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Ilva: ultima chiamata per uno Stato colpevole

Veduta esterna dello stabilimento siderurgico Ilva di Taranto, in una immagine di archivio. ANSA/RENATO INGENITO

-di ANTONIO MAGLIE-

Comincia domani al Ministero per lo sviluppo economico, la partita decisiva, probabilmente finale per la siderurgia italiana. La trattativa che dovrebbe accompagnare l’Ilva nelle capienti braccia di Arcelor Mittal rese ancora più ampie nell’abbraccio dal socio italiano, Marcegaglia, coinvolge numerose città ma il nodo più intricato (politicamente, socialmente, economicamente e anche moralmente) è Taranto.

Lo è per tre motivi. Il primo: è il punto di crisi più acuto, dove si concentrano 3.200 esuberi in un’area in cui, per giunta, l’offerta di lavoro scarseggia. Il secondo: è la città che più di altre ha sofferto da un punto di vista ambientale e sanitario le scelte prima dello Stato e poi di Riva, il totale disinteresse, cioè, manifestato da tutti e due i protagonisti nei confronti della salute tanto di chi all’interno dello stabilimento lavorava, quanto di chi all’esterno ci viveva (o sopravviveva): difficile trovare nella città un nucleo familiare che non abbia dovuto fare i conti (o che attualmente non faccia i conti) con la durezza e la sofferenza di una terapia anti-tumorale (peraltro, in moltissimi casi, non coronata da successo). Terzo: gli impianti pugliesi sono quelli che interessano maggiormente gli acquirenti perché lì si può produrre tutto e non lo diciamo noi ma lo specifica il primo documento presentato proprio dalla cordata al momento vincente ma sulla quale si è posato lo sguardo sospettoso delle autorità antitrust europee.

Le premesse non confortano gli ottimismi, anche quelli manifestati in maniera avventurosa da alcuni esponenti del governo e che l’arcivescovo di Taranto, Filippo Santoro ha ricordato con encomiabile puntualità: gli esuberi indicati dal piano sono decisamente lontani dalle rassicurazioni fornite dal vice-ministro Teresa Bellanova che garantiva che alla fine del negoziato nessuno avrebbe perso il posto di lavoro, e dal ministro per la coesione territoriale, Claudio De Vincenti, che a sua volta aveva affermato che non ci sarebbero stati licenziamenti. Delle due l’una: o hanno mentito loro e sarebbe decisamente grave o hanno mentito i candidati-proprietari e una cosa del genere sarebbe sufficiente per non ritenerli sufficientemente affidabili.

In questa partita i posti di lavoro sono la posta in gioco; i due soggetti che si confrontano sono da un lato la “cordata” che aspira a conquistare la più importante azienda siderurgica italiana e dall’altro lo Stato. Quale sia l’atteggiamento dei primi è chiaro: si sono seduti alla roulette e hanno fatto una puntata, ora attendono che la pallina giri e finisca sul numero o sul colore desiderato; non hanno dato vita a una istituzione benefica, se le cose andranno bene resteranno, se le cose andranno male faranno l’ammainabandiera, comportamenti che il gruppo Marcegaglia conosce a menadito per averli sperimentati proprio a Taranto dove arrivò strombazzando la straordinarietà di un investimento nel settore del fotovoltaico ma poi andò via non appena la sorte cominciò a mostrarsi decisamente poco amichevole, lasciandosi alle spalle un po’ di esuberi. Si potrebbe dire: è la spietata legge del capitalismo. Ma qui entra in ballo il secondo soggetto che quella legge deve “domare”.

Lo Stato che al tavolo si materializza attraverso il governo in questa vicenda ha storiche responsabilità. Cominciano nel momento in cui sceglie il luogo in cui far sorgere lo stabilimento; continua tenendo sotto silenzio le ricadute socio-sanitarie della produzione evitando di avviare investimenti per attenuarle; scompare letteralmente nel momento della cosiddetta vendita ai Riva guardandosi bene dal porre condizioni e richiedere garanzie: i risultati sono sotto gli occhi di tutti ma il prezzo lo stanno pagando solo i tarantini. Le istituzioni a Taranto (come d’altro canto nel resto del paese) non godono di buona salute, guardate con sospetto se non proprio con astio. Una nuova resa romperebbe definitivamente il rapporto tra una comunità e lo Stato. È perciò pesantissima la responsabilità che incombe su Paolo Gentiloni, capo del governo, e sui ministri direttamente interessati alla vicenda, Carlo Calenda, titolare dello sviluppo economico che al momento a Taranto si potrebbe ribattezzare come “depressione economica”, Claudio De Vincenti, coesione territoriale (e anche in questo caso osservando la fatica del Sud si potrebbe parlare di sconnessione territoriale) e Giuliano Poletti, ministro di un lavoro sempre più intermittente in quanto tenuto in piedi dal punto di vista delle statistiche da quello temporaneo. Per lo Stato questa è l’ultima chiamata.

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