Ma una nuova classe dirigente non ce la darà Grillo

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Quel che sta avvenendo in questi giorni a Roma è politicamente significativo e non per la centralità del palcoscenico ma per il contenuto, sia evidente che latente, della rappresentazione. Abbiamo toccato con mano in questi ultimi giorni, tra assessori che vanno via e alti dirigenti ingabbiati (oggi definito solo uno dei 23 mila dipendenti del comune, ma ieri risorsa fondamentale per l’amministrazione della città), la differenza che corre tra una corretta azione di governo sorretta da capacità e competenza, e la realizzazione di un V-day a colpi di volgarità e battute crasse. Per la seconda è sufficiente un minimo di talento scenico e di spregiudicatezza verbale; per il primo, invece, occorre avere alle spalle una “scuola”. E oggi questa “scuola” sembra mancare a quella classe dirigente che vestendo le insegne del Movimento 5 stelle è arrivata con il vento in poppa al potere a Roma leggendo in questa sorta di presa del palazzo d’autunno (stagione che ricorda il declino in cui il paese è immerso) l’annuncio della presa del palazzo d’Inverno.

D’altro canto, non è un caso che, ribaltando le posizioni esibite in occasione del dibattito sulla nuova legge elettorale, subito dopo la vittoria del no al referendum, Grillo e i suoi abbiano sostenuto che bisogna andare subito al voto “raddoppiando” l’Italicum cioè estendendolo anche al Senato con l’opportuna modifica della base regionale. Il vento in poppa, infatti, appariva addirittura una bora con quel sessanta per cento inserito d’autorità (un po’ arditamente perché non tutti quelli che hanno votato “no” la pensano come Grillo e non tutti voteranno i suoi candidati) nel bacino dei consensi pentastellati. Roma era la cartina di tornasole, la prova del nove, la verifica finale, l’esame di laurea. L’arresto di Marra è solo la “ciliegina” sulla torta. Perché in realtà se l’azione di governo romana doveva illustrare le magnifiche sorti e progressive del futuribile governo grillino, ebbene il risultato appare fallimentare nel suo complesso, non solo relativamente a un dirigente ritenuto ieri indispensabile e oggi molto furbescamente declassato a uno dei tanti (non lo era prima, non può esserlo adesso).

In molti in questi mesi, tra opinion leader e e commentatori vari più o meno a contratto (o in attesa di contratto), hanno invitato alla pazienza, che la verifica dei “cento giorni” non poteva valere. E in parte avevano anche ragione. Ma i cento giorni sono raddoppiati e la cifra del “buon governo” si è trasformata nella cifra del “non governo”. Roma è una città immobile, ripiegata su se stessa, caratterizzata da una visione politica sempre più provinciale. E, allora, la vicenda capitolina ci insegna una cosa che a molti italiani desiderosi di un vero cambiamento è sfuggita, una realtà che più che incoraggiare la speranza alimenta il pessimismo e la disperazione: non bastano un paio di successi elettorali per creare una nuova classe dirigente; né può crearla Grillo che non ha particolari capacità didattiche in materia. Possiamo anche credere a Babbo Natale e alla Befana ma se non cominciamo a rimboccarci le maniche, tutti, difficilmente ne potremo avere una in grado di restituirci il piacere di vivere in questo splendido e sfortunatissimo Paese.

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