Alessio Boni, o della vita come letteratura. Note a margine del libro del grande attore, Mordere la nebbia

-di PIERLUIGI PIETRICOLA

 

Maugham sosteneva che la vita e la realtà sono pessime narratrici: iniziano una storia e non la concludono; o lo fanno con ritardo, il più delle volte senza sorprendere. Per colorire questa tavolozza priva di sfumature, è necessaria la fantasia e, cosa più importante, una trama che leghi gli eventi secondo una logica misteriosa e tutta intrisa di colpi di scena.

Pur dandogli ragione, mi chiedo: cosa avrebbe pensato Maugham leggendo il libro di Alessio Boni Mordere la nebbia? Ingenuamente, forse, l’avrebbe ritenuta opera di fantasia che alla vita vera dell’autore si è ispirata.

Ma non è così.

Conosco Boni da più di dieci anni e siamo amici, malgrado ci si veda poco. Le cose che ha raccontato nel suo bellissimo libro, posso affermarlo con certezza, sono tutte vere. Di vite straordinarie, come quella che ha vissuto lui fino ad oggi, ve ne sono poche. O non se conoscono perché mai raccontate in un libro.

Schietto, con uno stile essenziale e privo di orpelli, Mordere la nebbia ha la qualità essenziale propria dello scrivere bene: il ritmo.

Lo diceva Proust: è essenziale, prendendo la penna in mano di fronte al foglio bianco, catturare quella particolare cadenza con la quale ciascun libro vuole venire al mondo. E man mano che si procede, occorre variare come un compositore fa con una sinfonia. Lo stile ora rallenta, ora procede al trotto oppure al galoppo e poi si arresta: può indugiare su un particolare, un ambiente o una descrizione, così come rincorrere i fatti che velocemente si susseguono fino a disegnare un destino. Ogni libro ha una sua melodia, unica e irripetibile. Compito del bravo scrittore è intuirla e trasporla sulla pagina. Le parole seguiranno, sgorgheranno dalla penna come per magia senza che l’autore se ne avveda. E noi lettori ci accorgiamo di tutto questo quando non riusciamo a distogliere lo sguardo dal libro; e vorremmo leggerlo tutto d’un fiato, rinunciando al sonno e ai pasti pur di arrivare alla fine e scoprire quale disegno il fato ha riservato ai protagonisti della storia.

Di questa felicità, Mordere la nebbia è intessuto dalla prima all’ultima pagina. Boni ha dimostrato di saper padroneggiare l’arte del racconto come se avesse fatto da sempre il romanziere. Complice il suo mestiere di attore, oppure una passione mai confessata, fatto sta che egli sembra sia nato scrittore.

La letteratura, per lui, pare non avere segreti. Sa costruire il disegno generale entro il quale inserire le tessere della narrazione, adottando la giusta distanza dagli eventi per descriverli appropriatamente. Ma più che di descrizione, sarebbe giusto in questo caso parlare di rappresentazione. Perché Boni, raccontando, mette in scena. E leggendo par di vedere, come il protagonista dell’Aleph di Borges, il provino fatto per entrare in Accademia, le titubanze e i timori di lavorare con un genio come Strehler, la ridda di intuizioni e fantasie nel trovarsi a ridurre per le scene capolavori come il Don Chisciotte o I duellanti di Conrad, lo stupore nel familiarizzare con personaggi realmente esistiti e entrati nel pantheon del mito quali Ulisse, Puccini, Caravaggio o il principe Andrej Bolkonskij.

Così facendo, Alessio – posso permettermi questa confidenzialità – ha dimostrato che anche la letteratura può essere teatrale. Anzi: se vuole essere buona letteratura, non può rinunciare ad una sua teatralità, ad una sua capacità di saper rendere vivi i personaggi che crea e dei quali racconta le vicende. Non vi sono ricette o trucchi per raggiungere questo effetto: è un apprendistato lungo, faticoso, meticoloso: Alberto Savinio sosteneva che scrivere è questione di cottura, un’arte affidata alle pazienti cure del tempo. Quest’arte, Boni la possiede e padroneggia in modo eccellente. Ecco perché Mordere la nebbia è uno dei rari libri, fra quelli pubblicati di recente, che duole aver terminato e si vorrebbe immediatamente rileggere dapprincipio.

Improprio definire il libro di Alessio come un’autobiografia. Le memorie di una vita sono qualcosa di definitivo, una sorta di puntello che l’autore pone come dicendo: “Da ora in poi non vivo più ma attendo; ma lo faccio ricordando e condividendo il mio passato con i futuri lettori”. Ecco perché nelle autobiografie, salvo rarissimi casi come Simenon, si respira un’aria di malinconia e di rimpianto.

Non è il caso di Mordere la nebbia, che con le Memorie intime dell’autore di Maigret ha molto in comune sul piano dello stile e del tono. Al contrario, domina nel libro di Alessio un grandissimo senso del futuro. Dirò di più: una gioia nel progettarlo e scoprirlo, verificando come e in cosa le proprie aspettative saranno confermate o diversamente sorprese.

Pensando e ripensando prima di stendere queste poche righe, mi sono convinto che Boni abbia scritto il suo libro come risposta e sfida a una celebre frase di Ennio Flaiano: “Ho una tale sfiducia nel futuro, che faccio progetti solo per il passato”. Se c’è una cosa di cui Alessio è sprovvisto, è la sfiducia. Non gli manca il coraggio, né l’audacia, per affrontare quelle difficoltà, piccole o grandi che siano, che la vita a tutti pone davanti. E questo perché, consapevole di ciò che vuole ed è, sa come plasmare, per quanto possibile, il disegno che il fato gli ha riservato.

Convinzione, questa, resa più forte dall’arrivo del piccolo Lorenzo; al quale, oltre a raccontare favole dall’inizio magico: “C’era una volta… «Un re!» diranno subito i miei piccoli lettori”, Alessio racconterà una storia che fiaba non è, ma che è altrettanto magica e avvincente: “In molte lingue recitare è espresso con lo stesso termine che si usa per definire il gioco… Non credo sia un caso se ripenso all’infanzia”.

pierlu83

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