P.A.: riparte il contratto, cancellata la riforma

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++ P.A: Madia, serve mobilità anche obbligatoria ++

-di VALENTINA BOMBARDIERI-

Una brutta notizia per il governo e una buona per il pubblico impiego. La pausa di riflessione dell’esecutivo sulle richieste avanzate in materia contrattuale dai sindacati sembra essere terminata, tanto è vero che la ministra competente Marianna Madia, ha convocato i segretari generali di Cgil Cisl e Uil a palazzo Vidoni mercoledì prossimo alle 11. Dopo sette anni di “blocco”, gli statali sembrano in procinto di avere un nuovo contratto. La prudenza ovviamente è d’obbligo anche perché non è che tutto il quadro sia chiaro. Il segretario confederale della Cisl, Maurizio Bernava, sembra ispirare la sua reazione al più ampio ottimismo: “Bene la convocazione della ministra Madia, siamo vicini a una svolta storica, ad un accordo innovativo, che rimette in equilibrio il rapporto tra legge e contratto, a favore di quest’ultimo”.

Ma le tessere del puzzle non sono tutte al loro posto e a scombinarle ha provveduto il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan facendo inalberare la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso: “Il governo sa benissimo che ci vuole un aumento non inferiore agli 85 euro. Non capisco cosa significhi parlare di un aumento medio di 85 euro”. Il ministro a Sky Tg 24 aveva spiegato che gli 85 euro erano “un aumento medio poi è chiaro che bisogna mettere a punto dei dettagli per verificare che in termini lordi o netti non ci siano sperequazioni”. Battute che non sono piaciute nemmeno al segretario confederale della Uil, Antonio Foccilo che ha parlato di valutazioni esterne “al tavolo che non aiutano”. Il sindacalista ha aggiunto che “il confronto si fa al tavolo e solo lì si raggiunge l’accordo o si testimonia la rottura. Non vorremmo constatare che fuori dal confronto prevalessero i fans del non accordo”.

Ma se i ministri e i sindacalisti si scambiavano colpi di fioretto, una vera sciabolata è stata inferta alla ministra Madia dalla Corte Costituzionale che ha sostanzialmente bocciato la sua riforma della Pubblica Amministrazione dichiarandola incostituzionale in quattro punti: dirigenti, società partecipate, servizi pubblici locali e organizzazione del lavoro”. Il commento più sintetico ed efficace è arrivato proprio dalla Camusso che ha sottolineato che a questo punto devono cambiare la riforma: i poteri delle autonomie locali non possono essere scavalcati. Evidentemente potevano pensarci prima”. Perché il problema che ha spinto la Corte Costituzionale a bocciare la legge 124 del 2015 (un provvedimento-quadro da cui derivano diversi decreti attuativi) è proprio il rapporto con le Regioni. Renzi e Madia probabilmente hanno “immaginato” che alla legge si applicasse la nuova Carta fondamentale mentre è evidente che contano i principi della vecchia. Conseguenza: su quei punti non si possono introdurre cambiamenti solo “previo parere” delle regioni perché “previe” devono essere le “intese”. Tra l’altro la sentenza ha intaccato anche quella parte della riforma in cui si prevedevano licenziamenti più veloci per i cosiddetti “furbetti del cartellino”.

La bocciatura corrisponde al crollo di un castello di carta. È da rifare il quadro, cioè la legge e sono da riscrivere ben tre dei quattro decreti attuativi già varati. Non basta. Ieri sono approvati altri cinque provvedimenti di attuazione tra i quali uno relativo alla dirigenza e uno ai servizi pubblici locali. È evidente che la sentenza numero 251 avrà dei contraccolpi. Infatti è sempre più insistente la voce che i decreti approvati due gorni fa  24 novembre, dal consiglio dei ministri su dirigenza pubblica e servizi locali potrebbero essere cancellati evitando così di essere mandati alla firma presidenziale. Ma anche per i provvedimenti attuativi già varati da tempo (partecipate pubbliche e licenziamenti più veloci) finiti sotto la scure della Consulta, un semplice aggiornamento potrebbe non bastare e la strada del ritiro potrebbe essere percorsa anche nel loro caso.

La pronuncia è arrivata dietro presentazione di un ricorso da parte del presidente della regione Veneto, Luca Zaia che ora gongola: “Una sentenza storica”. Il premier, Matteo Renzi, ha reagito alla sua maniera cioè trasformando la vicenda in un tassello della sua campagna referendaria: “Oggi la Consulta ha dichiarato parzialmente illegittima la norma sui dirigenti perché non abbiamo coinvolto le Regioni. È un paese in cui siamo bloccati”.In realtà la sentenza in maniera indiretta si inserisce nel dibattito sulla riforma costituzionale. La revisione messa a punto da Maria Elena Boschi corregge il Titolo V superando le competenze concorrenti e ripristinando la supremazia dello Stato. Ma questo potrà valere per il futuro, per il dopo 4 dicembre se il “sì” prevarrà, ma non vale per il passato e per il presente. E la cosa induce gli avversari di Renzi, in particolare il Movimento 5 stelle, a parlare di un premier che vuole cambiare la costituzione ma non sa scrivere le leggi.

Valentina Bombardieri

One thought on “P.A.: riparte il contratto, cancellata la riforma

  1. Sergio Scarpino
    1 h ·

    quì comimcia la sventura del signor dell’avventura che
    vien preso di passione per smontar la Costituzione
    agli amici cari e buoni vuole appendere i suoi doni
    ma lo fa con foga tale che dall’alto della legge han scoperto
    ogni tranello e a stroncargli quegli imbrogli prende in testa una gragnuola ,pur la gente si ribella anche quanti han ricevuto quegli imbrogli degli ” inviti” senza resa senza spesa, chiama allora il babbo suo ed a lui mesto ritorna per tirargli su l’azienda e lo abbraccia consolato mentre l’urlo della gente lo raggiunge d’ ogni lato.

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