Cinquanta sfumature di violenza: la denuncia della Boldrini

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-di GIULIA CLARIZIA-

Nel 1999, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha stabilito che il 25 novembre sarebbe stata la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, in occasione dell’anniversario della terribile morte delle sorelle Mirabal. Nel 1960 infatti le tre ragazze dominicane, attiviste contro il regime di Trujillo, furono torturate e uccise mentre si stavano recando in visita ai loro mariti in carcere. Lo scopo di questa giornata è dedicare uno spazio apposito alla sensibilizzazione dell’opinione pubbica verso il problema, oggi, Laura Boldrini ha deciso di farlo in un modo particolare. Ha infatti pubblicato una selezione di messaggi offensivi ricevuti sui social nell’ultimo mese. Quasi tutti questi messaggi sono a sfondo sessuale e fortemente volgari.

Al di là di un problema di educazione evidente, emerge una questione molto grave, e cioè che una donna che ricopre un importante incarico pubblico, ancora nel 2016, viene attaccata in quanto donna.

La Boldrini interroga il web con una provocazione: “Secondo voi questa è libertà d’espressione?”.

L’ascesa dei Social Network ha portato alla nascita di una particolare categoria di persone, “i leoni da tastiera”. Persone che scrivono, condividono, commentano in maniera aggressiva e offensiva nei confronti di altri, perché è più facile esporsi e insultare quando ci si nasconde dietro uno schermo e si è poco più che una foto-profilo.

Su Facebook, Twitter o quel che è, tutti possono dire la loro, dando voce, come in questi casi a manifestazioni di grande ignoranza che sono ben lontane dalla critica costruttiva.

I signori X e Y, che hanno dato della “gran puttana pompinara” alla Boldrini probabilmente non hanno la profonda consapevolezza di ciò che hanno commesso, scrivendo quei messaggi. Per loro, una donna si insulta così. È questo che fa capire quanto la sensibilizzazione sulla la violenza contro le donne abbia ancora molta strada da fare.

In particolare, le donne che svolgono incarichi pubblichi sono facilmente nel mirino di questo tipo di aggressione che si porta dietro le peculiarità del nuovo millennio, della società in cui i rapporti umani vengono in larga parte veicolati dai Social Network, in aggiunta, comunque, ai pregiudizi del vecchio millennio.

Scrive infatti la Boldrini:Ho deciso di farlo anche a nome di quante vivono la stessa realtà ma non si sentono di renderla pubblica e la subiscono in silenzio. Ho deciso di farlo perché troppe donne rinunciano ai social pur di non sottostare a tanta violenza”.

È incalcolabile il numero delle donne vittime di aggressioni verbali sui social. Da showgirl a politiche, da VIP a ragazze comuni, l’associazione mentale quando un uomo prova dissenso nei loro confronti è sempre la stessa. La donna è puttana. Non a caso, negli anni Settanta, uno slogan delle femministe recitava: Non più puttane, non più madonne, finalmente siamo donne. Di tutta la vasta gamma di insulti di cui dispone la lingua italiana, si va a parare sempre lì, su un’immagine che lega la donna alla sottomissione e al sesso.

Al contario, questo tipo di violenza è totalmente assente nei confronti degli uomini e, in particolare, nei confronti dei personaggi politici di sesso maschile.

Quando una donna arriva a svolgere ruoli di potere, viene puntualmente accusata di aver ottenuto quel ruolo offrendo favori sessuali a qualcuno. Perché nessuno si chiede con chi è andato a letto un uomo per diventare premier?

Fa ridere forse, eppure sarebbe esattamente la stessa cosa.

La denuncia della Boldrini ha un significato profondo. Ogni donna a cui qualcuno si rivolge in questo modo è vittima di violenza, e non deve accettarlo.

La violenza infatti non è necessariamente fisica. La violenza verbale fa altrettanto male e può avere delle serie ripercussioni psicologiche. È facile condannare lo stupro, le percosse di un compagno aggressivo, il femminicidio. Quanti si sono fermati a riflettere se nella loro vita però hanno commesso violenza in un altro modo?

Non che si voglia pagaronare la gravità di un atto fisico rispetto a un post su facebook, ma non bisogna in ogni caso sottovalutare il problema, da cui emerge uno spaccato della cultura della società davvero deprimente.

Per di più, non si deve credere che i “leoni da tastiera” siano i soli a vomitare dai loro profili commenti sessisti. Ne abbiamo una chiara rappresentazione a tutti i livelli della società: lo scorso luglio il noto leader della Lega Matteo Salvini ha paragonato la stessa Boldrini a una bambola gonfiabile, rifiutandosi successivamente di scusarsi e dando vita all’ hashtag “#SgonfiaBoldrini”.

Se il problema culturale alla base permane, come possono le donne sentirsi libere dal maschilismo che per secoli ha dominato la nostra società? È nel linguaggio e negli atteggiamenti, prima che nelle azioni. Io stessa, da donna, probabilmente sono dentro questi meccanismi. Se non ci si sofferma neanche a pensarci, non se ne uscirà mai. Il senso di questa giornata internazionale non è limitarsi a dire quanto la violenza contro le donne sia un atto abominevole, ma cercare di capire come possiamo in quanto società e nel nostro piccolo porre un freno a questo problema, e imparare a dare un peso alle parole, potrebbe essere un primo passo.

Il secondo, è capire che i Social Network sono uno strumento utile quanto pericoloso, e la violenza veicolata tramite essi non dovrebbe essere sottovalutata.

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