Papa Francesco, il comunista sovversivo

– di EDOARDO CRISAFULLI –

Papa Francesco – oddio! – ha dichiarato che la proprietà privata “non è intoccabile”. Ecco che dagli ambienti reazionari scocca la freccia avvelenata: Papa Francesco è un comunista terzomondista travestito da vicario di Cristo, un apostata, un anti papa. Durante una messa domenicale il Pontefice argentino si è espresso così: “Gli Atti degli Apostoli raccontano che ‘nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune’. Non è comunismo, è cristianesimo allo stato puro”. Non c’è bisogno di scomodare raffinati esegeti dei Vangeli: l’affermazione di Papa Francesco è inappuntabile. Che Gesù professasse idee di stampo socialista e che le prime comunità cristiane fossero, coerentemente, protocomuniste, è un fatto evidente, che non richiede elaborate dimostrazioni. Ricordo due soli esempi: (a) la parabola del Buon Samaritano (invito alla misericordia e alla compassione verso il nostro prossimo in difficoltà, anche se straniero/diverso da noi), (b) la celebre frase di Cristo “È più facile per un cammello passare per la cruna d’un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio! (Luca 18:25). I conservatori, i ricchi possidenti – sedicenti cristiani – di ogni tempo e luogo hanno sempre ignorato o negato questa carica rivoluzionaria del Vangelo. E i vertici della Chiesa cattolica li hanno aiutati: quella carica l’hanno depotenziata, neutralizzata. L’alleanza trono-ceti dominanti-altare ha edulcorato il cristianesimo autentico. Sono, questi cresocristiani conservatori, la reincarnazione dei farisei, sepolcri imbiancati che si pavoneggiano come i veri credenti – figure squallide, ipocriti che Gesù condanna aspramente. Di ben altra pasta un vero combattente di Cristo, un martire, come l’Arcivescovo Romero, trucidato vigliaccamente dai fascisti nel 1980 perché, anche lui, come Bergoglio, applicava la morale socialista del Vangelo, contro l’ordine politico e sociale iniquo esistente sostenuto dalle destre.

A esser onesti: lo so benissimo che una setta rivoluzionaria “pura” non avrebbe resistito come forza egemone, innestata nelle società, ben duemila anni. La storia ci insegna che le chiese devono scendere a compromessi, talora disonorevoli. Il gran paradosso (e la forza) del cristianesimo organizzato noto come cattolicesimo sta tutta lì: un pensiero rivoluzionario cammina (talora incespica) sulle gambe di una struttura che è conservatrice per definizione. Ecco perché vi sono, nella storia della Chiesa, fasi più conservatrici e buie, che si alternano a momenti più progressivi e luminosi (come il Concilio Vaticano II).  La dinamica conservazione-reazione-progresso è sempre sofferta. Che Gesù, quando conferì a Pietro il primato con quelle celebri parole, non lo avesse capito?  Difficile crederlo. Una Chiesa impura è infinitamente più forte, nei millenni, rispetto a una setta di duri e puri. Se io, progressista, riconosco che la corrente di destra è necessaria (da un punto di vista storico, umano) per la sopravvivenza della Chiesa, come mai i cattolici conservatori ignorano ogni legittimità al cattolicesimo liberale e di sinistra?

Antonio Socci contesta duramente il Papa. E ci ricorda, bontà sua, che il comunismo cristiano fu un disastro economico e morale. Mettere a reddito campi e case produce reddito, svenderle per regalarne i proventi ai poveri, come facevano i discepoli e San Francesco, generalizza la miseria. La quale “è una disgrazia, non un valore positivo”.  Concorderebbe il Gesù dei Vangeli? Ne dubito. Socci però insiste: senza un gettito di denaro continuo non si può aiutare i bisognosi: la società si impoverisce. Socci, giustamente, ci mette in guardia dalla facile condanna del denaro come sterco del demonio. Un pensiero, il suo, sempliciotto ma sensato. E infatti io da oltre trent’anni milito nell’esigua schiera liberal-socialista che reputa il capitalismo non già una brutta bestia da abbattere, come fecero i bolscevichi, bensì (per dirla con Olaf Palme) una pecora da ingrassare e da tosare. Mi aspetterei, però, questo genere di osservazioni assennate da un laico. In quanto credente e militante cattolico, caro Socci, devi fare i conti col Vangelo. Il quale parla chiaro! Puoi arrampicarti su per gli specchi infinite volte, scivolerai e sbatterai il grugno in terra ogni singola volta: ti piaccia o meno, la predicazione di Gesù era di stampo comunistoide, pauperista, ostile ai ricchi possidenti e commercianti dell’epoca. Sì, per Gesù la povertà è un valore; la ricchezza materiale isterilisce. Scegli, dunque: o con la destra reazionaria o con Gesù.

