Referendum, e se il silenzio elettorale fosse di 10 giorni?

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-di ANTONIO MAGLIE-

Negli ultimi due giorni di campagna referendaria abbiamo assistito a un crescendo di insulti e di iniziative che non fanno veramente onore a questo paese che pure è abitato nella stragrande maggioranza da gente per bene e che, indipendente dalla scelta che compirà nella cabina elettorale, non merita di assistere a questa sorta di mercato del pesce sulle spoglie di una Costituzione che, piaccia o non piaccia, fu adottata con grande compostezza nonostante i tempi fossero tragici e durissimi da un punto di vista tanto morale (i lutti avevano segnato la vita di molte famiglie) e materiale (scarseggiava quasi tutto, a cominciare dalla carta tanto è vero che Pietro Nenni decise di limitare la foliazione del bollettino che andava in edicola a cura del Ministero per la Costituente proprio per spiegare alla gente di cosa si stava discutendo). Di quella compostezza, di quel rispetto pur nella durezza del confronto (basti pensare al dibattito sull’articolo 7) si sente oggi una straordinaria mancanza.

Una campagna sguaiata in cui paradossalmente il processo di convincimento opera al contrario: se in questo baccano senti prevalere la voce del “Fronte del sì” finisci per convincerti che è più utile votare no; al contrario, quando tuona quella del “no” quasi vieni convinto a votare “sì”. Viviamo in un mondo al contrario con il comitato per il no che preventivamente annuncia il ricorso contro il voto degli italiani all’estero se lo schieramento opposto dovesse prevalere. Dall’altra parte c’è Matteo Renzi che garantisce che il “no” è un voto che varrà a vita, che non ci saranno altre occasioni per rivedere la Costituzione dimenticando che in realtà è stata già aggiornata un paio di volte (una nel silenzio e nell’approvazione parlamentare generale) mentre in un terzo caso solo il voto contrario del “popolo sovrano” ha mandato all’aria i propositi di rinnovamento fatti passare alla Camera e al Senato da una maggioranza di parte.

Beppe Grillo parla di killer e sinceramente appare un po’ troppo: Renzi ha mille difetti ma insomma non sembra avere il profilo di Pinochet (sempre quello del Cile e non del Venezuela). Nella cartellonistica il messaggio è semplicissimo: se vince il “sì” dal giorno dopo in Italia comanderà soltanto uno. A sua volta il comitato che sostiene l’approvazione della riforma esibisce questo slogan stampato su un giovane volto sorridente: “Io voglio ridurre il numero dei parlamentari. E tu?” Come se il buon funzionamento della democrazia dipendesse dalla riduzione dei “rappresentanti del popolo”. Se così fosse, allora, il massimo dell’efficienza lo potremmo raggiungere abolendoli tutti ma a quel punto la democrazia non esisterebbe. Si fatica a capire per cosa votiamo mentre è fin troppo evidente per chi votiamo. Una nobile materia come quella costituzionale è stata trasformata in un argomento da rissa da calcetto. L’eccesso di generalizzazione non aiuta a capire la posta in gioco. Perché mai chi vota sì è contro la casta e chi vota no è a favore? Questa divisione con l’accetta forse semplifica ma non fa certo impennare il livello di civiltà del confronto (che infatti precipita). Da qualche giorno è scattato il divieto di pubblicazione dei sondaggi. In questo fracasso forse sarebbe più utile ampliare un po’ la pausa di riflessione elettorale al momento limitata alle ventiquattro ore che precedono il voto: non sarebbe male se si arrivasse a una settimana o addirittura a dieci giorni.

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