La Commissione europea il politically correct: identità e ipocrisia

– di EDOARDO CRISAFULLI –

Il politicamente corretto colpisce ancora, Facebook è un mare mosso, l’ennesima zuffa “socialmediatica” non si assopirà presto. Qual è la pietra dello scandalo che ha fatto ribollire il sangue a personaggi come Giorgia Meloni, Marine Le Pen, Matteo Salvini (e, udite udite, Marco Rizzo il comunista coriaceo)? È presto detto: la Commissione europea ha fatto circolare un documento contenente linee guida sul linguaggio inclusivo, non discriminatorio, scevro da stereotipi. I consigli dei burocrati europei sono ridicoli o velleitari, anzi entrambe le cose. In Paesi (e tempi) normali sarebbero scoppiate solo fragorose risate. Ma oggigiorno no, la paranoia è endemica: viene paventato di continuo il pericolo dell’Eurabia, dell’invasione islamico-mongola; incombe il complotto ordito dalla perfida élite liberale pan-europea mirante alla sostituzione etnica dei nativi. Ah, se ci fosse Oriana Fallaci, allora sì che scoccherebbero frecce acuminate dal suo arco!

In verità questa ennesima polemica è solo una tempesta in un bicchier d’acqua. Ecco le raccomandazioni demenziali: poiché il colonialismo ha un’accezione negativa, non si dica “colonizzazione di Marte”, bensì “invio di umani su Marte”. Non si capisce quale sensibilità verrebbe offesa qui, quella degli inesistenti marziani, oppure quella dei discendenti dei popoli colonizzati sul globo terrestre. Il colonialismo è roba seria, per Bacco!  Il termine non va usato in senso lato. C’è di più. Siccome non bisogna dare per scontato che noi europei siamo tutti bianchi, cristiani ecc. si evitino espressioni come “Maria e Giovanni sono una coppia internazionale”, si preferisca il più corretto “Malika e Julio sono una coppia internazionale’. E, soprattutto, ci si guardi bene dall’esclamare che “il Natale può essere stressante”. L’Europa pullula di musulmani, i quali si sono aggiunti ad altre minoranze storiche quali gli ebrei. Quindi bisognerebbe dire “le festività possono essere stressanti”.

Pane per i denti aguzzi della destra becera, sovranista e islamofoba. Ecco che si scatena l’offensiva prenatalizia contro l’Europa multiculturale, liberal-liberista, imposta dalle sinistre in combutta con capitalisti cosmopoliti come George Soros. Ci risiamo, i progressisti vogliono abolire il Santo Natale! In verità nessuno, nell’Unione Europa, s’è neppure sognato di denigrare le feste cristiane, figuriamoci abolirle – ci mancherebbe altro. Il danno, tuttavia, è fatto. E infatti la Commissione, sull’onda emotiva delle proteste, ha ritirato il documento in questione. Non mi preme qui insistere sulle manipolazioni e/o strumentalizzazioni: erano inevitabili. Ogni volta che un politico o un burocrate illuminato parte lancia in resta con una crociata linguistica di questo genere bisognerebbe imbavagliarlo: regala una vittoria politica alla destra peggiore, gliela porge su un bel piatto d‘argento.

Che non si debba offendere il prossimo, mi pare sacrosanto. Credo però che ognuno di noi si debba assumere le responsabilità di ciò che dice, senza esser sottoposto a tribunali dell’Inquisizione. I burocrati dell’Unione Europei sono adulti e (speriamo) vaccinati.  Quel che penso del politically correct l’ho già detto anni fa in un mio saggio –  Igiene verbale. Il politicamente corretto e la libertà linguistica – Vallecchi, recensito da Umberto Eco. In sostanza, il termine si riferisce a un movimento nato negli Stati Uniti (con centro di irradiazione nei campus universitari) negli anni Ottanta del Novecento, movimento animato dalle migliori intenzioni: estirpare la malapianta della discriminazione, dell’omofobia, del razzismo, del sessismo. Tre le sue convinzioni, la prima ingenua le altre tossiche: a) che si possa cambiare il mondo imponendo parole nuove, neutre; b) che il genere umano, per progredire, abbia bisogno di campi di rieducazione ideologica; c) che esista una verità assoluta – la propria.  La storia, ahimè, ci insegna che i movimenti rivoluzionari troppo ambiziosi – miranti a raddrizzare il legno storto dell’umanità – finiscono fatalmente per lastricare le strade dell’inferno con le loro benemerite intenzioni. E infatti dalla volontà di promuovere la tolleranza e l’accettazione della diversità in un mondo pieno di ingiustizie, si è passati all’intolleranza più bieca.

