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125 anni fa nasceva Di Vittorio: ecco cosa fu per i lavoratori


L’11 agosto del 1892, Giuseppe Di Vittorio nasceva a Cerignola. Figura fondamentale nella storia del sindacalismo moderno, antifascista e leader della Cgil appena riunita, era dotato di uno straordinario carisma. E in questo scritto, Giorgio Benvenuto racconta cosa fu Di Vittorio per gli italiani degli anni Quaranta e Cinquanta, la sua grande oratoria, la presa magnetica sulle folle. Quello che proponiamo è il primo capitolo del libro scritto da Benvenuto insieme a Claudio Marotti: “Giuseppe Di Vittorio. Una storia di vita essenziale, attuale, necessaria”. Edito da Morlacchi Editore, il libro è arricchito da una prefazione della segretaria della Cgil, Susanna Camusso,

-di GIORGIO BENVENUTO*-

Ricordo Giuseppe Di Vittorio così come l’ho conosciuto nelle alterne vicende prima nella mia fanciullezza e poi nella mia esperienza sindacale e politica.

Il primo ricordo risale alla metà degli anni ’40, immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Ero molto piccolo. La guerra aveva costretto la mia famiglia ad una grande peregrinazione in Italia. Mio padre, Giuseppe, era un ufficiale di Marina. All’inizio della guerra (sono nato nel 1937 a Gaeta) eravamo a Pola. Nell’estate del 1943 eravamo venuti, nel mese di agosto, a Pescara, per essere vicini ai nonni materni che abitavano a Chieti.

L’armistizio dell’Italia con gli alleati l’8 settembre sorprese mio padre, reduce da una improvvisa e grave peritonite, a Chieti. Si nascose. Entrò in contatto con altri ufficiali e militari. Per un mese rimase in clandestinità. Riuscì a passare il fronte. Era la linea Gustav che da Cassino a Vasto divideva l’Italia in due.

Mio padre raggiunse avventurosamente Bari e si mise a disposizione delle autorità alleate. Dopo pochi mesi venne trasferito a Messina per contribuire alla riorganizzazione delle Forze Armate Italiane. Noi rimanemmo a Chieti nel territorio controllato dai fascisti e dai tedeschi. Sapevamo che mio padre era vivo ma non riuscivamo a comunicare con lui. Vivemmo nove mesi pieni di angoscia e di paura, fino alla liberazione di Chieti nel giugno del 1944. Ho un ricordo incancellabile della ritirata delle truppe tedesche e dell’ingresso a Chieti degli alleati con alla testa i bersaglieri.

Fummo così in grado di riprendere i contatti con mio padre a Messina. Non c’era nell’immediato la possibilità di raggiungerlo. Non esisteva ancora un sistema di trasporti sicuro ed affidabile. L’Italia era un cumulo di rovine. Terminata la guerra nell’aprile del 1945 mia madre cercò in tutti i modi di realizzare il ricongiungimento. Fu una grande, tormentata, faticosa odissea. Finalmente partimmo. Viaggiammo su un treno merci che trasportava sale. Era diretto in Puglia. Facemmo poca strada. Dovemmo fare tappa a Serracapriola, in provincia di Foggia ove una mia zia, Geltrude, aveva delle proprietà terriere. Rimanemmo lì per alcuni mesi. Sostenni l’esame per essere ammesso alla quarta elementare, per regolarizzare la mia frequenza scolastica. Non avevo, infatti, potuto studiare con regolarità a causa degli eventi bellici. Ricordo che mia zia era molto conosciuta e rispettata in quel paese. Era la vedova di Antonio Gatta, il medico condotto del paese, molto amato dai suoi concittadini prevalentemente occupati nell’agricoltura. Quando feci l’esame di ammissione diretta alla quarta elementare mi ero preparato. Avevo studiato molto. L’esame fu però singolare. Mi venne fatta una sola domanda: “Sei il nipote del dottor Gatta?” Lo ammisi. Il maestro disse: “Complimenti, sei promosso”. E’ una vicenda che non dimenticherò mai. E’ stata per me una lezione di vita.

Mia zia, pur essendo una proprietaria terriera, era politicamente vicina al PCI e al PSI. Aveva uno splendido rapporto con i suoi contadini e in tutti i modi cercava di aiutare le loro famiglie. Un giorno volle portarmi ad una riunione per sentire, come diceva lei, un grande uomo. Partimmo con il calesse. Arrivammo in un paese vicino a Serracapriola, credo San Severo. Nella piazza centrale c’erano tanti contadini, tanti “cafoni” con i loro mantelli neri. Sdruciti. Consunti. Si distinguevano tra la folla alcuni cartelli con scritto in modo molto elementare “pane, lavoro, pace”. Alcuni contadini erano scalzi. I visi erano sofferenti, dolenti, invecchiati. Guardavo le loro schiene con le spalle massicce deformate dalla fatica, i colli nodosi, le mani incallite: capivo che portavano avanti la propria vita piegati dal lavoro precoce, dalle fatiche, dalle privazioni, dai sacrifici. C’erano anche le donne con i loro scialli neri ed i vestiti lunghi.

C’era su di un palco arrangiato un uomo robusto che parlava. La sua voce era calda, viva, tonante, forte. Si esprimeva con semplicità e con efficacia. La sua oratoria era impetuosa, diretta, convincente. Le sue parole erano dotate di una potente carica magnetica.

Rimasi affascinato. Mi colpì quella piazza nella quale le bandiera rosse spezzavano l’uniformità del nero dei mantelli e, garrendo al vento, esprimevano una grande idea di forza.

Mia zia mi disse che quell’oratore era Giuseppe Di Vittorio, un contadino che era evaso dal mondo dell’ignoranza, che si batteva per il riscatto dei lavoratori.

Il secondo ricordo risale agli inizi degli anni cinquanta.

Avevo raggiunto mio padre a Messina dove frequentavo la scuola dei Salesiani, ai quali sarò sempre grato per avermi insegnato per arricchire la mia conoscenza a studiare leggendo e rileggendo senza censure libri e giornali.

Mio padre nel 1947 venne trasferito a Roma. La nostra famiglia si divise nuovamente. C’era a Roma penuria di abitazioni. Fummo costretti a ritornare a Chieti ove rimanemmo fino al 1950. Solo alla fine di quell’anno potemmo ricongiungerci con mio padre.

A Roma vivevano e lavoravano anche i suoi fratelli. Uno di loro, Silvio, era segretario nazionale della Federstatali della CGIL. Era il più giovane della famiglia. Era considerato dai suoi parenti uno “scapestrato”. Aveva cinque figli. Aveva fatto il partigiano impegnandosi nella Resistenza a Roma. Era socialista. Era amico di Fernando Santi e Piero Boni. Era simpatico e molto impegnato politicamente. Lo andavo spesso a trovare nella sede della CGIL. Lo stimavo. Seguivo molto i suoi consigli. Mi ha trasmesso la passione per la politica ed il sindacato. In più di una occasione ebbi modo con lui di incontrare Giuseppe Di Vittorio che aveva un grande carisma: ero al suo cospetto intimidito ma ne avevo una grande ammirazione. Non potevo dimenticare l’intervento appassionato che gli avevo sentito fare a San Severo.

Frequentando mio zio ebbi l’occasione di seguire le elezioni amministrative a Roma nel 1952. Si giocava una grande partita politica. La DC era in difficoltà. Ci furono molte pressioni dal Vaticano per realizzare una lista con la destra; persino con i monarchici e con i neofascisti. Il PCI e il PSI si mobilitarono. Pio XII era intransigente. Venne indicato Don Luigi Sturzo come capolista di una ipotetica lista di concentrazione antisocialcomunista. L’operazione fallì. De Gasperi si oppose. Era appoggiato dal Cardinale Montini.

In questo contesto Giuseppe Di Vittorio venne candidato alle elezioni amministrative. Vinse per pochi voti la DC con i suoi alleati. I monarchici ed i fascisti furono isolati. Di Vittorio ebbe un grande successo personale. Raccolse 70.000 preferenze. Divenne il Presidente del Consiglio Comunale di Roma. Venne rieletto nel 1956.

Seguii con mio zio quella campagna elettorale. Dopo tanti anni assistei ai primi di maggio di nuovo ad un comizio di Di Vittorio, a Piazza Santi Apostoli. Mio zio Silvio era molto felice. Di Vittorio dedicò una parte importante del suo intervento ai lavoratori del pubblico impiego e ai pensionati.

Nel 1953 mio zio si presentò nella lista del PSI alle elezioni politiche alla Camera dei Deputati (allora non esistevano le incompatibilità tra incarichi sindacali e incarichi politici). Partecipai al suo comitato elettorale. Ebbe un discreto successo ma le preferenze raccolte non furono sufficienti per la sua elezione a deputato.

Nel 1955 conseguii la licenza liceale. Ebbi un contrasto con mio padre. Volevo iscrivermi ad ingegneria. Mio padre era ostile, voleva che scegliessi giurisprudenza. Dovetti accettare. Mi posi, però, il problema di avere una mia autonomia, di avere un lavoro. Mi piaceva la politica. Andai da mio zio per vedere se era possibile lavorare alla CGIL. Mio zio mi consigliò invece la UIL. Era amico di Viglianesi. Nella CGIL i rapporti tra socialisti e comunisti erano diventati difficili, in alcuni casi impossibili. Entrai così nella UIL il 1° ottobre 1955. Mio zio Silvio dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria, lasciò la CGIL e con molti altri dirigenti socialisti venne nella UIL.

