Democrazia e populismo: il nero che avanza

– di MAURIZIO FANTONI MINNELLA –

Coloro i quali, oggi, dichiarano apertamente la propria fede fascista o piuttosto alludono ad una qualche appartenenza a una destra che si richiami all’ideologia propria del ventennio fascista, traggono la loro forza non soltanto dal clima politico generale formatosi nell’ultimo decennio, ma da una serie di convinzioni e da un insieme di dati storici inconfutabili. Proviamo almeno ad enunciarli, senza tuttavia dimenticare che accanto all’antifascismo inteso quale premessa della nuova Costituzione e del nuovo assetto democratico, vi fosse l’anticomunismo come colonna portante e come prassi politica trasversale, ovvero comune a tutte le forze politiche non comuniste, ad eccezione dei socialisti con i quali vi fu dialogo ma anche dissenso. In quanto paese saldamente ancorato al Patto Atlantico, oltre che debitore del fiume di denaro relativo al Piano Marshall, l’Italia dell’immediato dopoguerra presentava tutte le dinamiche di un’insanabile contraddizione e le ambiguità politiche e morali che sarebbero esplose nella seconda metà del XX° secolo e successivamente (nel nuovo secolo) incanalate nell’assetto politico attuale in cui i molteplici fili tessuti per almeno mezzo secolo trovano dei punti nodali nell’insorgere di un nuovo nazionalismo sovranista condito di elementi razzisti, xenofobi e antisemiti che se nel nostro paese si richiama almeno in parte al ventennio fascista, in altre parti d’Europa, ad est come ad ovest, all’esperienza nefasta del nazionalsocialismo germanico. In Italia l’anticomunismo si è sempre ammantato di coloriture sia laiche che cattoliche, soprattutto mostrando una connotazione distorta, sovranazionale, facilmente identificabile con il comunismo sovietico, simbolicamente rappresentato dalla figura onnipotente e onnipresente di Josip Stalin e dunque inteso come il “male assoluto”. Ancora oggi vi è, infatti, la tendenza ad ignorare (per ignoranza o per opportunismo), quello che effettivamente è stato il contributo dei comunisti italiani nella stesura della Costituzione democratica e nello sviluppo della società italiana per buona parte del XX° secolo. Vi è dunque, una retorica che per decenni ha alimentato l’anticomunismo come un’invisibile barriera di sicurezza da innalzare tra coloro che auspicavano il cambiamento verso una società egualitaria, pur tuttavia all’interno di un sistema di libero mercato e quanti invece, da differenti posizioni e visioni, ribadivano che quel sistema, per quanto non infallibile, fosse l’unica opzione possibile. Ora, l’anticomunismo entra in una nuova fase della sua storia, aiutato dalla stessa società liberale o liberista a sbarazzarsi perfino di quelle garanzie liberaldemocratiche o cattolico sociali che non potrebbero che intralciare il proprio superamento a favore di una società non solo finalmente liberata dai comunisti, ma pronta ad accogliere a livello di massa, come sta avvenendo in altri paesi europei, le istanze di un populismo reazionario e autoritario. Coloro che oggi si autodefiniscono fascisti hanno una storia che dopo la caduta del fascismo, paradossalmente, ha permesso, fin dal 1948, una sorta di autorigenerazione e uno sviluppo parallelo a quello delle forze politiche nate dalla lotta di Resistenza, proprio grazie ad un acronimo che inneggiava all’onnipresenza della figura di Benito Mussolini. Questo è dovuto principalmente a due ragioni. La prima, di carattere politico e giuridico, riguardava per un verso la non reale applicazione delle leggi (Scelba e Mancino) sulla ricostruzione del partito fascista e per altro verso il persistere di una complicità tra neofascismo e organi dello Stato (i cosiddetti Servizi deviati) che non poco contribuì all’insabbiamento della verità sulle stragi fasciste. La seconda, di natura antropologica, rivela più di un legame profondo con quel regime, o almeno, con quella mentalità che diremo autoritaria, incline all’esaltazione di un capo carismatico, laddove i vincoli democratici risulterebbero stretti per una visione della società dalla forte connotazione nazionale che oggi, non solo si porrebbe come risposta all’incertezza e all’impoverimento economico di ampie fasce di popolazione, determinata dai guasti della globalizzazione, ma anche come conferma di un “vizio”, di una deriva autoritaria cui parrebbe difficile resistere. Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad una legittimazione del fascismo da parte delle forze politiche che hanno governato il paese in nome del liberismo selvaggio e dell’autarchia nordista, ma al tempo stesso ad una sorta di autolegittimazione, impensabile senza le seguenti convinzioni: che era, innanzitutto, necessario separare la politica del fascismo e la sua ideologia dalla catastrofe bellica che ne decretò la fine, ossia riconsiderarlo come una “normale” opzione politica alternativa alle politiche democratiche e a quelle marxiste. Quel regime, infatti, non solo rappresentò nei suoi vent’anni di potere assoluto, un modello preciso di società che comportò una serie di realizzazioni in ogni campo (materiale e istituzionale), ma la sua stessa sconfitta non fu sostanzialmente politica (la Resistenza antifascista fu effettivamente una forza minoritaria, non in grado, da sola, di rovesciare il regime) bensì militare (dovuta all’alleanza di potenze straniere), e questo, in un certo senso contribuì a rafforzare l’idea che il passato possa modellarsi sul presente. Un pensiero certamente inquietante che solo l’esercizio della ragione e dell’intelligenza potrebbe ancora una volta costituire un argine sicuro contro il degrado della Repubblica. Del resto il netto rifiuto a sinistra dell’identità socialista o comunista nel nome di un generico quanto ambiguo democraticismo, rischia la derubricazione di un’ideologia che non ha ancora esaurito la sua funzione storica, al pari di ciò che era avvenuto per il fascismo dopo il 1945. Per scardinare, infine, questa costruzione artificiale che attinge ottusamente ad un passato che è già stato ampiamente sconfitto, non basta rifarsi passivamente ai valori eterni della democrazia che, come abbiamo visto, possono in ogni momento essere posti in discussione o addirittura banditi, è necessario quantomeno ricostruire i fili spezzati o perduti di un’ideologia dell’uguaglianza e della giustizia sociale che non necessita di essere ribattezzata perchè ha già i suoi nomi. Questo, al di là di qualsivoglia nostalgia identitaria. Non è certo chiamandosi democratici (lasciamolo questo alla tradizione nordamericana che di fatto non ci appartiene!) che si sconfessano gli errori del passato, che si costruisce una società più sostenibile e più giusta. Senza un’analisi rigorosa dei processi economici e delle ricadute a livello sociale, delle trasformazioni del sistema produttivo e dell’abbassamento del livello etico della popolazione, e soprattutto dei limiti dei meccanismi interni alla politica stessa, giunti al limite dell’insostenibilità autoreferenziale, appare davvero difficile se non impossibile, fare una politica sui problemi reali dei cittadini in un paese reale e non più virtuale.

 

 

 

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