Il genocidio di cui nessuno (o quasi) si cura


-di FEDERICO MARCANGELI-

Di violenza è pieno il mondo ed ormai l’assuefazione sembra essere un sentimento estremamente diffuso tra i popoli occidentali. Non ci stupiamo dei morti nelle distanti guerre intestine africane o dei civili affamati e uccisi nelle proteste in sudamerica. Il cervello umano si abitua facilmente a queste atrocità, soprattutto se fisicamente lontane da lui. E’ pur vero che alcune cose dovrebbero ancora destarci, facendo suonare il nostro campanello interiore per ricordarci che c’è un limite oltre il quale l’umanità non dovrebbe più spingersi. Se volessimo tracciare una linea ipotetica, potremmo tranquillamente dire che questa sia stata ampiamente superata in Myanmar (Birmania). Una nazione che da anni rifiuta di accettare l’etnia Rohingya, cercando di eliminarla dalla faccia della Terra. Una scientifica cancellazione sociale e fisica che sta vivendo in questi ultimi mesi il suo apice. Questa strategia ha un nome preciso, che qualcuno ancora si rifiuta di pronunciare: genocidio.

Secondo l’ONU: “per genocidio si intende ciascuno dei seguenti atti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale: Uccisione di membri del gruppo; Lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; Il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale; Misure volte a impedire nascite all’interno del gruppo; Trasferimento forzato di bambini da un gruppo a un altro”. Una serie di elementi che certamente possiamo ritrovare nel contesto birmano. Partiamo però dal principio. I Rohingya sono un gruppo etnico di religione islamica, immerso in una regione quasi totalmente buddista: il Myanmar (ex Birmania). Stiamo parlando di 51’000’000 di abitanti, di cui 1,5-2 milioni di musulmani. Si concentrano principalmente nello Stato Rakhine (il Myanmar è una Repubblica federale), situato nella zona ovest del paese, e proprio da li stanno cercando di fuggire (da anni) a causa delle persecuzioni. Da secoli sono osteggiati dalla maggioranza buddista, che li vede come dei corpi estranei alla comunità fin dal loro insediamento nel 1500. Un profondo odio razziale che nel ‘900 ha subito una crescita esponenziale. Le persecuzioni ufficiali sono iniziate nel 1978 da parte della giunta militare, causando la fuga di quasi 200’000 Rohingya nel vicino Bangladesh. Gli abusi del governo Birmano si avvalsero di una svariata serie di atteggiamenti volti all’annichilimento di questo popolo: dal sequestro dei beni all’estrorsione, passando per i lavori forzati. Sono stati persino oggetto di leggi razziali,promulgate nel 1982, per impedire loro di acquisire la cittadinanza birmana, possedere terreni, viaggiare per il paese senza permesso od avere più di un figlio. Una strategia ad hoc per l’eliminazione sociale del gruppo. Una situazione ampiamente suffragata dalla popolazione, influenzata da anni di indottrinamento anti-rohingya. I Buddisti più estremisti sono tra i più attivi in quest’operazione e da tempo contribuiscono a diffondere l’idea che i birmani musulmani siano dei veri e propri “nemici della patria”. Situazione nettamente al di fuori da un immaginario collettivo che considera i musulmani come “cattivi” ed i buddisti come “pacifisti anti-violenza”. Ciò a dimostrazione che la follia umana non ha colore o religione. Tralasciando queste riflessioni, i Rohingya hanno continuato la loro odissea per tutti gli anni ‘90, con un’escalation senza fine. Ovviamente l’esercito Birmano si è ben guardato dal diffondere dati ufficiali sulle morti, ignorando gli appelli internazionali (pochi) in merito. Negli ultimi 5-6 anni, proprio in concomitanza con la maggiore libertà concessa dalla giunta militare, la situazione ha subito una degenerazione inaspettata. A partire dal 2012 sono iniziate delle vere e proprie operazioni di “pulizia” ad opera dei buddisti e dell’esercito. Nell’autunno dello stesso anno, il villaggio Rohingya di Yanthei è stato raso al suolo dalla polizia e da alcuni civili. E’ il 23 Ottobre quando 23 bambini furono fatti a pezzi (purtroppo nel vero senso della parola), per dare un segnale alla comunità musulmana. Da allora le persecuzioni non si sono mai fermate, con la deportazione forzata della comunità nei campi profughi e l’installazione di mine anti-uomo nelle vie di fuga per il Bangladesh. L’idea era quella di distruggere i Rohingya rendendo loro impossibile la vita. Tutto questo nella totale cecità della comunità internazionale. Le violenze sono continuate per tutto il passato quinquennio, tornando agli onori della cronaca solo nel 2017. Nel solo mese di Agosto, 9000 Rohingya sono morti e 6700 di questi (di cui 730 bambini) per causa diretta delle violenze: per ferite da armi da fuoco, arsi vivi nelle loro abitazioni o a causa delle percosse. Parliamo di stime prodotte dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti dell’Uomo, ma le cifre reali potrebbero essere più alte. Tra Agosto e Dicembre 650’000 persone sono dovute fuggire nel vicino Bangladesh, scappando dagli oltre 400 villaggi dati alle fiamme (parzialmente o totalmente) da esercito e buddisti, sovraffollando i cambi profughi già al collasso. L’OMS ha riportato più volte le precarie condizioni igieniche di vita di questi rifugiati, che quotidianamente devono convivere con latrine a cielo aperto ed epidemie di difterite. Senza contare che la malnutrizione e l’anemia sono una costante, soprattutto tra i bambini. Questi rilievi si riferiscono soprattutto al campo bengalese di Cox’s Bazaar (proprio al confine tra i due stati), visto che nessuno conosce le reali condizioni dei campi Birmani, dove nessuna ONG è ammessa. Si perché l’esercito birmano continua nella sua opera di eliminazione e deportazione dei Rohingya, con la complicità del governo democratico birmano, inclusa la premio Nobel Aung San Suu Kyi. La consigliera di stato (equivalente al nostro primo ministro) non ha ancora ammesso questa situazione, ignorando questo genocidio e dimostrando una certa ostilità nei confronti dei musulmani. Il paradosso è che l’esercito ed il governo birmano accusano gli stessi Rohingya del loro genocidio, parlando di violenze interne all’etnia.

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L’unico sbocco possibile per fuggire da tutto questo è quindi il Bangladesh, visto che la Thailandia (posta al confine est birmano) può essere raggiunta con maggiori difficoltà (bisogna attraversare una lunga fetta del Myanmar). Alcuni hanno tentato la via del mare, pur di non attraversare a piedi il loro stesso stato, circumnavigando la penisola birmana. Arrivati in Thailandia il muro di violenza è stato però altrettanto duro. L’esercito ha compiuto numerosi atti anti-rohingya: dalle sevizie all’abbandono in mare aperto, persino la vendita come schiavi. I commercianti di esseri umani sono molto attivi anche nel territorio Rohingya, soprattutto nella città portuale di Sittwe. Con promesse di una vita migliore, centinaia di persone sono vendute per lavorare (principalmente) nei pescherecci Thailandesi, in cui lavora un numero indefinito di veri e propri schiavi. Un genocidio ancora in corso che non troverà pace finché la comunità internazionale non attuerà delle soluzioni concrete. L’ultimo tentativo di risoluzione ONU non è andato a buon fine a causa dell’ostracismo cinese, da sempre vicino alla ex dittatura Birmana. D’altra parte sarebbe anche difficile aspettarsi il contrario, visto il mancato rispetto dei più basilari diritti umani nella stessa Cina.

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