Il terzo ricordo è legato ai rapporti della UIL e di Viglianesi con la CISL e con la CGIL, in particolare con Giulio Pastore e con Giuseppe Di Vittorio. Lavoravo nella segreteria di Viglianesi. Ho assistito a degli incontri importanti in una fase nella quale, dopo le elezioni alla FIAT nel 1955 e dopo i fatti di Ungheria ne 1956, si riaprirono i rapporti tra le Confederazioni.

Di Vittorio era in quegli incontri molto affaticato, amareggiato per le incomprensioni con il PCI. Si mostrava convinto di riprendere la via dell’unità sindacale, di affermare l’autonomia del sindacato, di seppellire la teoria della cinghia di trasmissione del sindacato per conto dei partiti.

Mi ricordo che Viglianesi aveva molta stima di Di Vittorio. Mi diceva che quando nacque la UIL i problemi più grandi li aveva avuti con la CISL. Pastore si ostinava a escludere la UIL. Si rifiutava di partecipare alle trattative sindacali nelle quali fosse presente Viglianesi. Di Vittorio zittì Pastore: “chi è stato assieme a noi nella CGIL unitaria ha diritto, sempre, di sedere allo stesso tavolo di negoziato”.

La UIL svolse un importante ruolo di raccordo con CGIL e CISL sin dalla sua costituzione già nel 1950. Si firmarono, dopo la scissione del 1948, accordi interconfederali unitari sui licenziamenti individuali e collettivi, e poi, nel 1953 si sottoscrisse quello sulle elezioni delle Commissioni Interne. Fallì così il disegno di una spaccatura insanabile del movimento sindacale e si mantenne viva la speranza di riallacciare il dialogo tra le confederazioni per arrivare all’unità sindacale.

Raccontava Viglianesi che dopo la tragedia alla miniera di Ribolla nel 1954 (un’esplosione di grisù provocò la morte di 43 lavoratori), venne organizzata una manifestazione unitaria della CGIL, della CISL, della UIL. Vi partecipò una moltitudine di persone: cinquantamila lavoratori. Viglianesi e Pastore vennero all’inizio contestati. Di Vittorio intervenne energicamente con parole molto severe: “no al settarismo, si all’unità nella diversità”. Riuscì così a far parlare e a far applaudire anche i rappresentanti della UIL e della CISL.

Ricordo anche la scomparsa di Giuseppe Di Vittorio, a Lecco il 3 novembre 1957, dopo una manifestazione sindacale. La sua morte improvvisa mi commosse; mi appariva impossibile. Non riuscivo ad accettare che un dirigente così carismatico fosse soggetto alle leggi del tempo. Fui presente ai funerali a Roma che partirono dalle sede della CGIL in Corso d’Italia. La folla era imponente. Pier Paolo Pasolini ha scritto un bellissimo commento: “Roma così non l’avevo mai vista”. Lo conservo nel mio archivio. Mi piace ricordarne la conclusione: “… il feretro è appena passato, e le braccia tese s’abbassano, vedo dall’atteggiamento nella folla che qualcosa accade. Un lavoratore davanti a me piega un poco la testa da una parte; vedo la guancia lunga, nera di barba e il pomello rosso. La pelle gli si contrae, come in uno spasimo: piange come un bambino. Guardo anche gli altri. Piangono, con una smorfia di dolore disperato. Non si curano né di nascondere né di asciugare le lacrime di cui hanno pieni gli occhi”.

 Pio Galli che divenne segretario generale della FIOM e della FLM, era presente a Lecco   quando Di Vittorio si sentì male e poi morì. Mi raccontò quello che disse nel suo ultimo intervento: “La nostra causa è veramente giusta, nell’interesse di tutti, nell’interesse di tutta la società, nell’interesse dell’avvenire dei nostri figlioli. Per questo merita di essere servita anche a costo di enormi sacrifici. Come il piccolo rivolo d’acqua che scorrendo precipita nel fiume e contribuisce ad irrobustire il fiume, ad aumentare il volume dell’acqua, ad accrescerne la velocità, a renderla anche travolgente, così ogni piccolo contributo di ogni militante affluisce sempre alla grande fiumana che è rappresentata dalla famiglia dei lavoratori italiani che è la nostra forza, la garanzia del nostro avvenire. E quando si ha la consapevolezza della giustezza della causa ognuno può avere la fierezza interiore di dire: ho compiuto il mio dovere. E questo lo può dire davanti a se stesso, di fronte alla propria donna, davanti ai propri figli, di fronte alla società”.

Giuseppe Di Vittorio era un sindacalista che si occupava dei lavoratori: non si serviva del sindacato. Lo serviva. Così come Sandro Pertini era al servizio del suo partito. Sindacalista forgiato in quella terribile situazione nella quale vivevano i braccianti nell’Italia di allora.

“Il sole è diventato rosso e il padrone fa la faccia scura”, così al tramonto i braccianti descrivevano la fine della giornata di lavoro e il rammarico del padrone per non poterli sfruttare più a lungo.

