Di Vittorio 60 anni dopo: uomo di lotte ed “eresie”


 

-di GIULIA CLARIZIA-

3 novembre 1957. Colpito da un infarto, si spegne l’autorevole sindacalista Giuseppe di Vittorio.

Egli fu insieme a Bruno Buozzi tra i più ferventi sostenitori della costituzione dell’unione sindacale dopo la ricostituzione delle libertà politiche in Italia durante la seconda guerra mondiale.

I due si conobbero tramite il politico socialista Giuseppe di Vagno, che venne poi ucciso nel 1921 da un gruppo di squadristi. Poco dopo la morte dell’amico, Di Vittorio fu eletto deputato tra le file dei socialisti.

Tuttavia, dopo la scissione di Livorno, egli entrò nel Partito Comunista. Poco tempo dopo gli sarebbe toccata la sorte che condivise con numerosi anti-fascisti: la condanna da parte del regime, l’arresto, la fuga.

Si rifugiò prima in Francia, poi tra il 1928 e il 1930 in Unione Sovietica, dove fece parte a nome dell’Italia dell’Internazionale Contadina, memore della sua origine in una famiglia di braccianti pugliesi. Lasciò l’URSS per combattere i franchisti nella guerra civile spagnola, poi tornò a Parigi dove fu colto dai nazifascisti e incarcerato nella prigione di La Santé. Proprio lì, nel pieno dello sconforto della prigionia, ritrovò l’amico Bruno Buozzi. Lo stesso Di Vittorio nel 1954 ha raccontato l’episodio di questo felice incontro per il periodico Lavoro.

Nel febbraio del 1941 i detenuti furono chiamati a scaricare dei camion di pane per i carcerieri. In quell’occasione di raggruppamento, i due si riconobbero e immediatamente cercarono di avvicinarsi e scambiarsi qualche parola di conforto, sotto le minacce e i colpi degli aguzzini. Da quel giorno Buozzi e Di Vittorio non persero i contatti. Tra uno scambio di biglietti clandestini e conversazioni strappate durante le ore d’aria, l’unione sindacale e più in generale quella tra i due partiti, socialista e comunista, appariva come una assoluta necessità.

Queste idee furono portate avanti e realizzate dopo che i due anti-fascisti furono liberati dal governo Badoglio. Insieme ad Achille Grandi essi furono gli artefici del dialogo che portò alla ricostituzione del sindacato unitario italiano. Purtroppo, Buozzi fu ucciso dai nazisti a pochi giorni dalla firma del patto che avrebbe costituito la CGIL. In suo onore, la data che figura ufficialmente sul patto è quella del 3 giugno 1944, probabilmente suo ultimo giorno di vita.

Di Vittorio proseguì nelle sue battaglie, partecipando alla Resistenza e poi, nel 1945, diventando segretario della CGIL.

L’unità sindacale finì nel 1948 con la costituzione della CISL e della UIL. Di Vittorio che al primo congresso unitario aveva voluto la “conta” accelerando un processo disgregativo che era comunque figlio delle condizioni internazionali e che in Italia avevano già determinato la fine dell’unità politica anti-fascista, rimase il leader incontrastato di una Cgil all’interno della quale provò comunque a non esacerbare i rapporti con i socialisti che sarebbero diventati sempre più difficili con il trascorrere del tempo. Il riconoscimento della sua scelta di campo avvenne nel 1953 quando fu nominato presidente della Federazione Sindacale Mondiale (Fsm) di stretta osservanza filosovietica.

Oggi riposa al cimitero del Verano a Roma e a sessant’anni dalla sua morte rimane importante ricordare la tempra di quegli uomini che hanno lottato per la giustizia sociale in Italia portando avanti dei chiari obiettivi e una precisa linea politica, senza però mai perdere la ragione in nome di una incondizionata fedeltà al partito. Di Vittorio, infatti, non ebbe timore a condannare l’intervento dell’Armata Rossa a Budapest nel ’56 sulla base di un documento redatto dal socialista Giacomo Brodolini, in cui i protagonisti di quella reazione anti-operaia venivano qualificati come “regimi sanguinosi” e “banda di assassini”. Pagò quella sua scelta venendo sottoposto a una sorta di “processo” politico da Palmiro Togliatti: costretto a qualche “aggiustamento”, evitò comunque una completa abiura.

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