Il caso Montanari e le foibe – ora e sempre: libertà!

– di EDOARDO CRISAFULLI –

Il tribunale dell’Inquisizione ha ripreso brillantemente le attività dopo la pausa estiva. Una scomunica s’è abbattuta sul capo di Tomaso Montanari, noto (e originale) storico dell’arte nonché Rettore in pectore dell’Università di Stranieri di Siena. Il capo d’imputazione? L’aver scritto un editoriale critico sulla giornata in memoria delle Foibe. Ne sono scaturiti fuffa e ruggiti prevedibili, se non fosse che… alla cagnara della destra si sono aggiunte le voci di alcuni socialisti dalle credenziali libertarie impeccabili.

Un conto è criticare le tesi, discutibilissime, di Montanari. Tutt’altro discorso è invocarne con grida spagnolesche le dimissioni (anticipate, peraltro!) dal rettorato, o, addirittura, l’allontanamento dalla docenza per indegnità morale. Gli inquisitori sono determinati: il grave peccato commesso – l’eresia – richiede un’espiazione adeguata. Richieste di punizione, queste, gravissime. Invocare il bavaglio per i dissenzienti è incompatibile con la militanza nella comunità liberal-socialista, cui mi onoro di appartenere.  Sono in gioco, qui, due articoli della nostra Costituzione: il 21, che sancisce il principio sacrosanto della libertà di espressione e il 33, che tutela l’altrettanto essenziale libertà di insegnamento e di ricerca.

Nelle liberal-democrazie il professore universitario è “tenured”, ovvero illicenziabile (a meno che non sia un terrorista o un serial killer), nonché immune da qualsiasi sanzione disciplinare assimilabile in qualche modo alla censura. Questa è una regola di civiltà: la libertà dei docenti e dei ricercatori garantisce la libertà di tutti noi. Sappiamo bene cosa significa vivere in società, come quella sovietica o fascista, in cui il docente di ruolo “eretico” era soggetto a forme di epurazione, manifeste o striscianti. Le liberal-democrazie si reggono su una struttura portante, l’equilibrio dei tre poteri dello Stato. A tutela delle libertà, tuttavia, occorrono normative e prassi anche nelle piccole cose, che poi tanto piccole non sono, fra queste appunto l’intangibilità del professore titolare di cattedra. Non è che viviamo nella valle dell’Eden per il solo fatto che si tengano regolarmente libere elezioni cui partecipano una pluralità di partiti; né possiamo dormire sonni tranquilli se Parlamento e Governo non prevaricano sulla Magistratura. Ribollono pur sempre, nelle nostre società, gli interessi di parte. Gli apparati dello Stato, il potere politico e le lobby economiche possono esercitare ricatti e pressioni sugli intellettuali che parlano a ruota libera. Il pluralismo dell’informazione è uno slogan vuoto senza liberi pensatori in carne e ossa, che non temano ritorsioni.  Gli intellettuali ipercritici, i Bastian contrari, talora spocchiosi insopportabili, sono la linfa vitale della società aperta – elogiata ossessivamente da Luciano Pellicani, straordinario studioso liberal-socialista. Tomaso Montanari appartiene a quella schiatta: Iddio lo benedica. Di tutto la sinistra liberal ha bisogno meno che di zittire una delle poche voci critiche, in questa Italia che sta scivolando nel baratro del conformismo destrorso più becero.

I liberali incistati in schieramenti contrapposti dovrebbero fare fronte comune a difesa di un principio irrinunciabile: il diritto all’eresia, che è anche libertà di offendere.  Dobbiamo opporci con tutte le nostre forze ai ricorrenti – e folli – tentativi di introdurre nel nostro ordinamento nuovi reati di opinione, veleno della liberal-democrazia. Il reato di opinione è uno degli squallidi mezzi con cui leader autoritari eletti modellano democrazie illiberali: il voto, per costoro, è un plebiscito che consente loro di governare senza reale opposizione. Ne abbiamo a iosa di esempi. Attenzione anche alle ripercussioni della rivoluzione digitale: gli anatemi e le scomuniche – e, più volgarmente, gli insulti – sui social media sono intimidazioni che hanno la forza demolitrice di una slavina. Oggigiorno la character assassination avviene proprio via Facebook (Montanari estremista di sinistra, Montanari radical-chic negazionista, ecc.). Gli attacchi denigratori sono bene organizzati: si manifestano come post corrosivi, fake news, manipolazioni delle idee altrui – spesso anonimi. In un battibaleno si percepisce un clima soffocante: la figura da bastonare viene stigmatizzata con sprezzo, umiliata, derisa. Oggi si imbocca con velocità supersonica la strada per la demonizzazione dell’avversario, pardon, del nemico. Spesso assistiamo a episodi di squadrismo digitale. Ogni muro di autodifesa si sbriciola come se fosse fatto di fango essiccato. Il malcapitato – l’eretico di turno – si trova solo, denudato di fronte al popolo schiamazzante di Facebook, impaziente di sbranare la vittima sacrificale. È la logica dei social media che consente i linciaggi virtuali. Un intellettuale scrive un pezzo controverso sulle Foibe? In pochi si prendono la briga di leggerlo e di meditarci sopra, le masse digitalizzate sono sul piede di guerra: la sola visione di un post manipolatorio che citi l’articolo in questione è sufficiente per gettarsi nell’arena con la bava alla bocca. È così che le notizie (vere) rimbalzano sui social media, dove vengono falsificate o banalizzate dando la stura a roventi polemiche! Badate bene, però: questo uso demenziale dei social media non è appannaggio della sola destra.