Fra le baggianate che Socci ci ammannisce, ve n’è una che gli perdono volentieri: il cristianesimo sarebbe una religione geneticamente laica. Questo luogo comune, infatti, è propagato anche da intellettuali cattolici di gran spessore intellettuale. Papa Francesco rinnegherebbe addirittura la laicità cristiana (un bel ossimoro!).  E infatti, nelle sue omelie, tende a sovrapporre comunità religiosa e Stato. “Lo fanno gli islamici con la Sharia, ma il Vangelo invita a distinguere fra Cesare e Dio”. Nulla di più banalmente falso: per un ebreo del I secolo (e per tutti i cristiani che lo hanno venerato nei secoli seguenti) la teocrazia è l’unica forma di governo concepibile. Cesare è un pulviscolo rispetto all’immensità di Dio. Le sue leggi sovrastano quelle umane. Gesù dovette semplicemente districarsi – e lo fece in maniera geniale – quando, per coglierlo in fallo sulla tassazione, i suoi nemici gli mostrarono la moneta con l’effigie di Cesare: la Palestina dell’epoca era sotto occupazione. Su questo episodio vi sono tanti studi autorevoli. Si legga Emanuele Saverino, Pensieri sul cristianesimo: per Gesù è impossibile che si servano due padroni egualmente tirannici: o mammona (il denaro, il potere ecc.) o Dio. Tertium non datur.

Che le cose stiano così, lo dimostra il fatto che il pensiero cristiano, per oltre 1500 anni, è stato rigorosamente imperniato sulla validità della teocrazia – è stata contestata la ierocrazia: il potere temporale dei papi, il governo dei preti, il che è tutt’altra cosa. Dante, la più gran mente del Medioevo (e non solo!) lo conferma: certo che l’Imperatore, unificatore della cristianità, doveva essere autonomo dal papato per quanto concerne gli atti di governo. Ma era imperativo che egli fosse un buon cristiano, il suo ruolo era quello di primo difensore della Chiesa e della fede cristiana. Basta leggersi la chiusa del trattato politico Monarchia per capire che l’idea della laicità cristiana-dantesca è una divertente invenzione moderna. [1] Laicità significa libertà di non credere: lo Stato laico/liberale è agnostico. Questa libertà è blasfema, una bestemmia, una rivolta contro l’ordine divino del creato, sia per un ebreo dei tempi di Gesù, sia per i cristiani fino all’irrompere della modernità (Riforma Protestante, Illuminismo ecc.).  Per i cattolici la libertà laica/liberale rimase all’indice, in quanto idea demoniaca, fino ai primi decenni del Novecento – la condanna, nettissima, del liberalismo risale al Sillabo del 1864, voluto da Pio IX. L’ostilità al liberalismo fu riaffermata dai suoi successori, fino all’epoca fascista.

Perché è necessario questo chiarimento? Semplice: per rintuzzare l’altra accusa che – come un disco rotto – ripetono i cattolici della destra reazionaria (quella liberale è ben altra cosa) da quando Bergoglio è salito al soglio pontificio: ovvero che costui sguazza nella politica anziché fare il pastore di anime e occuparsi di sacramenti, tradizioni, dogmi astrusi, vita nuova nel paradiso terrestre, canti gregoriani e quant’altro.  Naturalmente se un papa definisce Mussolini l’uomo del destino, e se i suoi vescovi benedicono le truppe coloniali che vanno a macellare gli etiopi copti (come fece, fra gli altri, l’autorevole Cardinale Arcivescovo di Milano Alfredo Ildefonso Schuster), beh…questo mica è far politica. [2] Insomma: se il papa si allea con dittatori, approva guerre di conquista e si comporta come un reazionario allora sì che è neutrale, nonché fedele allo spirito dei Vangeli! I cattolici di destra, si sa, sono anzitutto (e visceralmente) di destra e poi cattolici. Sicché tutto ciò che puzza vagamente di sinistrorso nei Vangeli lo espungono con un tratto di penna, e sentono la coscienza a posto. Loro possono entrare in chiesa con la pelliccia, dopo aver parcheggiato la Mercedes. Gli unici incoerenti sono i militanti ed elettori della sinistra. La Caritas cristiana è un’invenzione socialcomunista.

L’estrema destra ha una visione distorta, manipolatrice del cristianesimo – nobile religione che, ponendo l’esser umano al centro dell’universo, combatte il fariseismo di ogni tempo e luogo. A che pro rispettare le prescrizioni religiose se non ami il prossimo tuo come stesso? L’ha detto Cristo, non è una mia interpretazione posticcia. Ne consegue che papa Francesco è obbligato a far politica, e persegue peraltro quella sacrosantemente giusta: la politica socialista evangelica. Il primo leader politico-religioso (figlio di Dio, per chi crede) che politicizzò fino all’esasperazione la sua predicazione fu, appunto, il Cristo. Ormai pochi studiosi credono alla versione ufficiale sulle responsabilità ebraica della morte di Gesù, versione che gli Evangelisti elaborarono non già perché inclini alla menzogna, bensì per opportunità propagandistica: al fine di soppiantare il giudaismo, occorreva ingraziarsi i dominatori romani. Anche i Vangeli, del resto, testimoniano che non fu la totalità del Sinedrio a volere Gesù morto; e circa le folle che lo volevano linciare, il Venerdì Santo: solo un gruppo facinoroso, e minoritario, di giudei desiderava quel terribile supplizio per un Rabbi’ stimato e amato.