Sia ben chiaro: il documento dell’Unione Europea è tutt’altro che intimidatorio o pericoloso. Tuttavia rappresenta un vistoso cedimento verso una cultura politica questa sì nociva.  Il politicamente corretto non è riuscito a fiaccare le nostre democrazie, nondimeno vi ha iniettato dosi cospicue di veleno illiberale. Oggi la rivista The Economist lancia un grido d’allarme: sta diventando sempre più difficile ospitare nelle università angloamericane, nei dibattiti pubblici o per public lectures, i personaggi reputati politicamente scorretti (tradizionalisti, conservatori, dissidenti di sinistra ecc). La censura si affaccia in forme subdole. Più che a un veleno, il politicamente corretto assomiglia al virus COVID: oltre a diffondersi a macchia d’olio, nel suo percorso subisce mutazioni che lo rendono ancor più letale.  Dalle comprensibili richieste iniziali, rivolte a professori e personaggi pubblici, di usare un linguaggio inclusivo, si è passati all’accusa di sessismo, omofobia, razzismo e chi più ne ha più ne metta, nei confronti di tutti coloro a cui scappi, magari inconsapevolmente, una parola o immagine proibita dai nuovi censori della pubblica moralità. Stiamo assistendo a un ulteriore salto di qualità, peraltro: per esser stigmatizzati come fascisti o carogne sotto mentite spoglie non è necessario limitarsi all’offesa tradizionale (‘negro’ al posto di ‘nero’ o ‘afroamericano’, per esempio). Basta manifestare dubbi che so io, sul concetto di “identità gender fluida”, oppure dire che il sesso biologico è più importante dell’identità di genere, oppure ancora contestare la prassi dell’utero in affitto, che pure molte femministe aborrono. Il fatto è che il politically correct si è fuso con la cancel culture: guai se in una università angloamericana osi tessere gli elogi di Winston Churchill. Del tutto irrilevante la circostanza che fu lui, con la sua ostinazione, a salvarci dal nazifascismo: un monarchico e colonialista di quella risma merita solo esecrazione perenne. Che le statue erette in suo onore vengano demolite senza pietà. Allo stesso modo chi difende la famiglia tradizionale (categoria, beninteso, a cui io non appartengo) viene bollato come un nemico della civiltà dei Lumi. Eccola, la caccia alle streghe del nostro secolo!

Il paradosso è che i fautori della flessibilità gender, che di certo io non condanno in astratto (purché non imbavaglino gli altri), sono inflessibili nel rappresentare la storia in bianco e nero, amici e nemici. Nessuna tonalità intermedia. Il che li apparenta ai tradizionalisti che pure odiano ferocemente. Ciò che disturba noi, ‘uomini’ di sinistra, è che il virus sia stato creato in un laboratorio appartenente alla nostra cultura. O forse no. Come dice Luciano Pellicani in un mirabile saggio, “Il Vangelo socialista” o saggio su Proudhon, esistono due sinistre inconciliabili, diametralmente opposte: quella leninista-giacobina-illiberale e quella riformista-liberale. Il politicamente corretto appartiene alla prima.

A distanza di anni dal mio saggio, aggiungo il carico da novanta. Due parole chiave del nostro tempo dimostrano la miseria filosofica e politica di questa cultura politica liberticida: identità e ipocrisia. Parole, queste, strettamente correlate. 1) L’identità, ovvero l’ossigeno delle società umane. L’idea che io, europeo bianco ‘caucasico’, nato e cresciuto in una famiglia cristiana debba rinnegare la mia storia, le mie radici, al fine di rispettare gli immigrati di fede diversa è assurda, folle. Lo è anche se, crescendo, sono divenuto laico o ateo. Pasolini, da genio qual era, lo capì nel lontano 1961: “io, per me, sono anticlericale (non ho mica paura a dirlo!), ma so che in me ci sono duemila anni di cristianesimo: io con i miei avi ho costruito le chiese romaniche, e poi le chiese gotiche, e poi le chiese e barocche: esse sono mio patrimonio, nel contenuto e nello stile. Sarei folle se negassi tale forza potente che è in me: se lasciassi ai preti il Monopolio del Bene”.  Basta sostituire la parola ‘preti’ con ‘sovranisti o populisti xenofobi’ e il testo diventa ancor più attuale. Se io, socialista, non rivendico le radici cristiane, evangeliche, del mio socialismo come potrò svelare l’ipocrisia dei politicanti della destra illiberale che sventolano rosari e crocefissi in pubblico mentre rinnegano, nei fatti, Cristo? 2) L’immarcescibile ipocrisia: proprio Gesù la condannava (“sepolcri imbiancati…”). L’atteggiamento ipocrita non è appannaggio della destra. Ciò che è sfuggito alla più parte dei commentatori, in questo psicodramma da cabaret – ciò che grida vendetta al cospetto dell’Uomo-Dio e delle nostre coscienze – è questo: mentre i burocrati stilavano le linee guida sul termine “Natale” da usare con cautela, nessuno ha pensato alle migliaia di profughi affamati e intirizziti, al confine con la Polonia, nel Mediterraneo, nei Balcani, che premono ai nostri confini. Profughi e migranti che i veri cristiani non vogliono accogliere nella ricca e grassa Europa. Che effetto politicamente corretto avrà su di loro una frase come “le festività possono esser stressanti”? Immagino che si sentiranno meglio, quasi per magia, qualora siano musulmani. Si sentiranno, finalmente, rispettati. Dietro al filo spinato o sotto il gettito degli idranti.

 

 

 

N°: 86 del 06/12/2021

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