22 dicembre 1947, quando si applaudì alla Costituzione

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– di GIULIA CLARIZIA –

Il 22 dicembre del 1947, i padri costituenti approvarono la Costituzione della Repubblica Italiana. Dopo un periodo caratterizzato da un ampio dibattito in merito al referendum costituzionale, torniamo indietro di quasi settant’anni per comprendere lo spirito dietro gli articoli che oggi costituiscono la nostra legge fondamentale.

L’assemblea costituente si era formata sulla base delle elezioni popolari tenutesi il 2 giugno del 1946, contestualmente al referendum istituzionale.
Attraverso un sistema proporzionale, quanto mai adeguato per una circostanza come quella in cui doveva essere garantita la massima rappresentanza, vennero assegnati 556 seggi.
I partiti di massa dominavano. La Democrazia Cristiana ottenne il 35.2%, seguita dai socialisti con il 20.7%, e dai comunisti con il 18.9%. I liberali, espressione della vecchia politica, sfiorarono appena il 7%. Il partito d’Azione invece, principale rappresentante della Resistenza, fu sconfitto alle urne con un 1.5% che gli garantì solo 7 seggi alla costituente.

In totale, erano rappresentati 10 diversi partiti.
Molti uomini, molti modi pensare differenti tra loro, che nonostante ciò hanno portato alla redazione di un testo costituzionale valido ancora oggi, dopo quasi settant’anni.
Come disse quel 22 dicembre l’onorevole Ruini, presidente della Commissione per la Costituzione fu un “compito difficile e faticoso”. Tale commissione era stata istituita all’inizio dei lavori per provvedere alla stesura del testo costituzionale vero e proprio. Nota come il comitato dei 75, per via del numero dei suoi membri, si componeva di uomini di grandissimo spessore come Palmiro Togliatti, Luigi Einaudi, il giovane Aldo Moro, nonché fini esperti come Pietro Calamandrei e Costantino Mortati. L’assemblea si sarebbe dovuta sciogliere nel febbraio del 1947, ma come è noto, la costituente non si sciolse fino al 31 gennaio del 1948.
Furono diversi i dibattiti che accesero la discussione. Ricordiamo quello che portò forse all’unico vero scontro, il problema dei rapporti tra lo Stato italiano e la Chiesa Cattolica, in particolare per la recezione del concordato in Costituzione. Essa era fortemente voluta dalla Democrazia Cristiana di De Gasperi, che addirittura minacciò la richiesta di un voto popolare nel caso non fosse stato recepito. A molti, inserire un accordo stretto con la Santa Sede nella Costituzione di uno stato laico appariva come una contraddizione. Senza considerare che un trattato internazionale come il Concordato non sarebbero dovuto essere al pari della norma costituzionale. Nonostante ciò, a causa del voltafaccia dei comunisti al momento del voto, la maggioranza fu favorevole e oggi abbiamo il Concordato all’articolo 7 della nostra Costituzione, sebbene non si siano poste come costituzionali le norme del concordato in sé, ma il principio che regola i rapporti tra la Chiesa e lo Stato.

Oggi, leggere il verbale di quella giornata è emozionante. Ruini consegnò la carta costituzionale al presidente dell’assemblea Umberto Terracini. Tutti si alzarono in piedi, poi applausi “vivissimi, generali, prolungati”. Da una tribuna, un gruppo di garibaldini intonò l’Inno di Mameli.
Si procedette alla votazione. In ordine alfabetico, ogni padre costituente fu chiamato a depositare nell’urna il suo voto segreto, e quando fu il turno di Terracini, di nuovo l’assemblea scoppiò in un applauso accorato.
Un’atmosfera che oggi appare quanto mai lontana.

Si è parlato spesso nel dibattito delle scorse settimane di eccessivo attaccamento romantico alla Costituzione così come fu concepita in quelle circostanze così particolari, sul risorgere dalle ceneri del fascismo e della guerra. Eppure, quando i meriti ci sono, è giusto evidenziarli.
La nostra Costituzione tende al pieno sviluppo della persona. Afferma esplicitamente i diritti dell’uomo e del cittadino, come individuo, e all’interno della comunità, dalla famiglia alle istituzioni.
In termini di apertura, programmaticità ed elasticità, la lungimiranza dei costituenti è stata esemplare. Sono riusciti a determinare principi e programmi per i pubblici poteri e i loro rapporti con i cittadini senza strettamente determinare regole specifiche di azione.
Hanno spiegato un’astratta formulazione di principi applicabili ed adattabili con il mutare dei tempi, e così formulati, questi principi si permeano del loro carattere fondamentale.
I primi dodici articoli ne sintetizzano l’essenza, protetti dall’impossibilità di essere modificati, neanche con procedimento di modifica costituzionale previsto dall’articolo 138.

In circa un anno e mezzo, soppesando ogni parola, vennero redatti 139 articoli e 18 disposizioni finali e transitorie. Un lavoro minuzioso, cui qualsiasi intervento o tentativo di intervento successivo ha faticato a tenere testa.
La modifica del titolo quinto del 1999 e l’introduzione del pareggio del bilancio del 2012 sono entrambi interventi largamente contestati.
Sull’ultimo in particolare, approvato in soli sei mesi nell’oscurità del governo tecnico di Mario Monti e passato quasi inosservato dall’opinione pubblica, ci sarebbe parecchio da ridire. Si pone infatti in disarmonia con l’elasticità della nostra Costituzione, non prevedendo la possibile necessità di tenere i conti in rosso per fare il bene dello stato di fronte a una qualsiasi emergenza.

Per concludere, il fatto di avere una elevatissima Costituzione non basta per creare uno stato solido. Quei principi vanno applicati ogni giorno attraverso l’operato delle istituzioni e dei singoli cittadini, e in questo senso ricordiamo le parole di Calamandrei, “la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è […] spesso in larghe categorie di giovani- una malattia dei giovani”.

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