Terra Rossa: un libro che ci racconta un pezzo di storia del Mezzogiorno d’Italia

Con il suo libro “Terra Rossa. La Miniera di Montecatini di San Giovanni Rotondo (1936-1973) dall’autarchia al sogno della grande industria” (Arcadia Edizioni, 2022), Antonio Tedesco ci racconta la nascita, lo sviluppo e la decadenza della miniera di bauxite garganica, uno dei più grossi giacimenti sfruttati in Europa.

Al contrario di come potrebbe sembrare dal titolo, il libro non approfondisce la tematica solo da un punto di vista “regionale” ma la analizza, come ci suggerisce Daniele Stasi nella prefazione, con una visione più ampia e nazionale. 

La miniera nasce durante il regime fascista a seguito della svolta autarchica voluta da Mussolini nel 1936, dopo le sanzioni di Ginevra. La ricerca della materia prima, la bauxite, e la conseguente direzione della miniera viene affidata alla Montecatini, una società milanese molto vicina al regime, che manda l’ingegner Andrea Sculco a dirigere i lavori. 

Per il Duce, “avviare lo sfruttamento del giacimento garganico” è stata una scelta prevalentemente politica per due motivi principali: da un lato, con la miniera a San Giovanni Rotondo avrebbe potuto contrastare la produzione dell’azienda americana ALCOA sulle miniere istriane; dall’altro, in caso di guerra, l’Italia avrebbe potuto continuare a produrre da sé l’alluminio poiché il meridione sarebbe rimasto lontano dai fronti bellici.

Nell’ottica degli abitanti di San Giovanni Rotondo, la miniera avrebbe permesso la creazione di nuovi posti di lavoro e dato la speranza al piccolo paese di poter diventare una potenza industriale abbandonando così l’arretratezza socioeconomica che caratterizzava, in generale, il sud Italia.

Purtroppo, però, una serie di problemi territoriali e organizzativi e alcune scelte politiche hanno impedito la realizzazione di quel sogno. Inoltre, la costruzione a Bolzano, anziché nei pressi della miniera, dell’impianto per la produzione dell’alluminio dimostrava anche una certa “antimeridionalità” della politica fascista, che sembrava volesse dare dei “premio di consolazione” senza investire davvero in quella parte di territorio. Poi nel Secondo dopoguerra i partiti di Capitanata appaiono divisi dinanzi alla prospettiva industriale. Se la Dc è divisa al suo interno, tra agraristi e industrialisti il Psi sostenne convintamente con il Senatore Luigi Tamburrano la necessità di risolvere il problema dell’arretratezza del Mezzogiorno con un corposo piano di investimenti nel settore industriale e di impiantare nei pressi della miniera uno stabilimento di lavorazione della bauxite. Ma le pressioni e gli appelli rimasero lettera morta.   

Le condizioni di lavoro nella miniera erano pessime. Gli operai venivano sfruttati ed erano costretti a lavorare in un ambiente dannoso per la salute, privo di ricircolo dell’aria. E, mentre tutto questo li portava, a lungo andare, ad ammalarsi di silicosi o di altre “malattie di tipo professionale”, si moriva o ci si infortunava quotidianamente sul posto di lavoro a causa della mancanza dei dispositivi di protezione individuale e del rispetto delle norme di sicurezza. Inoltre, per aumentare la produzione della miniera, la Montecatini aveva adottato la modalità di lavoro a cottimo, spingendo gli operai a lavorare più di quanto potessero realmente fare, fisicamente e psicologicamente parlando.

Nel 1943 l’attività estrattiva della miniera viene interrotta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e verrà ripresa a pieno ritmo solo nel 1948 per fermarsi nuovamente nel 1951. In quell’anno, infatti, una terribile alluvione allaga la miniera uccidendo alcuni operai che vi stavano lavorando, ignari del pericolo. Quella notte, tra il 26 e il 27 luglio, all’interno della miniera salta anche la corrente e sono gli operai all’esterno, come il Caposquadra Santoro, ad avvisare, con un bigliettino, quelli che lavorano all’interno. Questo bigliettino però non arriva a tutti gli operai e tre di loro perdono la vita, nonostante l’aiuto eroico di alcuni colleghi. A proposito di questo tragico evento, l’autore del libro dedica un’appendice alle dichiarazioni degli operai che erano lì quella notte.

A seguito di questi ulteriori incidenti, causati dalla negligenza di Sculco, egli viene sostituito dall’ing. Damiani.

Gli anni ’50 sono caratterizzati da importanti interventi di meccanizzazione che porteranno ad una lunga serie di licenziamenti: si comincia dagli assenteisti per malattia. Inizia così una battaglia tra i sindacati la UIL, la CISL e la CGIL e la multinazionale che, però, non desisteva con il suo piano di riduzione dell’organico e anzi, dava il via ai prepensionamenti, ai trasferimenti e alle dimissioni agevolate.

In quel periodo la Montecatini vive una grossa crisi economica ed è costretta a fondersi con la Edison diventando la Montedison. Questa fusione, però, non salva la Miniera dalla chiusura, prevista per gli inizi degli anni ’70: “la produzione di bauxite della miniera di San Giovanni Rotondo era diminuita” poiché il giacimento andava esaurendosi sempre più.

Per opporsi a questa chiusura, 31 operai, che poi verranno definiti dalla stampa “i sepolti vivi”, occupano la miniera e vi rimangono fino all’ultimo, vivendo in condizioni ambientali pessime e sperando di dar modo e tempo alla politica “di trovare delle soluzioni” per tenere in funzione la miniera.

Purtroppo, gli sforzi degli occupanti non portano a nulla e la miniera di Montecatini di San Giovanni Rotondo cessa la sua attività nel 1973.

Antonio Tedesco ha voluto diffondere, grazie ad una minuziosa opera di ricostruzione, un pezzo importante di storia del nostro Paese e ci ha offerto diversi spunti di riflessione sul mancato sviluppo industriale di alcune aree del Mezzogiorno.  

Il libro è arricchito da numerose tabelle e suggestive immagini e si chiude con l’elenco degli operai caduti. 

Beatrice Ruggeri

 

N°75 del 11/10/2022

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