondi