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Macron, così la finanza si è fatta partito


 

-di ANTONIO MAGLIE-

In Europa il capostipite è stato Silvio Berlusconi: partito di plastica tenuto in piedi attraverso la ricchezza del fondatore, le televisioni e il marketing. Per far trionfare questa idea bisognava “distruggere” i partiti “veri”, strumenti di mediazione essenziali (insieme ai sindacati) in una sana democrazia; allo stesso tempo però un terribile fastidio per una democrazia malata dove non è la voce di tutti che bisogna in qualche modo trasformare in un coro intonato, ma quella di una solo che deve sormontare quelle degli altri ridotti al rango di acritici adulatori e reggicoda. Un’idea di democrazia decisamente più vicina alle esigenze dell’economia e della finanza: assemblee elettive come consigli di amministrazione in cui il socio di riferimento detta le regole e tutti gli altri si adeguano. Pensavamo, nel 2008, sull’onda di movimenti come Occupy Wall Street e gli Indignados, che le incontestabili responsabilità della finanza nel crollo globale e nell’impoverimento generalizzato avrebbero rafforzato la politica fatta di partecipazione, rappresentanza e rappresentatività. È accaduto l’esatto contrario: la finanza, che prima delegava alla politica, si è appropriata della politica; non si limita più a indirizzarla, la fa direttamente, seppure per interposti fiduciari scelti direttamente. Dall’altra parte, un populismo che si alimenta con il comprensibile ma confuso ribellismo semmai alternato a ipocriti richiami alla democrazia diretta esercitata semmai attraverso uno strumento agevolmente manipolabile come il web.

L’ultimo esempio di questa nuova forma di democrazia che si regge sul principio del “né di destra né di sinistra” (ma poi propende sempre per scelte di destra) è Emmanuel Macron (che non a caso si è scelto un primo ministro di quella parte). Adesso su questa strada sembra essersi avviato il leader ventinovenne del Partito Popolare austriaco, Sebastian Kurz, che alle prossime elezioni anticipate ha fatto sapere di voler andare con una propria lista soltanto sostenuta dal partito che lui guida ma che ritiene impresentabile e poco spendibile. Insomma, un “marchio” usato, abusato e sdrucito.

Ha scritto un interessante articolo Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera” utilizzando un’inchiesta del quotidiano francese “Liberation”. Interessante e inquietante per il futuro (per nulla infondato) che prospetta. In sostanza, il giornale ha spiegato (sulla base delle “mail” proditoriamente rese pubbliche alla vigilia del ballottaggio presidenziale) la “macchina da soldi” che Macron e i suoi più stretti collaboratori (parenti e affini compresi) hanno messo in piedi mettendo insieme alla fine qualcosa come quindici milioni di euro. Il neo-presidente non aveva un partito alle spalle ma potenzialità economiche solide e impossibili da contrastare. Brevi incontri (quindici minuti di saluti, venti di speech e venti di domande e risposte) e poi via all’incasso. Alleati “operativi” del neo-presidente, un alto dirigente di Bnp Paribas e il direttore internazionale di Hsbc, la seconda banca a livello mondiale, Christian Dèseglise.

Soldi (tanti), potere economico solido e un’idea di democrazia in cui ai partiti considerati come anticaglie, si sostituiscono “movimenti” invisibili, dai nomi fantasiosi ma tutti rispettosi di una sola esigenza: porsi al servizio di quella finanza che dopo aver prodotto la crisi peggiore di questo e del secolo scorso, ha deciso di governare il mondo liberandosi dai condizionamenti della politica che un tempo, di tanto in tanto, fissava anche qualche paletto e chiedeva conto, e della democrazia rappresentativa aperta a tutti e non solo ai più abbienti. È il tempo di cominciare a meditare

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