Perché le imprese fuggono dall’Italia

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-di SANDRO ROAZZI-

Se volessimo usare un termine abusato dagli osservatori finanziari potremmo dire che il referendum è, con le incertezze dell’esito, responsabile di drogare almeno in parte i movimenti sui mercati che interessano il nostro Paese. Di conseguenza si nota un aumento di capitali che veleggiano all’estero, investitori stranieri che vendono con maggiore intensità, il solito spread che si… agita. Le concause incoraggiano queste tendenze come il preannunciato rialzo dei tassi in Usa, l’avvento di Trump che non lesina altolà a destra e a manca, gli interrogativi sui veri orientamenti della Bce specialmente in previsione delle elezioni del 2017 in Germania con la Merkel che si ricandida. Pane abbondante per la speculazione che potrebbe costringere a rivedere anche i nostri conti sia pure in modo diverso se prevarrà il si’ o il no. Pessimo viatico per il prossimo anno.
Il mondo della finanza occupa la scena con la solita arroganza ed ha dalla sua anche le difficoltà del sistema bancario che vede a quanto pare in Mps nuovamente un bersaglio riconoscibile. Insomma è un finale d’anno che potrà condizionare in modo rilevante il 2017 economico e non solo. Meno attenzione c’è invece sulla economia reale. Ancora una volta, dopo le calamità naturali di queste settimane pagheremo molto di più a riparare i danni di quel che avremo sborsato prevenendo con un opera di risistemazione dei territori più a rischio.

In compenso è arrivata una condanna dura per l’ex sindaca di Genova, Marta Vincenzi, che confida nei successivi gradi di giudizio. Ma una ancor più severa condanna dovrebbe essere espressa nei confronti di una classe politica e di una burocrazia inestricabile che hanno preferito guardare sistematicamente dall’altra parte, incapaci di programmare un futuro diverso dalle sciagure naturali fin troppo annunciate che hanno distrutto vite ed attività economiche.
In realtà l’economia reale procede, da sola ma procede. Ad esempio il polverone dei mercati non può fermare i processi di integrazione del nostro sistema produttivo e dei servizi con le altre economie sul piano internazionale. L’Istat ha documentato lo stato delle multinazionali estere ed italiane in un interessante studio che purtroppo, unico neo, si ferma al 2014.
Le multinazionali estere che operano in Italia erano un piccolo esercito, ma di proporzioni notevoli, di oltre 13500 unità, con un milione e duecentomila addetti ed un fatturato di 524 miliardi. Le nostre multinazionali erano il doppio: poco meno di 22500 e contribuivano all’export italiano per un quarto del totale (27,4%). La gran parte della presenza estera è di marca Unione Europea, ma il singolo Paese più rappresentato sono gli Usa. Anche in questo caso i gruppi multinazionali esteri presenti in Italia prevalgono per dimensione, produttività e redditività, vale a dire che possiamo già misurare nel nostro Paese direttamente le distanze da colmare con quanto avviene nelle economie più forti.
I nostri coraggiosi capitani di industria (e di servizi) che si avventurano sui mercati mondiali guardano al costo del lavoro ma non solo. Quello più conveniente si trova nello Sry Lanka con 2,2 mila euro pro capite. Posto… d’onore per la Serbia con 6,4 mila euro seguita dalla Romania. In aumento il costo del lavoro in Cina ed India che si aggira sugli 8,5 mila euro. Più salato il costo del lavoro che si registra negli Usa, in Francia, in Germania tutte ben sopra i 50 mila euro.

Ma anche fra le nostre imprese emergono differenze non trascurabili come la dimensione: in media una nostra multinazionale che opera all’estero si avvale di circa 80 addetti contro la media di 3,7 delle nostre aziende in Italia.

Ma colpisce un altro particolare: andare all’estero vuol dire soprattutto per le nostre imprese conquistarsi un accesso a nuovi mercati e progredire in qualità e sviluppo dei prodotti. Valutazioni che relegano in terza posizione i vantaggi sul costo del lavoro. Ma tale constatazione conduce ad una riflessione non certo confortante: chi cerca di mettersi in sintonia con una vitalità in continuo progresso è spinto a farlo fuori dei confini nazionali. Stesso processo che spinge i nostri migliori cervelli a cercare fortuna lontano da casa. Poco rassicurante per un Paese manifatturiero che deve fronteggiare due rischi: stagnazione e declino. Sarebbe il caso di darsi una svegliata andando oltre la mediocre e talvolta ottusa dialettica politica di oggi.

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