Paradosso americano: Clinton vince nel voto popolare

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Nel frastuono dei commenti a caldo delle elezioni americane si sono perduti alcuni elementi che, al contrario, andrebbero comunque valutati, pur non avendo alcuna influenza sull’esito finale. I meccanismi elettorali, cioè le leggi maggioritarie che vengono applicate in larga parte degli stati che consentono a chi ottiene un voto in più di aggiudicarsi tutto il bottino dei grandi elettori in palio, si è prodotto un paradosso che per Hillary Clinton e i democratici suona come la beffa che si unisce al danno. Una beffa che riguarda anche i sondaggisti che hanno sicuramente perso nell’indicazione del vincitore finale sottovalutando la “credibilità” della candidatura di Donald Trump, ma hanno in qualche misura vinto sul fronte delle previsioni sui consensi nazionali, che sono stati quelli normalmente misurati nel corso della campagna elettorale e a cui quasi tutti hanno fatto riferimento.

La candidata democratica nel voto popolare ha superato il neo-presidente. La prima è stata complessivamente votata da 59 milioni 796.265 americani conquistando così il 47,7 per cento dei consensi globali; il repubblicano si è fermato al 47,5 conquistando in tutto duecentomila voti in meno della Clinton (59.589.806). Sono dati che non cambiano la sostanza ma dovrebbero indurre, soprattutto i politici italiani, a una maggiore cautela soprattutto quando parlano di popolo e di sovranità perché se guardiamo ai consensi il “plebiscito” che alcuni protagonisti della scena nostrana hanno ritenuto di commentare in realtà, dal punto di vista dei numeri assoluti, non è stato propriamente tale. La larghezza della vittoria di Trump è soprattutto la conseguenza di meccanismi elettorali maggioritari che garantiscono la formazione di solide maggioranze ma non fotografano in maniera fedele la distribuzione del consenso.

antoniomaglie

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