Maria Giulia e Alice, le italiane dell’ISIS

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-di GIULIANA SALVI-

Maria Giulia Sergio nasce 29 anni fa a Torre del Greco, in provincia di Napoli. Il padre Sergio è operaio, la madre Assunta casalinga. Ha una sorella più grande, Marianna, a cui è molto legata e con cui condivide giochi e segreti di bambine.

Maria Giulia non cresce però tra gli scugnizzi del paese. Sergio trova lavoro in una ditta di Inzago, un piccolo comune dell’hinterland milanese, e lì trasferisce la famiglia nel 2000. I Sergio sono gente modesta, di poche pretese, ma Maria Giulia sembra avere una marcia in più. Si iscrive all’istituto Marie Curie di Cernusco sul Naviglio, studiare le riesce bene e presa la maturità classica entra alla Statale di Milano, indirizzo Biotecnologie. Una ragazza normale, quasi un modello per le sue coetanee della provincia milanese. Quello che però nessuno sa, a parte la sorella Marianna, è che Maria Giulia nella sua cameretta di Inzago non ripassa solo le lezioni. Ogni giorno infatti, con costanza e devozione, la giovane recita la shahāda, la professione di fede islamica.

Il 14 settembre del 2007 Maria Giulia, ad appena vent’anni, si converte all’islam.

E’ Bushra Haik, una giovane di origine siriana nata a Bologna, ad insegnare alle sorelle Sergio l’arabo e la memorizzazione del Corano tramite il suo gruppo Skype di reclutamento, Aqidah e Tafsir, che gestisce dalla sua abitazione di Riyad.

Maria Giulia risponde presto alla “chiamata di Allah” e sposa giovanissima un ragazzo marocchino. Il matrimonio però, a differenza della convinzione religiosa della giovane, naufraga poco dopo.

E’ la sorella Marianna a starle accanto, anche lei è sfortunata in amore. Il marito, Abdul Wahid, giovane algerino, la lascia e si trasferisce nel nord Europa. Per Marianna è un brutto colpo che mina la sua labile psiche.

Maria Giulia è ferma nella sua fede. Indossa dal 2009 il niqab, la veste islamica che copre tutto il corpo, occhi esclusi. Non resiste più a vivere tra i kuffar, i miscredenti dell’ Occidente, vuole partire, andare in Siria per unirsi allo Stato Islamico, la sua “vera patria”. Ma non può. Maria Giulia non ha un marito e sa che partire sola non si addice ad una buona fedele.

Così le chiacchiere corrono veloci, di moschea in moschea, fino a giungere all’orecchio attento di Lubjana Gjecaj, una cittadina albanese residente da anni in Italia. E’ lei a far incontrare, nel settembre 2014, Maria Giulia ed Aldo Kobuzi. Amore a prima vista? Non proprio. Quando il 17 settembre si sposano, Maria Giulia ed Aldo non si sono mai visti prima. Non un sogno d’amore dietro la celebrazione svoltasi a Treviglio ma un obiettivo comune: recarsi insieme nei territori dell’Isis per unirsi alla jihad.

Siamo a Bulciago, un piccolo comune della Brianza, e qui che trentanove anni fa nasce Alice Brignoli. La madre Fabienne, un operatrice olistica italo- francese, la cresce da sola, con l’affetto che riesce a darle. Ma Alice, negli anni, si porta dentro la mancanza del padre, di una figura maschile di riferimento.

La giovane cresce apparentemente serena. Trova lavoro come segretaria in una ditta vicino Lecco e lì, nelle pause di lavoro, incontra Mohamed Koraichi, un operaio marocchino più giovane di lei. I due si innamorano e Alice, nonostante il futuro marito non sia osservante, si converte all’islam.

Nel 2008 le nozze in comune. E’ sorridente Alice con il suo velo turchese, fiera accanto al suo sposo vestito con la tradizionale tunica bianca.

Quando l’anno dopo nasce Ismail, il primo figlio, nonna Fabienne non potrebbe essere più felice. Quel nipotino, un maschio, è una benedizione per la giovane coppia.

Nella provincia fatta di campagne consumate dalla nebbia gli anni passano lenti e senza svaghi.

Alice e Mohamed hanno tre figli, hanno smesso di lavorare e tirano a campare grazie ai sussidi statali e all’aiuto dei membri della comunità islamica locale. Ma qualcosa è irreversibilmente cambiato nelle loro vite, la lenta conversione all’islam ha assunto una portata immane che nemmeno mamma Fabienne riesce a indovinare. Alice si mostra sempre meno, parla poco con gli “infedeli”, indossa l’hijab e arriva a non far mai vedere il suo ultimo figlio alla madre, colpevole di non essersi convertita alla religione islamica. E’ in questo silenzio assordante che Alice, Mohamed ed i loro tre bambini si chiudono alle spalle la porta della loro casa in via Provinciale a Bulciaghetto e partono alla volta del Daesh. E’ il febbraio del 2015.

Maria Giulia Sergio e Alice Brignoli sono oggi Fatima e Aisha, non semplicemente convertite alla religione islamica, non solo giovani musulmane. Sono spose della jihad, sono muhajirat.

