Trump e la sinistra che non parla al popolo

  donald-trump-iowa-reuters-800x430  – di ANTONIO MAGLIE –

Non si riesce a capire se dobbiamo considerare eduardianamente la nottata passata nel senso di voti scrutinati e ormai definitivi, o se, al contrario, appena cominciata (nel senso di strategie, scelte, politiche nazionali e internazionali del nuovo presidente americano, The Donald, cioè l’Apprentice televisivo). Fatto il pieno, Trump ha sfoderato il suo stile (inedito) presidenziale: “Per repubblicani e democratici è arrivato il tempo dell’unione. Prometto che sarò il presidente di tutti gli americani”. Parole più o meno prive di valore perché non è mai accaduto che un presidente appena eletto annunciasse che avrebbe pensato solo agli interessi di chi lo aveva votato o, peggio ancora, ai suoi personali. I tecnici analizzeranno il voto, i flussi, le trasformazioni generazionali, geografiche, sociali. Ma una cosa appare chiara: questa sorprendente affermazione dell’amico di Flavio Briatore (anche lui si candiderà, adesso?) “parla”, soprattutto alla sinistra.

Perché questa batosta elettorale segue Brexit, che seguiva le elezioni presidenziali austriache che saranno a breve replicate, che veniva dopo i successi elettorali dell’Afd in Germania e di Marine Le Pen in Francia. La somma delle crisi (economica, delle migrazioni, della rappresentatività dei partiti e delle istituzioni nazionali e sovranazionali) ha armato le matite o i pulsanti elettronici manovrati dagli elettori offrendo l’occasione per una vera e propria rivolta contro l’establishment, contro il potere costituito, contro un passato che ha seminato povertà, distribuzione diseguale del reddito, abbassamento delle condizioni di vita conseguente alla riduzione della quota di Pil destinata ai salari (e quindi ad ampie fette del ceto medio). Una rivolta contro quella sinistra che non riesce più a parlare non con il proprio popolo ma con il popolo in generale e nasconde questa sua incapacità dietro gli alibi. Anche solo verbali a cominciare da quel richiamo continuo al populismo che andrebbe meglio specificato altrimenti si trasforma in una parola vuota che rafforza solo chi si spera di combattere.

All’interno dell’esecrato populismo, infatti, vi sono bisogni reali, domande inascoltate, esigenze pressanti; non sempre il populismo è solo demagogia o xenofobia. La risposta semplice è la chiusura ma il problema della sinistra è che quella “pancia” non l’ascolta più ritenendo che lì dentro si raccolgano solo gli umori malmostosi (e sinceramente non si capisce cos’altro potrebbe esserci dopo un quasi decennio di crisi e di diritti ridimensionati, aboliti, insultati). Ma se non ascolti difficilmente riesci a dialogare e ad avanzare proposte intelligenti capaci di mettere insieme bisogni diversi. Trump ha sfondato promettendo da un lato 25 milioni di posti di lavoro e dall’altro la chiusura ermetica della frontiera con il Messico. Peccato che della manodopera che arriva dal paese confinante abbia assoluto bisogno perché con gli attuali tassi di disoccupazione (al 4 per cento) i venticinque milioni di posti in più non si coprono a meno che non si chieda a tutti di fare un secondo e triplo lavoro (considerati i bassi salari e il fatto che gli Usa sono stati i precursori sul terreno dei working poor, può essere anche una buona idea).

