Salari: mai così male dal 1982

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-di SANDRO ROAZZI-

Retribuzioni con l’incremento minimo dall’inizio delle serie statistiche attuali, ovvero il lontano 1982. Allora l’Italia economica soffiava di inflazione, ora invece il potere di acquisto viene difeso dalla…deflazione Tutto questo avviene malgrado il rinnovo di diversi contratti come quello del commercio, settore che non a caso registra l’incremento maggiore della retribuzione oraria media. La questione salariale è  un problema aperto non da oggi. Negli anni novanta la moderazione salariale giocò un ruolo importante nell’evitare il collasso economico, negli anni duemila molto avrebbe potuto fare una equa e profonda riforma IRPEF che invece non è mai arrivata e si attenderà chissà per quanto tempo ancora. E di questi tempi finisce per essere fondamentale il solo rinnovarli i contratti nazionali che pure registrano novità e vitalità da non sottovalutare.

Nel frattempo il mercato del lavoro e la contrattazione stanno continuamente cambiando pelle e riferimenti. E cosa avverrà in questi anni sotto la spinta dei processi di innovazione tecnologica è tutto da vedere. I grandi gruppi, pochi da noi, stanno cercando di ottimizzare i frutti della innovazione tecnologica in casa propria. Non diversamente sono al tempo stesso i maggiori fautori di una contrattazione aziendale nella quale produttività, salario e welfare di coniugano molto più strettamente. Con una novità non da poco: il lavoro umano si colloca ormai al di sotto del 20-25%, il resto è  automazione e reti. Va da se che questa è rivoluzione silenziosa ed inarrestabile, presente del resto nel mondo ed inarrestabile, provoca altre diseguaglianze, anche di carattere salariale. E poco vale il sostenere che la nostra economia imperniata sulle piccole e medie imprese gode di una sorte diversa. Questo tessuto produttivo ed economico concede solo un poco più di tempo, finito il quale i nodi verranno al pettine. Intanto sempre piu’ animano il mercato del lavoro professionalità riconosciute, ricercate e ben retribuite; altre invece si disperdono e a causa delle crisi aziendali finiscono per essere emarginate o addirittura utilizzate per altri mestieri indispensabili per sbarcare il…lunario. Mentre le qualifiche più basse si trovano a convivere con prospettive di precariato e di licenziamenti che si ripercuotono pesantemente anche sui redditi.

Una attenzione pari alla serietà dei problemi in campo però pare sconosciuta nella politica che oggi si azzuffa su tutto, evitando con cura la contaminazione con riflessioni che guardino alle future prospettive economiche e sociali. Il rullo compressore dei cambiamenti sembra estraneo alle preoccupazioni dei nostri politici come se esso proceda con un silenziatore che lo rende impalpabile. In tal modo però ritardi, squilibri e conflitti sociali si aggravano. È impressionante osservare che mai come in questo periodo la classe politica, che si avvale anche di protagonisti provenienti dal mondo dell’economia, appaia tanto povera di cultura economica e sociale. La strada di un ritorno ad un confronto fra mondo politico e realtà sociale sembrerebbe la più giusta e la più utile. Ma per ora sembra una di quelle vie periferiche che si perdono all’orizzonte. Eppure anche la questione salariale dovrebbe aguzzare la vista di tutti in quanto fa parte a pieno titolo di quella trasformazione del mondo del lavoro sulla quale si gioca il destino soprattutto delle generazioni più giovani. E che proprio per questo chiama in causa le responsabilità di chi oggi può scegliere e decidere. Ma per ora almeno non lo fa.

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