Ignazio Silone in Fontamara così descrive quel mondo: “Io so bene che il nome di cafone nel linguaggio del mio paese, sia della campagna che della città, è ora termine di offesa e di dileggio; ma io l’adopero in questo libro nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore”.

E ancora Ignazio Silone per raccontare la realtà contadina di allora ricorda la classifica che fa Michele Zampa, anziano cafone, parlando delle condizioni del lavoro nel Fucino: “In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi nulla. Poi ancora nulla. Poi ancora nulla. Poi vengono i cafoni”.

In questo contesto Giuseppe Di Vittorio organizzò i contadini; ricercò sempre uno sbocco ai conflitti; era contrario alle sommosse, alle proteste velleitarie, all’inconcludenza dei rivoluzionari e dei massimalisti. Era un negoziatore, abile, tenace, preparato. Era un sindacalista riformista. Come Bruno Buozzi.

Era un autodidatta. Sapeva che per essere veramente liberi bisogna conoscere, occorre sapere.

In un saggio (Mito e realtà del dirigente sindacale pugliese nella memoria collettiva dei braccianti della sua terra) Maria Luisa Betri ricorda “ai compagni che nella masseria di Torre Alemanna a tarda notte lo sorprendevano intento nella lettura di opuscoli di propaganda anarco- socialista e gli chiedevano: ”Cosa vuoi diventare? Avvocato?” rispondeva: “eh no, non voglio diventare avvocato, però mi interessa leggere… perché voglio portare la classe operaia alla meta, alla meta finale”.

Ed ancora Maria Luisa Betri riporta a tale proposito i ricordi di alcuni compagni di lavoro di Di Vittorio: “Steva pure ‘u cumpagne Di Vittorio” “…emm cinque, sei scale di zappatori…leggeva e ci comunecheve a nou tutta la spiegazione” (C’era anche il compagno Di Vittorio. C’erano cinque o sei file di zappatori …leggeva e ci comunicava tutta la spiegazione); Peppì, tu statt ddè, ligg’ i giurnail’. E Tot’ purtavane la mana sou a zappe. E ‘u facevene legg’ i giurnail’ ca lor’ zappavene di chiù pe’ sende a Di Vittorio che deceve, e che capeve” (Peppino, stai là, leggi i giornali. E gli altri a zappare anche per lui. E gli facevano leggere i giornali e loro zappavano di più per sentire Di Vittorio che diceva e che capiva).

Davide Lajolo nel suo libro “Il volto umano di un rivoluzionario. Le straordinarie avventure di Giuseppe Di Vittorio” a tale proposito ricorda ciò che gli consigliò Giorgio Amendola: “Cerca Di Vittorio, parla con lui di libri e ti impressionerà non tanto la sua cultura, che è notevole, ma la sua sete di cultura che è cominciata da quando ha dovuto sospendere la terza elementare. Quando io ho voluto che mi raccontasse come aveva scoperto il vocabolario iniziò quasi affrontandomi: “Tu sei cresciuto in una famiglia dove lo studio era un diritto naturale. E forse per questo non hai studiato bene, ma hai approfittato del vantaggio che ti dava la posizione sociale di tuo padre. Ma tu non sai cosa voleva dire lo studio per uno che non aveva nemmeno i soldi per comprarsi le candele e che la sera sentiva gli occhi che si chiudevano dalla fatica e dal sonno e doveva lottare per tenerli bene aperti e continuare a leggere”.

E ancora Lajolo ricorda come Di Vittorio apprezzasse Alessandro Manzoni.

“I Promessi Sposi quando li ho letti, nel carcere di Lucera, mi hanno aiutato. E’ la persecuzione contro Renzo e Lucia che mi ha preso. Con le loro disgrazie e peripezie, la loro insistenza per avere giustizia mi facevano assorbire parola per parola, pagina per pagina, il romanzo come raccontasse la mia vita, quella di mio padre e di mia madre, quella di migliaia di donne e uomini che conoscevo. Per me quella storia era cronaca viva, presente; le rivolte di Milano, le grida, l’epidemia, i servi dei potenti, gli azzeccagarbugli in toga, i don Rodrigo erano come gli agrari contri i quali mi battevo. Per me il libro rappresenta la storia delle ingiustizie contro le quali si ribellava il popolo. Quello che so di sicuro è che uscii dal carcere di Lucera molto più ricco dentro. Mi sembrava anche di essere più alto di statura. Avevo conosciuto Manzoni, Campanella, Leopardi e in carcere, dove è obbligatorio il silenzio, mi pareva di aver parlato con loro e che con loro avrei potuto accompagnarmi nella vita”.