Il Ponzio Pilato onest’uomo, ma governatore titubante, cui un Sinedrio spregiudicato e opportunista forza la mano, è una balla megagalattica: illogica sul piano storico, come qualsiasi studioso di storia romana sa bene. Ed è stata peraltro una balla molto pericolosa, tossica: ha rinfocolato duemila anni di antigiudaismo, corrente torbida che, tracimando nelle nostre società, ha irrigato bene l’antisemitismo. Ebrei, ovvero crocifissori dell’Uomo-Dio, responsabili dell’unico deicidio della storia umana. L’ebreo Giuda, l’archetipo del traditore.  La verità è ovvia, per chi non abbia il paraocchi antiebraico: Gesù era un pericolo pubblico numero 1 solo per i colonizzatori romani, essendo a loro noto che il Messia è una figura sia religiosa che politica. Questo Messia nazareno, poi, professava idee egalitarie, la sua predicazione avrebbe potuto coagulare un fronte anticoloniale. I romani, che detenevano lo ius gladium, avrebbero potuto risparmiarlo, figuriamoci se si piegarono al desiderio di vendetta o all’invidia di un manipolo di sacerdoti (sadducei, farisei ecc.).  Se il crudele Ponzio Pilato esitò durante il processo – parliamo di un funzionario romano che senza batter ciglio faceva bastonare e giustiziare qualunque ebreo sedizioso o irriverente gli capitasse sotto tiro –, è solo perché temeva un leader popolare quale Gesù indubbiamente era. Il Sinedrio gli garantì, semplicemente, che nessuna sollevazione popolare sarebbe avvenuta. E bene, fecero i gran Sacerdoti: in gioco c’era la pace. Quando a distanza di pochi decenni, nel 66 A.D., le autorità religiose cadranno nell’illusione zelota, si avrà il bagno di sangue noto come la guerra giudaica, che causerà la dolorosa diaspora.

E così, per comprensibili ragioni di Stato, fu pronunciata quella terribile pena capitale, a cui autorevoli membri del Sinedrio come Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea erano contrari. Non lo si ripeterà mai abbastanza: Gesù fu giustiziato per ragioni eminentemente politiche, la sua predicazione religiosa non interessava affatto i romani, che erano molto tolleranti verso le credenze e i culti dei popoli assoggettati (purché non mettessero in discussione il loro predomino e pagassero i tributi). Smettetela, quindi, saccenti e sedicenti cristiani, di accusare il papa di eccessiva politicità: egli segue, semplicemente, il Vangelo, testo sacro che (detto in termini moderni) ha una forte venatura di sinistra, addirittura eversiva. Socci ha scritto un bel saggio polemico, La guerra contro Gesù. Forse senza rendersene conto, si è arruolato anche lui nell’esercito nero che combatte una guerra blasfema contro il Messia comunista e rivoluzionario nato a Nazareth nell’anno O.

[1] Dante, nel suo trattato, ha risposto “all’interrogativo se l’autorità del Monarca discenda direttamente da Dio o da un altro soggetto”. Essa discende direttamente da Dio. Dante aggiunge un chiarimento che sfata le fantasiose congetture moderniste: “Ma questa verità sull’ultima questione non va intesa in modo forzato, concludendo che il Principe romano non sia in nulla soggetto al romano Pontefice, giacché questa felicità mortale è in qualche modo finalizzata alla felicità eterna. Abbia dunque Cesare verso Pietro quella reverenza che il figlio primogenito deve avere verso il padre: affinché, illuminato dalla luce della paterna grazia, illumini con maggiore efficacia la terra, alla quale è stato preposto da Colui solo che è guida di tutte le cose spirituali e temporali.”

[2] Il 28 ottobre 1935 Schuster, in una omelia, lodò l’esercito conquistatore italiano: «Il galante esercito che, impregnata l’obbedienza al comando della patria, sta aprendo le porte dell’Etiopia alla fede e alla civiltà romana». (Fonte: “Il dovere civile dei cattolici. Un’omelia del Card. Schuster”, in Annuario Cattolico Italiano, Vol. XV, 605-630). Altre parole agghiaccianti di Schuster (Paolo Borruso, Debre Libanos 1937, p. 7): «Cooperiamo pertanto con Dio a questa missione nazionale e cattolica di bene: soprattutto nei momenti in cui sui campi d’Etiopia il vessillo d’Italia reca in trionfo la Croce di Cristo, spezza le catene degli schiavi, spiana le strade ai Missionari del Vangelo»

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