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Dopo la sconfitta del Pd in Sicilia: serve il ritorno a sinistra


 

-di MAURIZIO BALLISTRERI-

Non si comprende la sorpresa per la nuova sconfitta del Pd, in un test strategico qual è sempre stato storicamente il voto per le regionali in Sicilia. Infatti, dopo la debacle nel referendum costituzionale del 5 dicembre 2016, il Partito democratico ha mostrato di non avere più linea strategica, con la crisi della leadership di Matteo Renzi e la debolezza del suo “cerchio magico”.

Una serie di sconfitte elettorali il cui presupposto risiede in un elemento che accomuna il Pd a parte delle socialdemocrazie europee, in primo luogo la Spd in Germania: se la sinistra, anche di orientamento moderatamente riformista, pratica politiche economiche e sociali di tipo liberista, perde il suo elettorato tradizionale, che viene attratto dalle falene del nazional-populismo in grado di esorcizzare l’insicurezza sociale, e non cattura i voti della destra di ceppo popolarista e conservatore; già, questa destra vota per l’originale e non per l’imitazione!

Il Pd renziano paga per intero il paradigma delle “Due destre”, fondato su di una dialettica tra una destra plebiscitaria e una destra liberista e tecnocratica travestita da centrosinistra blairiano.

Da una parte una destra sostenitrice della sovranità nazionale e dell’identitarismo territoriale; l’altra destra con tecnocrati “prestati alla politica” che trovano di volta in volta il sostegno della sinistra ex-comunista e dei cosiddetti “cattolici democratici”, alleati con il “salotto buono” del capitalismo italiano (o ciò che rimane dei “poteri forti” un tempo organizzati attorno alla Mediobanca di Enrico Cuccia, oggi essenzialmente la “nuova Fiat” di Marchionne) e la grande editoria invero pressoché tramontata, con l’avvento dei social. I governi Amato, Ciampi e Dini (1992-1996) e il breve esecutivo Prodi del 2006-2008 con ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, per taluni aspetti rappresentano i precursori di Monti e di quel “governo dei tecnici” il cui archetipo è nella proposta formulata nei primi anni ’80 del secolo scorso dal repubblicano Bruno Visentini.

D’altra parte, anche l’attuale politica economica del governo-Gentiloni, con un ex tecnico del Fondo Monetario, Carlo Padoan, in via XX settembre, fondata su aumenti dissimulati delle tasse e qualche mancia elettorale, modifiche in peggio al sistema di previdenza pubblica con l’allungamento della vita lavorativa e il taglio delle pensioni e la riduzione dei diritti del lavoro, risponde al modello liberistico del “Washington consensus”, la dottrina economica americana imposta a livello planetario dalle politiche del Fondo Monetario Internazionale e dalle agenzie di rating e in Europa dal monetarismo di Frau Merkel e della Banca centrale europea.

Il Pd, adesso, deve guardare a sinistra, a quella autentica in Europa, in cui non mancano fermenti: dall’indubbio successo di James Corbyn in Gran Bretagna al ruolo di Jean-Luc Mélenchon, candidato alle presidenziali francesi con un programma che vedeva al centro, la questione sociale e quella ecologica, sino al governo in Portogallo guidato dal socialista Antonio Costa con il “Bloco de Esquerda” e i comunisti.

Si guardi al Partito socialista portoghese, che ha stravinto le ultime elezioni amministrative, conquistando il 38% dei consensi su scala nazionale e vincendo in 158 comuni su un totale di 308. Il leader socialista portoghese Antonio Costa si è battuto per voltare pagina rispetto alle politiche di austerità e ha già cancellato alcune delle misure di austerity concordate tra il governo di centrodestra e il Fondo Monetario Internazionale e la Ue tra il 2011 e il 2014 e ha alzato il salario minimo, ha abbassato l’età pensionabile e ha aumentato gli investimenti pubblici, in particolare quelli nella sanità: in pochi anni il Portogallo ha recuperato diverse posizioni nelle classifiche internazionali sulla qualità dei servizi sanitari.

A luglio il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’8,9 per cento, il livello più basso dal novembre 2008. L’economia dovrebbe crescere quest’anno del 2,5 per cento, sostenuta da turismo ed esportazioni.

Un modello per un Pd che intenda tornare, anzi che intenda andare veramente a sinistra.

Informazioni su fondazione nenni ()
Via Alberto Caroncini 19, Roma www.fondazionenenni.it

3 Commenti su Dopo la sconfitta del Pd in Sicilia: serve il ritorno a sinistra

  1. Ballistreri la deve raccontare tutta: finchè il segretario del PD il suo auspicio non troverà riscontro nei fatti. Perchè Renzi non è mai stato di sinistra ed è ha vissuto in un contesto in cui la sinistra viene detestata. Nelle sue persone, nelle sue idee, nelle sue espressioni culturali e organizzative. Il PD che si riconverte a sinistra guidato da Renzi è una contraddizione in termini. Ma anche senza Renzi è poco plausibile. Il PD si è contratto, è diventato più piccolo ed è aumentata, al suo interno, la concentrazione del pensiero di destra. Sià perchè chi si sentiva di sinistra se n’è andato, sia perchè si sono sentiti attratti del PD renziano anche un certo numero di reazionari, convinti di aver trovato il successore di Berlusconi.

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  2. Il PD non è un partito socialista, è stata una fusione a freddo tra ex-comunisti e democristiani (sia pur di sinistra, a volte anche più a sinistra di alcuni dirigenti ex-Pds). Renzi pensava di occupare lo spazio di Berlusconi, che per un pò ha lasciato fare (tanto i provvedimenti che venivano presi lo soddisfacevano…) ora visto che Renzi comincia a perdere pezzi e colpi il volpone ha deciso di riprendersi la scena, e per il PD gli spazi oggettivamente si riducono…

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  3. Santo Trovato // 9 novembre 2017 alle 15:37 // Rispondi

    Il mio commnto e” brevissimo da cittadino e da compagno da 55 anni dico che l” Italia ha bisogno urgente di tornare ai vecchi modelli x farsi che i partiti servono da filtro prima di candidare qualunque desiderea mettersi al servizio della Gente. Santo Trovato

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