Il fascino e il carisma di Giuseppe Di Vittorio erano immensi. E’ interessante la testimonianza di Giorgio Amendola che ricorda un episodio significativo avvenuto alla Conferenza del Mezzogiorno del PCI a Bari nel 1949. Ecco il racconto: “Allora noi, strateghi del Comitato di Rinascita decidemmo di portare la nostra offensiva a Bari per riunirvi, da tutte le regioni, i delegati dei Comitati di base. Così organizzammo il Congresso del popolo meridionale e fu un’assemblea possente: si aspettavano tremila delegati e ne arrivarono settemila. Alicata che era protagonista della battaglia per imporre anche a Di Vittorio una linea meridionalista, diceva: questa volta dobbiamo far rispettare la linea politica, Di Vittorio verrà ma deve parlare disciplinato, un quarto d’ora, non bisogna fare eccezioni. Mentre io facevo la mia relazione iniziale, tutto sudato – a quell’epoca gridavo dall’inizio alla fine – il grande salone della Mostra del Levante era gremito, pieno di donne (ancora non c’era il movimento femminista, ma le donne dominavano in quell’assemblea), donne del Mezzogiorno, con gli scialli neri, le donne di Carlo Levi, ad un certo punto sento un boato. Era Di Vittorio che arrivava, in ritardo come arrivo sempre io, non lo faceva per calcolo, e man mano che arrivava la gente saltava in piedi: Viva Di Vittorio! Seppi cogliere l’occasione per unirmi agli applausi e salutare il compagno Di Vittorio e mi presi anch’io, per questo saluto a Peppino, la mia parte di applausi. Più tardi Alicata mi criticò: perché mai avevo interrotto il mio intervento, dovevo continuare… Ma all’arrivo di Di Vittorio avveniva qualche cosa che non si poteva contenere. Quel giorno vidi veramente quello che egli rappresentava in Puglia. Al pomeriggio egli voleva parlare. Allora io mi raccomandai del tempo a disposizione e pregai Di Vittorio di essere breve. Naturalmente lo promise, così cominciò a parlare. Avevano messo dei manifesti sulle mura di Bari su cui c’era scrittto: padre Lombardi microfono di Dio, e Di Vittorio microfono di Satana. Quando salì alla tribuna potè parlare solo dopo interminabili applausi, disse di aver visto quei manifesti e di essere molto addolorato. Erano manifesti blasfemi. “Chi è padre Lombardi che si arroga il diritto di parlare a nome di Dio? Dio parla a ciascuno di noi e non può parlare attraverso un portavoce non autorizzato come era padre Lombardi. E poi perché io sarei il microfono di Satana? Io posso avere commesso errori, ma io non credo che la mia vita sia la vita di un indemoniato. Ho cercato sempre di fare il mio dovere, di fare del bene, di lavorare per il popolo, come aveva indicato Gesù Cristo: con quelle immagini evangeliche che arrivano dritte al cuore. Se sono il microfono di qualcuno, ebbene sono il microfono vostro, di voi braccianti e popolo della mia terra”. L’assemblea accolse quelle parole con un urlo che veniva dalle viscere, era un’espressione di amore carnale. Mentre l’applauso continuava interminabile, io mi rivolsi ad Alicata per dirgli: eccolo, fermalo tu adesso se ci riesci”.

Ricordare la figura e il pensiero di un grande dirigente sindacale come Giuseppe Di Vittorio non può e non deve essere un semplice atto rievocativo. Può e deve essere qualcosa di più. Si deve incentrare sui temi dell’unità e dell’autonomia, un binomio ormai fondamentale della vita del sindacato nel nostro paese.

Quando la connessione fra questi due termini viene meno o si allenta, in proporzione inversa si moltiplicano le difficoltà all’interno del movimento e più faticosa ed incerta diviene l’iniziativa e la capacità propositiva e di lotta del sindacato.

Senza pretendere di sciogliere in questa sede nodi così rilevanti e così presenti e condizionanti nella storia del sindacato, si può, nella rievocazione di un prestigioso dirigente sindacale, trovare dei momenti di attenta e serena riflessione e in questo modo si può far fare un ulteriore passo avanti al già ricco confronto che c’è sempre stato nel movimento sindacale sui problemi dell’autonomia e dell’unità.

Di Vittorio è entrato nel mito, oltre che nella storia, del movimento contadino e operaio del nostro paese e il mito è qualcosa di profondamente diverso da quella sorta d’illusione storica che facilità la semplificazione, se non il travisamento, che spesso rende quasi inaccessibili le biografie di uomini la cui grandezza è indiscussa. Il mito, in questo caso, è rievocazione dell’umano, della semplicità e della straordinarietà di un dirigente che è vissuto sul crinale di una contraddizione oggettiva del movimento operaio e contadino della sua epoca e della sua stessa organizzazione, la CGIL unitaria, una contraddizione fra unità di autonomia, tra socialismo e libertà, una contraddizione che definirei una e duplice. Il mito non è dunque, e nessuno di noi può pensare che sia, chiusura nel ghetto dorato della aproblematicità storica, cioè, in ultima analisi, dell’archiviazione.

