Palombella (Uilm): Un contratto declinato al futuro

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-di ANTONIO MAGLIE-

“Noi metalmeccanici abbiamo rinnovato il nostro contratto, non abbiamo la pretesa di aver fissato regole a cui gli altri si devono uniformare. Ogni categoria ha le sue specificità. Se poi qualche punto può fornire ispirazioni utili, se può essere utilizzato come traccia generale, ben venga. Ma noi abbiamo scritto un contratto non le nuove regole delle relazioni sindacali, quello è un compito che spetta ad altri non a me che sono solo il segretario di una categoria”. Rocco Palombella insieme a Maurzio Landini e a Marco Bentivogli ha chiuso in un lungo e faticoso fine settimana un rinnovo che riguarda quella che è stata considerata per decenni la categoria-guida del mondo industriale, un ruolo che negli ultimi tempi, tra polemiche e contrasti, era andato un po’ smarrito. L’intesa che il leader della Uilm insieme ai colleghi di Fiom e Fim ha siglato con Federmeccanica ha aspetti oggettivamente innovativi. Il prossimo banco di prova sarà la gestione, il governo di queste novità, facendo semmai tesoro di quel che poco più di vent’anni fa Gino Giugni diceva in una intervista rilasciata a una rivista giuridica: “Il nostro è un sindacalismo non soltanto di impronta marcatamente conflittuale (e fin qui non ci trovo nulla di negativo, perché tutti i sindacalisti devono essere conflittuali), ma che non ha mai dimostrato una adeguata capacità di gestione delle conquiste”. Il riferimento a Giugni nasce dal fatto che a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta i metalmeccanici hanno realizzato per via contrattuale delle vere e proprie riforme sociali. L’Autunno Caldo è rimasto nella storia e nell’immaginario collettivo ma forse il contratto più innovativo fu quello successivo, quello del 1973 che parlava di inquadramento unico e di “150 ore per il diritto allo studio”. E della delegazione sindacale che firmò quell’accordo, con la Federmeccanica all’esordio, faceva parte proprio Gino Giugni.

Palombella, pensa che si possa definire questo contratto di rinnovamento?

“Direi più realisticamente che si tratta di un accordo calato nella realtà attuale e che si sforza di guardare alla prospettiva, parte dalla storicizzazione, dallo spirito dei tempi per guardare al futuro, prende atto della crisi che abbiamo attraversato, delle mutazioni sociali, delle grandi e rapide evoluzioni tecnologiche per illuminare quel che c’è oltre la siepe. Il rinnovo contrattuale per anni è stato caratterizzato da una certa staticità; adesso abbiamo provato a dargli dinamicità costruendo uno strumento solidale”.

Perché?

“Perché lasciandolo così com’era rischiava la morte. La contrattazione di primo livello è importante, decisiva, ineliminabile ma bisognava ridefinirne i compiti, bisognava vivificarlo con tematiche nuove, dalla formazione alla previdenza integrativa, dall’inquadramento all’assistenza complementare. Questioni che non avevano un quadro di riferimento preciso e che adesso ce l’hanno. La prima volta che fui eletto segretario dissi al presidente di Federmeccanica: ma che ve ne fate di un contratto che fissa solo i minimi salariali? Sono convinto che il primo livello debba gestire temi centrali nella vita delle persone che noi organizziamo e che trascorrono una parte non irrilevante della propria esistenza in fabbrica. La contrattazione di secondo livello che si occupa specificamente dell’azienda, dei turni, della produzione, può esistere ed essere rafforzata ma a patto che ne esista una di primo livello di grande qualità”.

Cosa la rende particolarmente orgoglioso?

“Il ruolo del contratto nazionale è stato rivoluzionato. Abbiamo garantito incrementi salariali per tutti; abbiamo definito un meccanismo di recupero ex post dell’inflazione nella sua interezza; e, scusate se è poco, il protocollo porta la firma di tutti e tre i segretari e non era scontato visto che si partiva da otto anni di accordi separati e da piattaforme estremamente diverse. Insomma abbiamo restituito alla categoria quell’unità che fu l’arma principale nella vittoria di grandi battaglie nel segno dell’innovazione. Io non so quanti un anno fa di questi tempi avrebbero scommesso su un simile epilogo…”

Pochi.

“Pochi anche perché poi c’era la Federmeccanica che tirava da tutt’altra parte”.

Quanto ha inciso il cambio al vertice di Confindustria?

“Immagino parecchio. D’altro canto, c’era una spinta comune di Confindustria e governo a modificare il senso profondo del contratto nazionale. Se il disegno fosse passato tra i metalmeccanici si sarebbe aperto un varco pericolosissimo”.

In molti sostenevano la definizione per legge dei minimi salariali.

“Evidentemente non noi perché quella strada porta alla morte della contrattazione. Invece, attraverso il negoziato abbiamo inserito nel contratto in forma innovativa quegli ottanta e quei 450 euro non soggetti a imposizione che sono anche un modo per chiedere allo Stato di abbassare le tasse”.

Cioè per fare una vera riforma fiscale partendo dall’Irpef e non da succedanei.

“Esatto. Insomma, abbiamo provato a fare qualcosa di diverso. Ad esempio, l’assistenza complementare. Al fondo aderivano centomila lavoratori; diventeranno un milione e quattrocentomila e coinvolgendo i familiari e riguardando anche le coppie di fatto arriviamo a circa tre milioni e mezzo di persone…”

Il fondo più grande d’Italia e uno tra i più grandi d’Europa.

“Appunto. E a totale carico delle imprese. La scelta nasce dal fatto che ci rendiamo conto che il servizio sanitario nazionale non è più in grado di assicurare determinate prestazioni. Noi non vogliamo sostituirci allo Stato ma mettere i lavoratori e le loro famiglie nelle condizioni di fare quegli accertamenti diagnostici che altrimenti dovrebbero pagare di tasca propria”.

Vi siete riappropriati dell’autonomia negoziale.

“Sì. La trattativa si è svolta al riparo da qualsiasi intervento o ingerenza del governo. Ma fuori dalla partita sono rimaste anche le Confederazioni. Anzi, a volte la Confindustria non ha svolto un ruolo positivo. La partita è stata tra noi e la Federmeccanica. D’altro canto lo abbiamo detto fin dall’inizio di questa vicenda: non c’è modo migliore per stimolare i consumi di un rinnovo contrattuale per un milione e quattrocentomila lavoratori. E poi c’è un’altra cosa che ci fa ritornare alle nostre origini”.

Quale?

“La rottura tra di noi era qualcosa che stonava con la nostra storia. Siamo rimasti vittime di un paradosso: siamo stati i primi a fare l’unità, la Flm, e siamo stati i primi a litigare. Ora stiamo lavorando per ricostruirla. L’unità non significa rinunciare all’orgoglio di organizzazione, alle caratteristiche identitarie, ma insieme possiamo fare qualcosa anche per le altre categorie. E da questo punto di vista, mi auguro veramente che adesso, sotto la spinta del nostro contratto, si possa giungere alla firma di quello del pubblico impiego”.

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