Pd, il crollo in Sicilia e i miserevoli alibi


 

Gli scrutini in Sicilia sono ancora in corso ma un dato è acquisito: il crollo del Pd. La cosa dovrebbe indurre a qualche attenta riflessione ad esempio sulla “qualità” della proposta politica avanzata dal principale partito del centro-sinistra in questi anni renziani o sull’efficacia dell’azione di governo sviluppata dal leader di Rignano nei suoi mille giorni a Palazzo Chigi. Non sarebbe stata sgradita una bella “operazione-verità” con la quale prendere atto che il Jobs Act è stato un fallimento; che la precarietà con i nuovi contratti a insicurezze crescenti hanno solo favorito il riemergere della precarietà facendoci rimanere inchiodati a un tasso di occupazione tra i più bassi d’Europa e a uno di disoccupazione tra i più alti d’Europa; che la prossimità eccessiva con il mondo delle banche, dei banchieri, della finanza e dei finanzieri rampanti non ha certo dato lustro all’immagine del Partito Democratico; che la fascinazione dimostrata per i tecnocrati bocconiani anche dopo la sostanziale eclisse politica di Mario Monti non ha aggiunto credibilità a una azione amministrativa perennemente in mezzo al guado tra grandi promesse declamate e piccole soluzioni realizzate; che la “rottamazione” del personale politico, al di là del necessario rinnovamento, ha garantito solo la “rottamazione” della politica nel senso che in questi mesi il Pd (non da solo) ha provveduto a crogiolarsi nei rancori e nei risentimenti, nell’inseguimento di una patetica egemonia nel segno di un leader oggettivamente già da tempo (come hanno dimostrato tutti gli appuntamenti alle urne successivi alle Europee) in declino, a strizzare l’occhio alla sua destra (ora ad Alfano, ora a Verdini) e a fare il verso ai populisti non capendo che nell’uno e nell’altro caso l’elettorato preferisce gli “originali”, l’usato sicuro non gli imitatori, gli Alighiero Noschese improvvisati armati di improduttiva furbizia; che non una idea sul modo in cui dare un futuro a questo Paese impaurito è stata avanzata mentre gli altri speculavano agevolmente sulla debolezza propositiva del Partito Democratico e sulla patologica litigiosità della sinistra sempre attenta ad annichilire i nemici interni e ad ingrassare quelli esterni; che nulla ma proprio nulla è stato prodotto per ricostruire un blocco sociale (che poi si traduce in un blocco elettorale) da tempo sgretolatosi a causa dell’incuria di chi ha preferito la frequentazione dei salotti buoni alle cattive strade polverose, i tweet con i “ricchi e potenti” alla contiguità con ceti resi “sporchi” dall’impoverimento complessivo della società (a cominciare dai quelli medi che infatti votano da tutt’altra parte).

Invece di cospargersi il capo di cenere, i dirigenti renziani hanno preferito condire la delusione con il miserabile sventolio di alibi che confermano ancora di più l’insufficienza dell’analisi politica di un partito troppo immerso ormai nel culto della personalità del Capo che essendo tale non sbaglia mai. E così abbiamo il sottosegretario Davide Faraone, siciliano che spiega che la colpa del fallimento è di Pietro Grasso che al contrario del rettore Micari non ha “avuto il coraggio di candidarsi”. Accusa piuttosto paradossale essendo rivolta a un ex magistrato che ha combattuto la mafia e condotto una vita “blindata”. Ma, soprattutto, Faraone dovrebbe spiegare in che cosa consiste la stranezza (o la mancanza di coraggio) di non aver abbandonato la seconda carica dello Stato (la presidenza del Senato) per partecipare a una corsa (quella per la presidenza della regione siciliana) in cui il centro-sinistra si presentava sotto le sembianze di una Armata Brancaleone (probabilmente più per demerito di Faraone che per merito di Grasso). Per Lorenzo Guerini, coordinatore della segreteria, a sua volta, la causa del tracollo va individuata in Claudio Fava e nelle dinamiche che hanno portato alla sua candidatura. Dice: “Se ci fosse stata più generosità a sinistra e maggiore apertura al centro avremmo giocato le nostre carte”. E ancora: “I dati dei sondaggi nazionali appena diffusi confermano il Pd al 26,5 e la coalizione ben sopra il 30”. Generosità al centro? E verso chi? Verso un Angelino Alfano, costola di un berlusconismo ormai così malconcia da venir travolta da un ex compagno di avventure come Gianfranco Miccichè? E di quale generosità parliamo, di quella di un Renzi che si è chiuso nei suoi numeri alzando steccati nella continua ricerca di uno sfondamento al centro (ma sarebbe meglio dire a destra) che non è riuscito? E a quale coalizione fa riferimento Guerini? A quella polverizzata dallo stesso Renzi (seppur, dall’altra parte, con l’attiva collaborazione di D’Alema) in nome di quel “fuhrerprinzip” che molti anni fa Riccardo Lombardi evocò in un’altra situazione?

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