Ci sono stati nuovi contributi storiografici, nuovi studi ed indagini, dai quali la figura di Di Vittorio esce ancor più rafforzata nella sua complessità. E proprio questi studi dimostrano quanto fosse ingiusto e riduttivo e probabilmente antistorico il giudizio di Palmiro Togliatti, quando, con una delle sue taglienti sentenze, lo definì più che un uomo politico, un sentimentale, un passionale.

Non credo che si possa generalizzare ed assolutizzare il senso di questo giudizio di Togliatti, ma sono al tempo stesso convinto che, se vogliamo davvero scongiurare il pericolo dell’illusione storica, non possiamo sottovalutarlo. Quel tipo di giudizio era infatti dirimente nella valutazione di Togliatti e tradiva un suo modo di intendere il rapporto tra ruolo del dirigente politico e ruolo del dirigente sindacale. Ed è un giudizio con il quale non possiamo non fare i conti, se di autonomia e unità vogliamo davvero discutere. Non è secondario certamente che la passionalità di Di Vittorio, così fraternamente rimproveratagli dal Segretario del Partito Comunista, vada proprio a toccare, con una prontezza ed una tempestività che oggi ci appaiono eccezionali, nodi fondamentali del confronto politico all’interno della sinistra, allora al centro di un serrato dibattito.

Proprio dal rapporto vitale con i lavoratori, più che da calibrature di una esasperata e quindi astratta razionalità politica, Di Vittorio trasse, negli anni immediatamente precedenti alla sua morte (e sono anni decisivi del movimento comunista internazionale) alcuni fondamentali intuizioni politiche, allora coraggiose, oggi decisive. Alla loro determinazione, alla loro accelerazione, contribuì, e non lo possiamo dimenticare, la vivace dialettica che caratterizzò la vita della CGIL in quegli anni e di cui una componente fondamentale, insieme a quella comunista, era costituita dalla presenza e dal ruolo dei socialisti; e tutto il dibattito sui legami con la FSM e l’intuizione del Piano del lavoro, che poi venne abbandonata e che vide allora la CGIL non riprendere fino in fondo quella geniale proposizione di Di Vittorio all’epoca della programmazione, un’occasione che forse fu perduta, anche se non va sottovalutata, negli anni del primo centrosinistra, la decisione di astenersi dei parlamentari sindacalisti della CGIL.

Giorgio Napolitano ricorda che Giuseppe Di Vittorio, dopo la divisione sindacale, continuò a credere, sempre, nell’esigenza e nella prospettiva dell’unità sindacale. E a cercare di ritessere il filo del dialogo politico tra tutte le forze democratiche.

Napolitano a tale proposito sottolinea che la Conferenza Nazionale tenutasi a Roma dal 18 al 20 febbraio 1950, in piena guerra fredda, si svolse in un momento di dialogo davvero impensabile senza l’apporto trascinante di Di Vittorio. Accanto ai comunisti e ai socialisti della CGIL, nel Teatro delle Arti, si ritrovarono i Ministri Pietro Campilli e Ugo La Malfa, Amintore Fanfani e Giorgio La Pira e uomini tra i più rappresentativi dell’università, del mondo della ricerca, del mondo finanziario, della pubblica amministrazione.

“La ricaduta politica – ricorda Napolitano – fu ben visibile nelle decisioni prese poi dal governo, specie con l’avvio della politica di intervento straordinario nel Mezzogiorno, con l’istituzione della Cassa del Mezzogiorno, rispetto alla quale, come si sa, l’atteggiamento di Di Vittorio si distinse da quello di netta opposizione del PCI. E quella distinzione si sarebbe mantenuta e ripetuta alcuni anni dopo, quando nel novembre del 1953, al Convegno della Cassa del Mezzogiorno, si annunciò con la relazione del Professor Saraceno il passaggio a una politica di industrializzazione. Il consenso espresso in quel convegno da Di Vittorio gli procurò rinnovate critiche in sede di partito: quella che a dirigenti e giovani turchi del PCI di quel tempo apparve come ingenuità o avventatezza politica, era in effetti volontà di apertura, scelta di movimento, contro indubbi rischi di schematismo e rigidità e in risposta a esigenze prioritarie di carattere sociale e sindacale, compresa l’esigenza della ricerca di possibili convergenze unitarie fra le organizzazioni dei lavoratori”.

Ma questa dialettica che caratterizzò la vita della CGIL fu molto importante perché, se ambiguità vi era nei rapporti tra partito e sindacato, quella dialettica interna della CGIL, tra le correnti socialista e comunista, contribuì a farla emergere e Di Vittorio si dimostrò leader capace di cogliere e di interpretare l’avanzamento di posizioni politiche e culturali che da esso scaturiva.

