Fango su Anna Frank: quella gente non deve più entrare in uno stadio


Qualcuno parlerà di esigue minoranze. Non credetegli perché chi frequenta gli stadi per sincera passione sportiva nei confronti di uno splendido sport, sa bene che le cose non stanno esattamente così. Quelle minoranze, per quanto estremizzate, sono una cartina di tornasole: esprimono o anticipano gli umori (soprattutto quelli più malmostosi) depositati negli anfratti più bui della pancia del Paese. È così da almeno trent’anni da quando si intonava un coro anti-napoletano che trovava un interprete pubblico anche in un noto leader politico estremamente presente nelle cronache di questi ultimi anni; e da quando dai gradoni di un famoso stadio del nord facevano penzolare un manichino impiccato per “spiegare” al presidente di turno che l’ingaggio di un calciatore israeliano non era gradito ai tifosi “ariani”.

Quello che è avvenuto domenica sera nella curva sud dell’Olimpico di Roma va, comunque, oltre ogni più fervida immaginazione. D’altro canto, non possiamo sorprenderci se a fronte di un gruppo politico (Forza Nuova) che prova a organizzare una marcia celebrativa di quella su Roma e, di conseguenza, del regime che introdusse in Italia le leggi razziali, il solito gruppo ultras della Lazio, da sempre particolarmente sensibile alla simbologia fascista e nazista (peraltro pubblicamente esibita con periodico tripudio di croci celtiche e saluti romani) dà seguito concreto a quel razzismo o antisemitismo da “rievocazione storica”, con una esibizione concreta e profondamente inserita nella cronaca. Perché un dato è chiaro: infangare Anna Frank equivale a infangare tutto quello in cui crediamo, la nostra civiltà, la nostra cultura, la nostra intelligenza, la tolleranza, la società plurale. Anna Frank ci ricorda con la sua vita, con la sua storia il mondo come deve essere; coloro che l’hanno infangata ci svelano il mondo come non vogliamo che sia. Chi ha utilizzato la sua immagine con vergognosi fotomontaggi non ha offeso gli avversari dell’altra sponda cittadina (i romanisti), ha solo svelato i mostri che, come diceva Brecht, possono essere generati dal sonno della ragione (ammesso e non concesso che la ragione di chi ha realizzato quell’operazione fosse semplicemente in sonno).

Sono anni che i dirigenti del calcio promettono di ripulire gli stadi e, soprattutto, le curve, di renderli finalmente agibili anche a vantaggio bambini (come avviene all’estero, in Inghilterra o in Spagna o in Germania) evitando che siano (come spesso sono attualmente) palcoscenici di maleducazione. Quello che è avvenuto all’Olimpico è il punto di non ritorno perché le promesse devono diventare fatti: queste persone non devono più mettere piede in uno stadio (oltre a essere perseguite severamente per i reati commessi). Ma se anche questa volta, passato il clamore del momento, le promesse assumeranno le caratteristiche di quelle che fanno i marinai, allora la condanna per chi guida il calcio sarà morale, definitiva e senza appello.

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