Referendum Jobs act: i numeri del lavoro

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-di MAURO MILANO-

L’11 gennaio sarà una data importante. La Consulta prenderà in esame le richieste di referendum abrogativo in materia di mercato del lavoro. I tre quesiti, su ”Abrogazione disposizioni in materia di licenziamenti illegittimi”, “Abrogazione disposizioni limitative della responsabilità solidale in materia di appalti” e “Abrogazione disposizioni sul lavoro accessorio” (cioè i voucher) hanno già avuto il sì della Cassazione. In caso di “via libera” dalla Corte costituzionale, si andrà alle urne in primavera. Sempre che non vengano nel frattempo sciolte le Camere. Intanto, però, la riforma sul lavoro del governo Renzi ha compiuto due anni. Ci vorrebbe ancora del tempo per vedere tutti gli effetti dei decreti, ma qualche dato sul mercato del lavoro, per tirare le somme, c’è.

“Big Data” e “fact-checking” non sono solo due anglicismi, il primo pure un po’ latineggiante. Ma anche due vie che nel giornalismo stanno avendo un certo successo. E il mercato del lavoro è uno dei temi su cui arrivano più risultati: sull’occupazione, la disoccupazione, la retribuzione. Come per il Pil vengono elaborati dall’Istat quattro volte l’anno, ogni trimestre.
Nel grafico percentuale della disoccupazione, il punto più basso è nel lontano aprile del 2007 (Governo Prodi II): 5,7%. Da allora il trend, che era in discesa da due anni, non ha smesso di aumentare. Nel secondo trimestre del 2012 è raddoppiato (10,5). C’è stata solo una piccola depressione (meno dell’uno per cento) all’inizio del 2011. L’impennata maggiore del tasso va dalla primavera di quell’anno al giugno di quattro anni fa, dal 7,7 al 10,8. Il record però è – un mese prima della promulgazione del Jobs Act – a novembre del 2014: il 13,229% della popolazione è senza lavoro.
Dalla nuova legislazione l’andamento è in discesa, se si guarda agli anni, ma ogni tre mesi oscilla. Se cala quasi del due e mezzo per cento (dal 13 al 10,6) a settembre 2015, cavallo con quest’anno siamo di nuovo oltre il 12. Nei sei mesi successivi arriviamo al 10,9. Se un complessivo 11,5-11,6% per quest’anno venisse confermato, saremmo a una discesa dell’1,1% in due anni: al massimo lo 0,4 nel 2016. Come col Prodotto interno lordo, si resta nell’ambito dello “zero virgola”.

Le cifre sull’occupazione sono diverse e non sempre complementari. Spesso aumentano gli occupati ma anche i disoccupati, o viceversa. Sulla lunga griglia dell’Istituto di statistica si legge: “T4 (quarto trimestre, prima dei decreti renziani) 2014 56,0”; “2015: 56,3”; “2016: 56,3; 57,7 e 57,6”. In due anni il tasso di occupazione sarebbe aumentato dell’uno virgola due: 0,3 e 0,9 per cento.

Questi numeri riguardano tutti i lavoratori – maschi e femmine, italiani e stranieri-, dai 15 anni in poi. La variazione nei giovani è molto più robusta. E drammatica. Nel 2008 i lavoratori dai 15 ai 34 anni erano il 50,3 %, dal 2013 non sono più del trentanove (tra il 26 e il 28 nel Mezzogiorno). Però non sono mai scesi al di sotto della soglia del 38% (al Sud del 25 in totale, del 20 per le lavoratrici).
La disoccupazione giovanile (nella fascia dai 15 ai 24 anni) è sopra il 20% da anni. Nel 2007 era al 20,4. Da allora ha iniziato a galoppare per sette anni: 21,2% nel 2008; 25,3 nel 2009; 35,3 nel 2012. Tre anni fa è arrivata al quaranta per cento nel primo trimestre del 2014 ha toccato il massimo: 46,2% (61,6 nel Mezzogiorno). L’anno dei decreti attuativi è passata dal 44,9 al 35,5, poi di nuovo al 40. Sono senza lavoro due giovani su cinque ancora a marzo scorso, a settembre il dato scende al 34,5%. La stima annuale sarebbe del 36,4: dieci punti e mezzo in meno della Grecia (fanalino di coda UE, dove media dei 28 paesi è 18,4%) ma comunque il terzo posto per ragazzi che non lavorano.

Sono di ieri una serie di dati dell’Osservatorio dell’Inps che tracciano un quadro complessivo sulla situazione del lavoro oggi in Italia. Per i primi mesi del 2016, i contratti a tempo indeterminato sono un milione e 370 mila, le cessazioni 1.308.608. Il saldo è quindi di 61.640, nel privato è sceso rispetto al 2015 (-21,8%), ma aumentato rispetto al 2014. Le dimissioni sono scese del tredici per cento (da 762 a 658 mila). L’apprendistato è cresciuto del 24,5% e i contratti stagionali sono diminuiti di sette punti. Le cose aumentate di più sono due: i licenziamenti e i voucher. I primi sono stati quasi 507 mila, il 3,4% in più in un anno. I licenziamenti disciplinari, dai 47.728 del 2015, sono stati 60 mila e ottocento. I buoni per il lavoro accessori sono aumentati del 32 per cento: 121 e mezzo in più in un anno. Erano già il 67% in più rispetto allo stesso periodo del 2014.

Il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti si è detto favorevole e disponibile a “rideterminare il confine dell’uso” dei buoni da 10 euro. Tra una frase infelice e l’altra sui giovani che vanno a lavorare all’estero.

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