Maria Giulia, con costanza e perseveranza, riesce a convincere, d’accordo con la sorella, i genitori a compiere la Hijrah, a trasferirsi nei territori controllati dallo Stato Islamico. Le conversazioni via Skype sono deliranti: la madre Assunta che si accerta della presenza di una lavatrice nella futura casa e poi quella domanda che più di tutte svela la natura semplice dei sentimenti della signora Sergio, “E se poi non mi trovo bene?”.

L’operazione Martese scatta quando i coniugi Sergio insieme alla figlia Marianna sciolgono le riserve e decidono di partire. Per la madre Assunta è troppo, la donna muore nell’estate del 2015 nel carcere di Vigevano. Marianna viene giudicata con rito abbreviato: 5 anni e 4 mesi di reclusione.

Il 19 dicembre 2016 la Corte d’Assise di Milano presieduta dal giudice Ilio Mannucci accoglie in pieno le richieste del PM Maurizio Romanelli e condanna a nove anni di reclusione la predicatrice italo canadese Bushra Haik, stessa pena per Maria Giulia, dieci anni di carcere per il marito Aldo Kobuzi mentre per il padre Sergio la pena inflitta sono 4 anni di reclusione per aver aderito alla missione di viaggio jihadista.

Per la prima volta nella storia viene condannata una foreign fighter italiana.

Alice al contrario non riesce a far convertire sua madre. E’ la signora Fabienne a denunciare la scomparsa della figlia e della sua famiglia, è da lei che partiranno le indagini coordinate dal Procuratore aggiunto di Milano Maurizio Romanelli che condurranno all’arresto per terrorismo di quattro persone, tutte in contatto con Alice e Mohamed, tutte pronte ad unirsi all’Isis e a colpire gli infedeli come il pugile Abderrahim Moutaharrik, l’uomo che voleva bruciare Roma.

Da più di un anno i figli di Alice, tre bambini di 7, 5 e 3 anni, vivono nei territori del Daesh, allevati come guerriglieri, indottrinati all’odio e alla violenza.

Maria Giulia e Alice sono delle straniere convertite che si sono guadagnate il rispetto delle sorelle, madri e cognate dei propri mariti. Alice arriva a presentare a Mohamed, da perfetta moglie devota, la vedova di un martire tunisino. Gli consiglia di sposarla e di adottare il suo bambino.

Maria Giulia si occupa dell’ al- Zawara, l’istruzione alla fede islamica integralista di altre donne albanesi e straniere, sorelle che si sono trasferite nello Stato Islamico abbandonando per sempre la loro vita in occidente.

L’Isis ha creato un vero e proprio esercito di donne all’interno del Califfato, la famigerata brigata al-Khansaa, una milizia completamente femminile che viene utilizzata come forza di polizia per mantenere l’ordine e controllare le donne che abitano la città di Raqqa, in Siria.

La propaganda dell’Isis per attrarre foreign fighters avviene soprattutto in rete. Ed è su internet che molte donne musulmane nate in occidente o occidentali convertite all’islam trovano una voce chiara e riconoscibile in netta contrapposizione con la cultura contraddittoria di molte democrazie. E’ l’islam che con le sue rigide regole si contrappone alla modernità liquida del mondo post contemporaneo.

Le donne vengono attirate da un linguaggio che conoscono, moderno, spesso in inglese o ricontattate in base alla lingua con cui sono cresciute: italiano, spagnolo, francese e molte altre ancora. Non hanno paura perché il materiale di propaganda che viene loro mostrato è creato appositamente per indurle a cedere e a fidarsi dell’interlocutore.

La cooptazione avviene con sapienti opere di macchinazione psicologica, i filmati che vengono utilizzati per mostrare la vita nel Daesh non sono semplici filmini amatoriali ma riprese tecniche degne di un film. Generalmente l’Isis fornisce anche i soldi per il viaggio dando specifiche indicazioni. Le donne sole vengono smistate in dei veri e propri centri di accoglienza suddivisi in base alla provenienza geografica. A tutte viene sconsigliato di indossare il velo per non dare nell’occhio. Se si passa dalla Turchia si seguono regole precise. Una volta atterrati bisogna distruggere la propria scheda telefonica ed acquistare un telefono prepagato con cui chiamare il proprio contatto. Da quel momento è impossibile tornare indietro.

Come molte donne occidentali convertite, Maria Giulia e Alice sono diventate abili reclutatrici e feroci propagandiste.

Il loro è il primo caso di italiane convertite all’islam che hanno aderito alla jihad. Nei loro confronti (e in quello dei loro mariti), è stato spiccato un mandato di arresto internazionale.

Da quando i rispettivi familiari sono stati arrestati o interrogati, le due donne hanno definitivamente tagliato i ponti con l’Italia. Non si sa se siano ancora vive (si presume di si), che ruolo abbiano assunto o assumeranno nel Califfato e se sentiremo ancora parlare di loro. Quel che certo è che a distanza di un anno, due donne della provincia lombarda hanno lasciato dietro di loro una scia di dolore e lacrime, hanno scelto consapevolmente e con lucidità criminale di sposare la causa dei terroristi, di schierarsi contro il mondo in cui sono nate e cresciute, un mondo che conoscono. Hanno scelto la JIHAD.

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