La civiltà dei “non vaccinati”

– di MAURIZIO FANTONI MINNELLA –

Non ho ancora terminato di guardare le immagini riguardanti le molte manifestazioni e cortei “no green-pass”, e già sento crescere in me un senso di disgusto. Un manifestante che minaccia di tagliare la gola a un giornalista di un noto quotidiano nazionale, sferrandogli poi un pugno in faccia, un gruppetto di manifestanti, apparentemente gente qualunque, normale, che dopo ripetuti insulti devasta un gazebo del Movimento Cinque Stelle al grido colmo di risentimento di “venduti”, oppure “vi avevamo votato”, orde di militanti di Forza Nuova e Casa Pound che spadroneggiano in tutte le piazze nella speranza di raccattare qualche consenso, e via degenerando. Comunque scene di puro isterismo collettivo. Di fronte a immagini come questa viene perfino voglia di rimpiangere gli ordinati cortei operai e quelli più fantasiosi dei Movimenti anti globalizzazione del dopo G8. Se entrambi esprimevano turbolenze e desideri frustrati dalle solite maggioranze al potere, lo facevano in difesa di un pensiero politico marxista o libertario, comunque non ispirato, come in questo caso, al più bieco individualismo privato: una forma di prepotente egoismo ammantato di quella ferocia populista che è modalità propria dell’estrema destra, sta crescendo nel nostro paese, diventando prassi comune autolegittimatasi, e questo a prescindere dalle ragioni che pongono i cittadini a favore o contro il vaccino o il green-pass. Si potrà perfino obiettare che tale provvedimento non sia proprio a termine di legge e che possa, in qualche modo, creare una serie di difficoltà quotidiane ai cosiddetti “non vaccinati” (per loro libera scelta!), ma sventolare con perentoria ostinazione lo spauracchio della privazione della libertà, sembra davvero troppo. Che cos’è libertà per questi signori? Che cosa significa per loro essere e sentirsi liberi? Qualcosa che, psicologicamente ed emotivamente ha a che vedere, appunto, con l’egoismo individuale, nel più totale sprezzo dell’evidenza dei fatti e, in taluni casi, di rifiuto di riconoscere la grave emergenza sanitaria che tutti stiamo vivendo e subendo con una sfilza di morti alle spalle, risponde ad una precisa reazione emotiva, indifferente al bene comune, al rispetto verso coloro che hanno fatto una scelta diversa, ossia quella di accettare di vaccinarsi.

Il green-pass può anche essere un provvedimento per taluni versi iniquo che probabilmente non risolverà il problema del contagio, quanto, invece, potrebbe esserlo quello di vaccinarsi tutti, ma non è stravolgendo la realtà delle cose, da cui certamente emergono dubbi, criticità, ripulsa verso chi continua a speculare sulla prevenzione e sulla cura, e timori circa l’efficacia e la durata dei vaccini, che si potrà giungere a una definitiva soluzione del problema. Si pensi piuttosto a quante imposizioni diventate leggi ci si è adattati senza fiatare, a quanti vaccini abbiamo esposto il nostro corpo da quando viviamo, a quanti soprusi sottostiamo ogni giorno e a cui abbiamo assistito con indifferenza, ad esempio nei giorni di Genova 2001 o rispetto alla questione dei diritti dei lavoratori e dei migranti, ben più gravi di una carta scritta con il proprio nome che ti dà il diritto di accedere a determinati luoghi pubblici.

Coloro che non hanno il green pass perché non hanno voluto e non vogliono vaccinarsi, non solo maledicono chi l’ha inventato, ma anche coloro che hanno scelto il vaccino per salvaguardare la propria salute e quella degli altri. Ecco una possibile spiegazione: perché siamo entrati di forza nell’era ipocrita e ossimorica dell’individualismo di massa.

Ma c’è anche una sinistra agguerrita che sul fronte della pandemia, distinguendo tra vaccino e green pass, redige un documento dal titolo programmatico: “Kit di pronto soccorso antifascista contro il nuovo lasciapassare”, affermando tra le altre cose che il green pass è “uno strumento politico di sorveglianza, una frontiera sui nostri corpi”. Attraverso i 12 punti di cui si compone il documento, non è difficile rilevare un approccio apocalittico, sebbene non necessariamente complottista, dove l’elemento che emerge maggiormente è quello del controllo e di una sua possibile persistenza futura. Vi emergono, altresì, alcuni elementi che decontestualizzati, ci riporterebbero ad una semplice critica marxista all’esistente, ossia al sistema neo-liberista di sfruttamento dei lavoratori, nella massificazione e nella discriminazione tra luoghi dove accedere liberamente senza green pass (come chiese, stadi, centri commerciali) e altri dove quest’ultimo resta un obbligo imprescindibile (biblioteche, cinema, teatri e altri luoghi della cultura), a riprova dell’esistenza di precise gerarchie d’importanza di massa (Religione, Sport e Mercato), e questi non spariranno certo con la fine della pandemia!. Si intende, inoltre, negare lo stato emergenziale come temporaneo e funzionale al livello di gravità della malattia, sottintendendo anche in maniera fin troppo chiara che ciò che stiamo vivendo e “subendo”, sarà soltanto l’inizio… Perché allora, proprio su tali basi, la sinistra vera non si sforza di riorganizzarsi in un progetto che vada ben oltre la stessa pandemia?

Quanto ai firmatari di un altro documento, in opposizione al provvedimento, non deve impressionare la presenza di nomi di intellettuali prestigiosi, filosofi riconosciuti come Massimo Cacciari e Giorgio Agamben che con la sua teoria dello “stato d’eccezione” ha tratteggiato scenari distopici verosimili ma non necessariamente collegati alla pandemia. Sarebbe forse più utile riprendere quel fil rouge, quel filo perduto di autentica lotta collettiva che il Movimento del 2001, a suo tempo, e con giuste ragioni, aveva intrapreso contro le trappole economiche e ambientali messe in atto dai potenti della terra, poiché non si intende qui affatto negare che vi siano ormai due tendenze nel mondo inevitabili: quella del dominio da parte di un’élite mondiale (i padroni dell’economia e del potere militare, ossia gli Stati) e quella della sottomissione, ossia le masse popolari sempre più socialmente allargate. E’ evidente che tale polemica spicciola sia solo il pretesto messo in atto da masse frustrate proprio perché inascoltate su questioni di primaria importanza, per affermare un solo vecchio imperativo categorico: urlo dunque esisto!

E se poi volessimo davvero credere che i fautori della scienza applicata alla pandemia per via vaccinale si occupassero più dell’uomo biologico che di quello, per così dire, “culturale”, cadremmo in un colossale errore: senza il bene primario della salute fisica non ci può essere quello del cosiddetto homo faber. Il tempo, forse, stabilirà, se questi signori avessero ragione o torto. Per il momento, da parte nostra, non smettiamo di credere che comunque, sia la speculazione politica a prevalere sulle idee e che questo non faccia altro che alimentare odio e divisione tra i cittadini, tra le persone, ben altra cosa, sia chiaro, rispetto ad un vero pensiero critico, che oggi auspichiamo possa riaffermarsi.

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