Una strada per Giacomo Mancini


-di FRANCO LOTITO-

15 anni fa scompariva Giacomo Mancini. Oggi la città di Roma dedica a Lui, alla Sua memoria, una via. E’ l’omaggio toponomastico alla figura di un socialista dotato di un grande temperamento politico che attraversò da protagonista di primo piano le vicende del suo Partito e quelle della vita democratica del Paese. Fu leader politico e uomo di governo.

Suo padre – Pietro – fu tra i fondatori del Partito Socialista Italiano e a Giacomo trasmise, insieme agli ideali del socialismo, quel sentimento di militanza antifascista che lo rese un esponente di punta dell’organizzazione clandestina. A Roma, durante gli anni dell’occupazione nazista conobbe Giuliano Vassalli che lo convinse ad entrare nel PSI, e quando questi fu arrestato dai nazisti Giacomo ne prese il posto come leader della componente socialista della Resistenza. In questa veste dovette assolvere a quello che Lui ebbe a definire uno dei compiti più dolorosi:fu quando, dopo il 4 giugno del 1944 dovette recarsi all’ospedale Santo Spirito di Roma per riconoscere il cadavere di Bruno Buozzi, assassinato dai nazisti in fuga, in località “La Storta”.

Tenace assertore dell’autonomia del Partito nei rapporti, a sinistra, con il PCI, da questa posizione si riconobbe sempre nelle scelte politiche di fondo di Pietro Nenni di cui Giacomo si considerava un allievo politico. Nei passaggi cruciali che il PSI attraversa nel decennio a cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70, Giacomo Mancini è nel vivo del drammatico processo che vede nascere e rapidamente fallire l’esperimento dell’unificazione delle forze socialiste. Egli, insieme a tutta la corrente autonomista guidata da Pietro Nenni, è un deciso assertore delle ragioni storiche e politiche dell’unificazione. Ma la verità è che il processo si rivela nei fatti un’operazione di vertice che non riesce a farsi strada nel vissuto dei due partiti. Giacomo Mancini riconosce i limiti di fondo dell’operazione. Poi giungono le elezioni politiche del giugno 1968 che assegnano al “PSI-PSDI Unificati” una pesante sconfitta consegnando ai gruppi dirigenti il bilancio di un fallimento certificato dagli elettori, oltre che dai militanti.

Dopo la scissione, celebrata mestamente nel Comitato Centrale del 4 luglio del 1969 si apre una fase straordinariamente complessa in cui il rinato PSI deve affrontare una situazione politica nella quale occorre ridefinire da una parte un nuovo quadro di alleanze di governo, mentre dall’altra deve misurarsi con nuovi, grandi nodi sociali sollevati dalla straordinaria mobilitazione che vede protagonisti la classe operaia industriale e gli studenti.

Nella primavera del 1970 Mancini diventa segretario del PSI. Tiene questa carica per due anni e lo fa dando ampia prova di cosa sia per Lui il principio dell’autonomia. Lo fa nei confronti della DC, con la quale condivide l’alleanza di governo di centro-sinistra ed alla quale però chiede una più incisiva azione riformatrice, ma lo fa con altrettanta determinazione nei confronti del PCI al quale mostra di non avere alcuna intenzione di consegnare la rappresentanza esclusiva delle forze della sinistra, a partire dal mondo del lavoro.
Il mondo sindacale è investito da una domanda di unità che proviene dal basso che non ha precedenti. E nella UIL le tensioni che attraversano le sue componenti storiche di fronte alla questione dell’unità si fanno presto sentire. In quel frangente, Giacomo Mancini, segretario del Partito e Riccardo Lombardi,autorevole ed ascoltato esponente della minoranza interna non esitano a mettere in campo il peso politico e morale di cui dispongono per sostenere le posizioni delle forze che all’interno della UIL si battono per l’unità sindacale.

Giacomo Mancini fu anche autorevolissimo uomo di governo. Fu Ministro della Sanità fra il 1963 ed il 1964 nel primo governo di centro-sinistra presieduto da Aldo Moro. In quella veste non esitò a scontrarsi con le lobbies mediche e farmaceutiche dell’epoca autorizzando l’adozione del vaccino contro la poliomielite messo a punto dal prof. Sabin. La somministrazione fu resa obbligatoria dal 1966 e la poliomielite fu debellata. Dopo quell’incarico Mancini assunse la guida del dicastero dei Lavori Pubblici, incarico che conservò fino al 1968. Furono anni di forte impegno a favore del Mezzogiorno per il quale fu realizzata l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, un’opera che finalmente spezzava l’isolamento economico al quale fin lì era stata condannata gran parte dell’Italia meridionale. A Giacomo Mancini, ministro dei Lavori Pubblici la città di Roma deve il merito di aver salvato il parco dell’Appia Antica dagli appetiti della grande speculazione edilizia, impegno che gli valse il riconoscimento di Antonio Cederna come “il migliore ministro dei Lavori Pubblici dopo la liberazione”. Giacomo Mancini va anche ricordato come un autentico libertario, pronto ad ascoltare le ragioni anche di chi era lontanissimo dalle sue convinzioni ma ugualmente pronto a spendersi con tutte le sue forze come fece nella battaglia per difendere la legge sul divorzio.

Negli ultimi anni della sua vita politica si dedicò alla sua città di origine, Cosenza, di cui fu sindaco amato e stimato. Ma è giusto che Roma gli abbia tributato la sua riconoscenza intitolandogli una strada, perché è qui che Giacomo Mancini ha dato il meglio della sua esperienza umana e politica.

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