L’ingiustizia delle mamme costrette a lasciare il lavoro

-di VALENTINA BOMBARDIERI-

Secondo i dati forniti dall’Ispettorato nazionale del lavoro tra le donne che si sono licenziate 24.618 hanno specificato che le motivazioni sono legate alla difficoltà di conciliare la maternità con il mondo del lavoro.

In Italia le dimissioni volontarie per genitori con figli fino a 3 anni d’età sono state 37.738. Secondo i dati forniti dall’Ispettorato nazionale del lavoro le donne che si sono licenziate sono state 29.879. Tra le mamme, appena 5.261 hanno cambiato azienda, mentre tutte le altre (24.618) hanno specificato motivazioni legate alla difficoltà di assistere il bambino (costi elevati e mancanza di nidi) o alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Per gli uomini la situazione è ben diversa: su 7.859 papà che hanno lasciato il lavoro, 5.609 hanno cambiato azienda mentre gli altri hanno deciso di farlo per difficoltà familiari.

Il triste primato spetta alla Lombardia, con 8.850 dimissioni.  Ben 5.093 dimissioni sono legate a motivi familiari. Esattamente 3.015 hanno specificato che la scelta di licenziarsi è legata al mancato accoglimento al nido o alla assenza di parenti di supporto e quindi l’elevata incidenza dei costi di baby-sitter o nidi privati. Niente di rassicurante se si considera che la Lombardia garantisce una delle reti di nidi più sviluppate in Italia. Sul triste podio troviamo il Veneto. 5.008 dimissioni e 770 genitori che evidenziano come la scelta sia dettata da una poca elasticità dei turni o il rifiuto del part-time. Terze e quarte sono il Lazio con 3.616 dimissioni e l’Emilia Romagna con 3.609 dimissioni. In questi casi hanno scelto di perdere il lavoro perché non riuscivano a conciliarlo con la famiglia rispettivamente 1.519 e 1.243 donne.

Il numero più alto di dimissioni è stato registrato al Nord (23.117), al Centro sono 8.562 mentre al Nord sono state circa 6.059. Operaie e impiegate sono le più colpite con oltre 28 mila abbandoni contro i 680 delle donne dirigenti e quadro. Chi guadagna meno sceglie di dimettersi. Facile capire il motivo. Tra asili e baby-sitter una famiglia può spendere anche più di 500 euro al mese a cui bisogna aggiungere le spese di cui ha bisogno il bambino e i conti sono presto fatti. Si preferiscono le dimissioni al lavorare una giornata guadagnando poco e non avendo il tempo di badare al proprio figlio.

Quando si parla di donne e lavoro, i grandi temi sono tre. Il primo: entrare nel mondo del lavoro; il secondo: «conciliarlo» con la famiglia; il terzo: fare carriera.

I motivi principali delle dimissioni sembrano essere legati ai costi dell’asilo nido alla mancanza di questi o a degli stipendi bassi che non permettono l’iscrizione e alla difficoltà di conciliare lavoro e famiglia. Per non parlare dell’assenza dei nonni, impegnati a lavorare.

Il dilemma diventa esistenziale. Carriera o maternità? Questo interrogativo finisce per apparire irrisolvibile, tanto più in un Paese come l’Italia in cui, di base, le donne già partono economicamente, a parità di impiego, da un gradino più basso rispetto ai loro colleghi maschi. E in cui lo Stato è storicamente disinteressato a fornire in misura e qualità adeguata quei servizi che consentono di coniugare lavoro e maternità, obblighi familiari e impegni professionali.

 

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