Di quel famoso e drammatico 1956 noi attendiamo ancora oggi un ulteriore approfondimento delle ripercussioni che si ebbero nel sindacato per il travaglio dei partiti politici di fronte ai fatti di Ungheria. Di quelle ripercussioni oggi abbiamo ancora una ricostruzione sommaria, per lo più fondata sui fatti ufficiali, ma soprattutto abbiamo una certa condizione di sospensione di giudizio alla quale ha indotto la famosa precisazione che Di Vittorio fece in un discorso a Livorno all’indomani della approvazione del documento della CGIL sui fatti di Ungheria, che differenziò nettamente il giudizio critico della CGIL da quello “comprensivo” del Partito Comunista.

La condanna storica e definitiva di metodi antidemocratici di governo e di direzione politica che in quel documento veniva sancita venne fortemente attenuata dall’affermazione di Di Vittorio secondo cui essa, in qualche punto, non corrispondeva alle sue convinzioni. “Averla approvata – affermava Di Vittorio – non significa affatto che in noi si siano attenuati il profondo attaccamento che sentiamo per l’Unione Sovietica, la nostra grande riconoscenza per tutto quello che essa ha fatto e farà, malgrado i passati errori denunziati apertamente dagli stessi compagni sovietici, per la causa della pace e per il trionfo dei grandi ideali del socialismo”.

Non sappiamo se quella precisazione fu voluta con convinzione da Di Vittorio o se essa fu invece la conseguenza di quella specie di processo, secondo la testimonianza resa da Antonio Giolitti a Giorgio Bocca, al quale Di Vittorio fu sottoposto nel suo partito per quel documento della CGIL. Possiamo e dobbiamo considerare quella precisazione il frutto di un compromesso, il risultato di un confronto dialettico fra partito e sindacato. Ma nel percorrere quelle vicende l’impressione netta è che in Di Vittorio, nell’uomo e nel dirigente, non vi era ambiguità. Il rapporto di forza tra la componente socialista e quella comunista (del resto differente quella socialista sulla valutazione dell’intervento sovietico in Ungheria) non erano tali nella CGIL, da poter costringere un uomo come Di Vittorio a subire una presa di posizione che in qualche punto (quale se non quello della condanna?) non corrispondeva a quelle che egli definì, parlando a dei comunisti, “le nostre posizioni”.

Cosa poteva indurlo ad accettare una simile presa di posizione se non l’intima convinzione che essa fosse giusta e inconfutabile? Quale più significativa prova di razionalità e direi di realismo politico può dare un dirigente di fronte ad una questione di questo genere? E’ impressionante per la sua nitidezza la distinzione che Di Vittorio, evidentemente su questo punto in disaccordo con la linea del suo partito, seppe fare tra il suo essere militante di un partito politico ed il suo essere dirigente sindacale. Questa, pur con le sue contraddizioni e le sue ambiguità, resta una delle pagine chiave del movimento sindacale.

Il clima di quegli anni purtroppo non consentì alle altre Confederazioni di cogliere il senso del travaglio in atto nella CGIL e di valorizzarne le implicazioni politiche positive. Fu al contrario commesso da esse esattamente l’errore contrario, quello di non distinguere tra le posizioni della CGIL e quelle del Partito Comunista. Non a caso proprio Di Vittorio arrivò a sostenere al congresso del Partito Comunista di quell’anno, l’esigenza che il PCI ponesse in soffitta la teoria leninista della cinghia di trasmissione. Ma il leader della CGIL avrà poi pochi mesi di vita, troppo pochi, per poter portare avanti le sue posizioni anticipatrici.

E’ difficile oggi valutare in tutta la sua pienezza il contributo che Di Vittorio portò ad una concezione di una unità sindacale che avesse proprio nell’autonomia uno dei suoi fondamenti imprescindibili.

La sua opera coincide, almeno nel dopoguerra, con la fase in cui più forte e pressante, e per tutti i sindacati, è il condizionamento dei partiti; era molto più difficile essere autonomi nell’immediato dopoguerra; la guerra fredda, le incompatibilità che non esistevano tra incarichi sindacali e incarichi politici fanno capire come anche il nostro giudizio storico deve tener conto di quella mutata situazione, della drammaticità della crisi e della ricostruzione.

E, d’altra parte, quella situazione era connaturata ad un processo storico che era avvenuto negli anni del fascismo e di cui già nel ‘24 Di Vittorio mostra di averne piena coscienza. Nel ‘24 egli aveva modo di dire che di fronte all’infuriare della reazione fascista i sindacati in generale erano caduti senza offrire una opposizione efficace. I partiti politici invece – scriveva Di Vittorio – hanno potuto continuare a vivere e a funzionare anche durante la tormenta ed essi solo hanno saputo e potuto sopravvivere senza libertà, assicurando la continuità storica del movimento operaio. I sindacalisti, rimasti senza sindacati, hanno dovuto pur essi entrare nei partiti politici per continuare la lotta.

