In morte di Fidel, patriota e autentico caudillo

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-di LUIGI TROIANI-

Non sarà quello cubano, l’ultimo popolo a stringersi piangente intorno al dittatore scomparso. Così come non sarà l’ultima volta che le reliquie di un dittatore vengano onorate da capi di stato democratici. Succede perché il segno del potere detenuto dal dittatore è ancora invitto, ne è stato raccolto il testimone e garantita la continuità. Al contrario si fa scempio della memoria, spesso anche del cadavere, del dittatore che la storia ha battuto e condannato.

Castro fu un grande patriota cubano e un autentico caudillo centro-americano, l’unico che nel novecento riuscisse a sconfiggere la dottrina Monroe che fa del centro-America il cortile yankee. Si meritò, per questo, insieme al compagno di lotta Che Guevara, di divenire soggetto preferito della quarantennale galleria iconografica antimperialista e anticapitalista. Mieté adoratori in ogni ambito della sinistra (e non solo!) occidentale, in particolare tra intellettuali, cineasti e giornalisti televisivi. Risultò anche gradito a molte signore: chiedere alla fotografa Lollo. Nei ruggenti anni ’60 e ’70, insieme al Che, fu icona nel gusto e nell’atteggiarsi di molti izquierdisti: nel vestire, nel tirar di barba e sigaro. Si fece preferire anche da politici e capi di stato: i puros ammorbidirono i giudizi di molti.

Benché si spacciasse per terzomondista e non allineato, fu, per calcolo e convenienza più che per ideologia, alleato ferreo dell’Urss. Si era ritrovato tra le braccia moscovite, lui che appena preso il potere nel ‘59 era andato a spiegare a Washington di non essere comunista contando di tornare pieno di dollari, perché gli statunitensi, al contrario dei sovietici, tiravano sul prezzo dello zucchero da canna. In un anno gli nazionalizzò tutto, petrolifere incluse. Dopo Baia dei Porci, fece dire a Krusciov che se gli avessero alzato ancora un dito, si sarebbero tirata addosso una convincente salva di missili nucleari.

Castro avrebbe fatto la foglia di fico nazionalista e terzomondista dei crimini del comunismo e, inanellato una serie incredibile di interventi militari per procura in Africa (Algeria 1962, Congo 1964-1965, Angola e Sudafrica 1975-1991, Etiopia e Ogaden 1977-1988), Medio Oriente (con la Siria contro Israele nello Yom Kippur 1973-1974), America Centrale (Nicaragua 1979-1990), e invasioni fallite in più luoghi del centro America. Avrebbe anche provato a portare all’acme le tensioni bipolari, per incassare il dividendo del suo risentimento anti-gringos. Fece dire al Che che Cuba era il “centro della crisi mondiale tra potenze”. Nell’ottobre 1962 soffiò follemente sul fuoco. Il verbale della riunione del presidium supremo sovietico del 16 novembre 1962, dice di Castro: “È irragionevole, è una gazzarra! A questo punto o collabora, o ritiriamo i nostri soldati”.

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