Le false illusioni nel segno di Trump

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-di ANTONIO MAGLIE-

Dopo aver ascoltato le raffinate e illuminanti analisi politologiche di Beppe Grillo a proposito di “Vaffa” planetari o galattici, aver gustato le simpatiche e colorite valutazioni di Flavio Briatore sul suo amico Presidente e preso atto che i cosacchi (gruppo “leopardo delle nevi” di San Pietroburgo) hanno provveduto a nominare il nuovo inquilino della Casa Bianca Membro onorario (tenendo presente che erano i più fedeli allo zar, fossimo in lui e soprattutto negli americani ci preoccuperemmo), è forse utile impegnare i sempre insufficienti neuroni per provare a mettere ordine in questo “Grande Ballo della Propaganda” (questo sì, caro Grillo, veramente mondiale: vi partecipi in fondo anche tu).

Cosa farà Trump non è dato sapere. Sicuramente sarà un personaggio diverso da quello che abbiamo conosciuto in questi mesi. Ma non troppo perché, come spesso si sottolinea negli Usa, il primo mandato presidenziale viene dedicato alla rielezione, il secondo per passare, eventualmente, alla storia. È allora evidente che la necessità di mitigare certi atteggiamenti non può entrare in rotta di collisione con l’esigenza di tenere insieme il “blocco social-elettorale” che lo ha portato al trionfo. Ma dato per scontato che, come dice Briatore, il suo amico sia nella realtà più moderato di quanto appaia, cosacchi a parte preoccupa l’elenco degli iscritti al circolo dei “felici e contenti”. Tra chi ha il potere, Vladimir Putin (il nuovo zar), Recep Tayyip Erdogan e Viktor Orban, tutti personaggi che hanno una idea della democrazia piuttosto lontana dagli standard occidentali che sono poi quelli a cui presumiamo (ma siamo in attesa di conferme) fa riferimento anche The Apprentice. Se poi all’elenco aggiungiamo anche quelli che il potere non ce l’hanno ancora ma sperano di conquistarlo (Marine Le Pen, Nigel Farage che nel frattempo non si sa bene cosa faccia, e Matteo Salvini), allora il quadro appare ancora più esaustivo. Siamo convinti che una “destra repubblicana” sia cosa buona e giusta ma la scelta dei compagni di viaggio deve essere accurata altrimenti di rischia di scantonare in altro tipo di destra.

Per sostenere che quello a Trump sia stato un voto in direzione del cambiamento si è sottolineato come Hillary Clinton, al contrario di Bernie Sanders, non sia riuscita a catalizzare il voto dei Millenials creando così le basi per la sua sconfitta. In realtà quel voto non lo ha conquistato nemmeno Trump: i ragazzi nati fra i primi anni Ottanta e gli inizi del Duemila semplicemente si sono astenuti. Probabilmente confidavano che alla fine Hillary ce l’avrebbe comunque fatta e adesso manifestano a New York come a Los Angeles o a San Franciso o a Chicago inalberando cartelli dal contenuto chiarissimo: “Not my president”, con il volto di The Donald all’interno della “o” di Not. Se il rinnovamento si misura sulla originalità delle idee e sul tasso di adesione ad esse delle nuove generazioni, allora, checché ne pensi Grillo (che anagraficamente tanto nuovo non è) qui dal punto di vista della politica non è individuabile alcun “Vaffa”, continentale o planetario che sia. Il nuovo presidente degli Stati Uniti è molto più semplicemente il frutto delle insoddisfazioni e dei risentimenti che la crisi ha prodotto, non una rivolta verso un modo vecchio di manovrare i bottoni del potere (i primi nomi che si fanno a proposito del suo governo richiamano alla memoria vecchie volpi della politica) ma più semplicemente un urlo di insoddisfazione verso Obama evidentemente capace di far salire l’occupazione ma non il reddito.

Nella lunga campagna elettorale, il neo-presidente si è presentato e fatto eleggere come paladino della middle class e della working class devastate dalla crisi economica più grave che il mondo abbia conosciuto. Questo, però, va bene per la propaganda perché si fatica a vestire Trump con i panni del “rivoluzionario sociale” (meglio evitare la qualifica di socialista) intento a rimettere a posto le iniquità di questo mondo. Mai nella sua vita ha condiviso i problemi di quelle persone a cui dice di volersi rivolgere. Non è il figlio del “sogno americano”, semmai ne è l’erede visto che il padre gli ha lasciato una fortuna sterminata che (come dicono molti analisti delle sue controverse e rocambolesche vicende economiche) sarebbe giunta sin qui nelle identiche dimensioni se si fosse limitato a parcheggiarla in banca. Cioè non ha aggiunto nulla di suo, anzi in diversi casi ha provato a disperderla. Difficile immaginare che possa comprendere i disagi di un operaio dell’America profonda lui che a occhio e croce fa parte di quell’uno per cento (o comunque non è molto distante) della popolazione mondiale (settanta milioni di persone) che ha accumulato ricchezze superiori a quelle del rimanente novantanove (come da ultimo rapporto Oxfam).

È stato anche eletto a simbolo della rivolta contro le lobbies, che se avvenisse realmente sarebbe benefica. Ma che la possa guidare Trump appare piuttosto improbabile. È vero che non è parte dell’establishmet ma dall’alto dei suoi settant’anni è sulla scena pubblica da tempo. Sicuramente le fortune economiche sue e, soprattutto, quelle del padre sono frutto di talento e impegno. Ma è molto difficile riuscire ad avere successo in un campo come quello immobiliare rimanendo fuori dal recinto lobbistico o lavorandoci addirittura contro. E, comunque, tra i suoi maggiori finanziatori spicca una potentissima lobby: quella delle armi; al di là della personale passione per pistole e fucili, si può immaginare che la strenue difesa del secondo emendamento (“essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini a detenere e portare armi”) nasca anche dalla pressione che su di lui esercitano (ed eserciteranno in futuro) coloro che lo hanno “aiutato”. Conclusione: attendiamo le prime mosse di Trump, evitiamo di farne il campione di improbabili “rivoluzioni” e prendiamo i risultati di ieri per quel che effettivamente sono, il sintomo di un disagio diffuso che non reclama la trasformazione del mondo e delle istituzioni ma la ricostruzione di un benessere che nel regno della competitività individuale e del mercato è normalmente unità di misura di uno status e del livello di appagamento esistenziale.

antoniomaglie

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