Siamo appena nel ’24 e il giudizio sulla possibilità per gli stessi partiti di sopravvivere in mancanza di libertà è destinato a diventare sempre più pessimista. Tuttavia Di Vittorio coglie con semplicità un fatto indiscutibile, che avrà la sua verifica nel dopoguerra; se con l’avvento del fascismo i sindacalisti si trovano senza sindacati, con il ritorno della democrazia sono i sindacati a trovarsi senza sindacalisti. Il sindacato mutua in realtà i suoi gruppi dirigenti dai partiti politici e questo rappresenterà il fragile piedistallo sul quale si edifica il gigante d’argilla dell’unità sindacale del 1944. Non appena, con la rottura della coalizione antifascista, un vero e proprio trauma investe il sistema politico, l’unità sindacale va a pezzi.

Su questo drammatico periodo della vita del nostro paese si è detto e si è scritto molto; tutti i termini ne sono chiari, ma uno più di tutti: l’unità sindacale non si costruisce sulle mediazioni politiche, quale che sia e appaia essere la loro natura.

Molte cose fanno pensare che Di Vittorio ebbe chiara questa convinzione e con lui altri dirigenti della sua e di altre confederazioni che vissero il dramma della scissione e della spaccatura.

Le lotte di quegli anni e degli anni successivi, fino agli anni ’60, dimostrano che man mano che il movimento sindacale autonomo ricostruisce il suo rapporto con i lavoratori – a partire dalle loro condizioni e dalle loro esigenze –  di più cresce lo spirito unitario e la stessa possibilità di realizzare più avanzate soluzioni di aggregazione organizzativa. Questo non significa che il sindacato deve rinunciare a portare una forte carica di politicità nella sua azione.

Giuseppe Di Vittorio in tutta la sua vita di sindacalista ha sempre rifiutato disegni pansindacalisti e quelli trade-unionisti. La politicità che in lui possiamo ritrovare come tratto peculiare, è, al contrario, la linfa vitale del movimento sindacale, perché essa è costruita su un rapporto diretto e specifico che il movimento sindacale ha saputo sviluppare tra le sue strutture dirigenti e i lavoratori. La capacità del sindacato di darsi una linea confederale e quindi di essere unitario ed autonomo – anche nella rappresentazione dei bisogni più complessivi dei lavoratori, comprese le tematiche della politicità appunto –  per Di Vittorio dipendeva essenzialmente da questo rapporto e dalla sua vitalità.

Non c’è dubbio che la crisi economica, con la sua incidenza paralizzante sul sistema politico, attacca proprio su questo versante la potenzialità unitaria del movimento sindacale. Il rischio, sempre crescente, di una divaricazione tra occupati e disoccupati, tra integrazione ed emarginazione, pende, come una terribile spada di Damocle, sul movimento sindacale e sulla stessa democrazia nel nostro paese.

Simona Colarizi sostiene che Di Vittorio a contatto più diretto con i mutamenti in atto nel mondo del lavoro, mostra negli ultimi anni della sua vita una sensibilità e una capacità intuitiva senz’altro maggiori rispetto ai vertici del Partito Comunista.

Bruno Trentin diceva: “C’è sempre in Di Vittorio una straordinaria curiosità per il mondo che cambia da cui deriva la sua comprensione sofferta del nuovo”.

Bello il ricordo di Francesco De Martino, a lungo Segretario del PSI: “Quest’uomo straordinario sapeva formulare delle immagini che hanno un profondo valore. Per esempio diceva: la terra è un bene naturale come l’aria. Una frase piena di contenuto storico-politico, ma anche di poesia. Per me è più bella della frase tipica del feudalesimo germanico “Luft frei macht” cioè l’aria fa liberi. Ma chi fa liberi? I signori; invece, la concezione della terra come bene naturale fa liberi i braccianti, fa liberi i contadini. Era la teoria e il pensiero di un uomo che aveva conosciuto direttamente lo sfruttamento degli agrari ed era un’immagine che veniva dal profondo”

E’ profetica l’esortazione di Di Vittorio contenuta nella relazione al IV Congresso della CGIL a Roma nel 1957, l’ultimo al quale avrebbe partecipato:

“Questo Congresso dimostra le grandi possibilità di recupero della nostra Confederazione di esaminare in modo critico ed autocritico le mutevoli situazioni in cui si svolge la lotta dei lavoratori. Il più grave errore che potremmo fare sarebbe quello di fermarsi su questa via. Bisogna continuare ad approfondire queste mutate condizioni ma nel contempo realizzare legami sempre più vivi tra il sindacato unitario e l’insieme dei lavoratori e conseguire un legame diretto tra le più minute rivendicazioni economiche di carattere aziendale e la prospettiva sintetizzata nella lotta per l’economia del lavoro, la cui applicazione presuppone la riduzione del potere dei monopoli e un controllo della loro attività”.

* Dal primo capitolo del libro di Giorgio Benvenuto e Claudio Marotti: “Giuseppe Di Vittorio. Una storia di vita essenziale, attuale, necessaria”, prefazione di Susana Camusso; Morlacchi Editore, 2016, pp. 238, euro 15,00

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