In sintesi: Montanari ha detto sciocchezze sulle Foibe? Può darsi, ma ciò deve emergere in un libero confronto. Se i social media lo rigettano, che il dibattito avvenga sulla carta stampata, sui blog di approfondimento, come questo su cui scrivo, nelle università, in televisione. Io non condivido la tesi secondo cui la giornata della memoria sulle Foibe nasconde l’intento di equiparare nazifascisti, angloamericani, russi e partigiani. Tuttavia ringrazio chiunque dia il fuoco alle polveri: la questione è importantissima.

Detto ciò, un chiarimento polemico ci sta come il cacio sui maccheroni. La destra postfascista scalpita per metterti il bavaglio, caro Montanari, e noi liberali ti difenderemo. Sbagli però a prendertela unicamente con quella fazione. Da dove sgorga infatti l’amore per la censura se non dall’alveo della sinistra illiberale? Si pensi alla legge sul negazionismo della Shoah, il genocidio ebraico ad opera dei nazisti e dei loro collaboratori. Carlo Ginzburg, il cui padre fu torturato e ucciso dai nazifascisti, era contrario. Un’opinione che pesa, la sua: Ginzburg è uno dei più geniali studiosi che abbiamo in Italia. Il negazionismo della Shoah, che è vomitevole, lo si sconfigge, appunto, nei dibattiti pubblici, nelle aule universitarie e scolastiche, non con le sanzioni penali. Che dire poi delle continue richieste di passare leggi che sbattano in galera i nostalgici del fascismo — oggi, a settant’anni suonati dalla caduta del regime mussoliniano che avvenne nel lontano 1945!  Rispunta il viziaccio che speravamo scomparso: si annida sempre in qualche anfratto il nemico assoluto, il pericolo per la democrazia, il fascista mascherato, che va neutralizzato a suon di reati di opinione. L’Italia democratica non ha alcun bisogno di criminalizzare i (penosi) fascisti d’oggi: basta e avanza l’eccellente legge in vigore che vieta la ricostituzione del partito fascista – finora quella legge voluta dai nostri Padri costituenti ha funzionato egregiamente. Lo stesso discorso va fatto ai leader e militanti infervorati della destra che vorrebbero imbavagliare o punire gli intellettuali di sinistra.

Il problema sta nell’invenzione della categoria del negazionista “maligno” (sulla falsariga di revisionista, criptofascista ecc.) quale arma di lotta ideologica, strumento di scomunica, ostracismo dei tempi moderni. Se postulo che i negazionisti sono gli eretici del mondo odierno, personaggi pestiferi, nocivi per la salute nazionale, siamo a un passo dalla criminalizzazione dell’avversario.  Una volta affermato il principio che il dissenziente può essere perseguito per legge – principio che erode le fondamenta della democrazia liberale -, ovvio che tutti, Guelfi e Ghibellini, Guelfi Bianchi e Guelfi Neri, reclameranno a gran voce il diritto alla sanzione ideologica. Ecco l’assurda tenzone che ci tocca sopportare: la sinistra persegue con cieca determinazione i negazionisti della Shoah, la destra a sua volta scalpita per punire coloro che negano o sminuiscono la gravità delle Foibe.

Il problema, cari intellettuali antifascisti, non è la legge sulle Foibe, la quale peraltro non equipara affatto chi combatteva per la libertà dei popoli, gli Alleati, e chi per sopprimerla nel sangue, i nazifascisti. Il problema, semmai, è l’uso smaccatamente politico che se ne fa, da una parte e dell’altra delle barricate. Un massacro è, appunto, un massacro. Cancellarlo dai libri di testo e dalla memoria dei giovani sarebbe deleterio. Si tratta piuttosto di condannarlo e di spiegarne le ragioni. La Guerra Fredda è finita da un bel pezzo, le ideologie sono morte e sepolte, eppure le battaglie politiche sono sempre più feroci, non ammettono armistizi, mediazioni né punti di incontro. Siamo entrati a gamba tesa in un’epoca post-ideologica tutt’altro che pacifica. Imperversano le “culture wars”, come le chiamano gli angloamericani. Guerre culturali in cui ci si scanna sulla storia patria, sull’identità nazionale ecc. La destra, che un tempo criticava la sinistra giacobina e illiberale, s’è accodata all’andazzo: lotta anch’essa per imporre la sua visione politically correct, la sua narrazione totalizzante, la sua verità assoluta. Che ironia! La storia ha voluto che arrivassimo al culmine dell’odio ideologico in assenza di ideologie (e, addirittura, di culture politiche).

Senonché siamo al muro contro muro, alla delegittimazione totale dell’avversario, alle rivalse becere, al rifiuto della storiografia scientifica.  Come se ne esce? In un solo modo: con un’energica “spruzzata rivitalizzante” di idee liberali nei campi avversi, non già imponendo per legge un bavaglio o forzando il silenzio per autocensura. Solo un’infinità di libere discussioni eviterà l’incancrenirsi di due malattie che si alimentano a vicenda: il massimalismo di una certa sinistra che, salendo in cattedra, dà del traditore o del criptofascista a chiunque dissenta dal suo antifascismo dogmatico e manieristico, e il revanscismo furibondo della destra postfascista che rumoreggia per diventare, a sua volta, forza egemone. È così, caro Montanari, solo così, che sconfiggeremo la narrazione neofascista: recuperando la lezione dei nostri illuministi più prossimi: i liberal-socialisti Norberto Bobbio e Luciano Pellicani.

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