Ma questa sinistra elitaria del confronto col popolo non sa cosa farsene. Preferisce dialogare con il partito di Davos, il partito dei tecnocrati e della finanza. Corrono a frotte per farsi spiegare, come si suol dire, la rava e la fava. Però nessuno di loro, almeno qui in Italia, passa di buon mattino sotto qualche portico nel centro della capitale per vedere dignitosi signori che rimettono a posto il freddo giaciglio di fortuna utilizzato la notte; nessuno passa davanti a una mensa della Caritas per rendersi conto che in fila ormai non si mettono più soltanto gli immigrati (clandestini o meno poco importa) ma anche concittadini che negli abiti che indossano tradiscono un antico benessere ormai volato via a causa di pensioni bloccate da anni, di salari che non crescono perché non si riesce a dare una decente soluzione ai rinnovi contrattuali, di posti di lavoro perduti e mai più ritrovati. È esattamente contro tutto questo, contro un potere che “corre in soccorso” del ricco partito transnazionale di Davos, che la gente vota, negli Stati Uniti come in Italia, in Francia come in Austria o in Gran Bretagna dove non a caso il segnale della vittoria della Brexit arrivò dall’operaio ed ex laburista Sunderland.

Hillary Clinton è figlia di questa sinistra. Ha raccolto consensi negli eleganti loft di Manhattan e nella case con vista sul Pacifico di Santa Monica, persino nelle vie dello shopping di Rodeo Drive, ma non all’ombra delle ciminiere dell’Ohio (dal 50,1 a Obama al 52,1 a Trump), della Pensylvania (dal 52 di Obama al 48,8 di Trump), del Michigan (dal 54,3 di Obama al 47,3 di Hillary), del Wisconsin (dal 52,8 di Obama al 47,9 della candidata sconfitta che alla fine ha salvato solo l’Illinois tra i grandi stati industriali). Una parabola che abbiamo vissuto anche in Italia con il Pd che alle ultime elezioni romane è riuscito ad affermarsi nel Centro e ai Parioli, riscuotendo consensi nelle case da 13,14 mila euro al metro quadro ma non nelle periferie, tra quei cittadini impoveriti che faticano a rimborsare centomila euro di mutuo trentennale e sono costretti a vendere la casa o a farsela togliere dalle banche dopo aver bruciato per un acquisto che nel concreto non si perfezionerà mai tutti i risparmi di una vita.

La realtà è che la sinistra, nelle sue svariate forme e declinazioni ha messo in soffitta la sua ragione sociale contribuendo a costruire un paradosso: la destra offrendo ipotesi di risposta, risulta più convincente di quei partiti che sono storicamente nati per riscattare gli ultimi, i penultimi e i terzultimi, per redistribuire la ricchezza, per ridurre la diseguaglianza, per chiudere la forbice che separa il reddito di chi ha troppo da quello di chi ha troppo poco. Il Movimento 5 stelle sarà pure espressione di una cultura politica raffazzonata e caotica ma all’interno del suo messaggio raccoglie sollecitazioni che vengono da un popolo che avrebbe guardato a sinistra se solo la sinistra gliene avesse offerto l’occasione. Nelle mani di Salvini e della Lega Nord è stata lasciata la bandiera della contestazione alla legge Fornero e ora Matteo Renzi si gonfia il petto per il “regalo” dell’Ape confezionato dal duo Poletti-Nannicini; certo sempre meglio di niente ma pochissima roba in rapporto ai disastri sociali provocati dalla professoressa torinese.

L’orgoglio di essere ospitati alla “tavola buona”, laddove si pasteggiava a caviale e champagne e le posate erano solo d’argento, ha riempito le diverse sinistre mondiali così tanto di orgoglio che ora con una certa rilassatezza d’animo accettano l’idea del declino: il Pasok è scomparso in Grecia e sulla stessa strada appare avviato in Spagna il Psoe dopo aver rimediato la bellezza di cinque sconfitte consecutive; in Germania la Spd se le va bene alle prossime elezioni prenderà il 22 per cento e in Francia grazie ai colpi infertigli da Hollande il Psf rifondato da Mitterrand è al minimo storico. Sanders ai giovani americani (ma anche alle minoranze, cioè a tutti quelli che hanno abbandonato la Clinton) piaceva perché odorava di nuovo, non usava le raffinate colonie artigianali in voga a Davos. Parlava alla pancia? Certo che parlava alla pancia, lo si può fare in tante maniere. E poi alle pance vuote la sinistra nei suoi momenti migliori ha parlato e anche con un certo successo.

antoniomaglie

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