Il muro di Berlino, dalla storia alla street art

muro

-di GIULIA CLARIZIA-

Il 9 novembre del 1989 cadeva il muro di Berlino. Quello che solo fino a pochi decenni fa era il simbolo della divisione dell’Europa, oggi è un’esplosione di Street Art. Per le nuove generazioni, il muro di Berlino rappresenta una pagina di storia tra le tante, non più vicina di altre nella percezione del tempo. Eppure sembra solo ieri che Berlino, la Germania, l’Europa, erano divise.

Era sera, quando Gunter Schabowski, portavoce del governo e leader della SED di Berlino Est, diede un annuncio in conferenza stampa, quasi per caso. Spiegò che qualche ora prima era stata varata una legge che consentiva a ogni cittadino della Germania Est di recarsi liberamente in Germania Ovest passando attraverso i check point di confine. Una notizia rivoluzionaria considerato che il muro era stato costruito, ventotto anni prima, proprio con l’intento contrario, ovvero fermare il continuo flusso di tedeschi dell’Est che emigravano verso la più prospera e libera Germania dell’Ovest. Questo esodo era visto come un manifesto fallimento del socialismo nella Repubblica Democratica Tedesca, e il suo leader, Walter Ulbricht, non poteva più tollerarlo. Per questo convinse Chruščëv, successore di Stalin, ad autorizzare la costruzione del muro.

“Quando entrerà un vigore la legge?” chiese un giornalista presente alla conferenza. Schabowski, confuso, sfogliò le carte che aveva davanti: e rispose “Per quanto ne so… immediatamente”.

Un fiume di berlinesi dell’Est si abbatté sulla frontiera, chiedendo di passare. I VoPos (le inflessibili guardie di frontiera della Volkpolizei) tentarono di fermali, sorpresi, ma quando vennero messi al corrente della novità, si rassegnarono e aprirono i cancelli.

Così crollava (prima metaforicamente e poi anche materialmente con la trasformazione del manufatto in piccoli souvenir) il simbolo della Guerra Fredda, letteralmente buttato giù a picconate dalla folla. Uno stravolgimento della storia apparentemente scatenato quasi per caso, da una dichiarazione non prevista.

In realtà, quando ho chiesto ai miei genitori allora trentenni quali fossero state le loro impressioni sulla caduta del muro, non lo hanno ricordato come un avvenimento improvviso, ma al contrario come la conseguenza di crepe che erano state aperte nei mesi e negli anni precedenti all’interno di quello che era definito l’impero sovietico (Solidarnosc in Polonia, Vaclav Havel e Charta 77 in Cecoslovacchia, gli umori malmostosi nelle viscere dell’Ungheria, la Perestrojka e la Glasnost di Garbaciov nell’Urss).

I paesi del blocco sovietico da anni erano caratterizzati dalla periodica esplosione di rivolte, per lo più represse con la forza. Celebre è l’immagine dei carri armati che entrano a Budapest nel ’56, come lo è quella della folla che attua una resistenza pacifica verso gli stessi carri armati che avrebbero spento la Primavera di Praga del 1968.

Negli anni a ridosso del 1989 furono consolidate le basi per una sensazionale rivoluzione non violenta.

Chi ha vissuto la caduta del muro di Berlino collega questo evento con la visita di Papa Wojtyla in Polonia, che di fatto apparve come un sostegno alle battaglie del movimento sindacale guidato da Lech Walesa (nate nei cantieri di Danzica dopo il licenziamento di un’operaia). Nei suoi interventi il pontefice pose l’accento sul rispetto dei diritti umani e civili anche se la sua predicazione apparve in contraddizione con una analoga missione pastorale nel Cile all’epoca guidato dal sanguinario dittatore Augusto Pinochet, insediato alla Moneda grazie alle manovre organizzate dai servizi segreti americani.

Il ruolo cruciale, però, lo ebbe Michail Gorbačëv, segretario generale del Partito comunista dell’Unione Sovietica dal 1985. Gorbačëv si fece portavoce della necessità di rinnovamento in cui si trovava l’URSS: economia in forte declino, trend demografici e sociali al ribasso dovuti soprattutto alla malnutrizione e alle pessime condizioni sanitarie, il fallimento, in ambito internazionale, dell’invasione dell’Afghanistan nel 1979 e la sfida dello “scudo stellare” (che faceva seguito all’installazione, che in realtà avvenne solo parzialmente, dei missili Cruise e Pershing in risposta ai sovietici SS20) lanciata dal presidente americano Ronald Reagan. Perestrojka fu la parola chiave del suo programma, una prospettiva di rinnovamento che illustrata con chiarezza nel discorso innovativo letto dal leader alle Nazioni Unite nel dicembre del 1988, quando dichiarò che le grandi potenze dovevano rinunciare all’uso della forza. L’idea di una ristrutturazione del sistema economico basato per intero sullo stato finì per indebolire ulteriormente un sistema inefficiente, poco produttivo e fortemente burocratizzato.

I programmi riforma non risollevarono le sorti economiche dell’Impero Sovietico ma aprirono spiragli di libertà: si allentò la censura, la glasnost, cioè la trasparenza, mettendo in discussione il Partito (cioè l’autorità unica e onnipresente) apriva spazi all’importazione di teorie economico-politiche di tipo liberista (soprattutto iper-liberista visto che quelli erano i tempi di Reagan e Thatcher) e , di conseguenza, a germogli di opposizione.

Il crollo del muro fu solo la goccia che fece traboccare il vaso, l’inizio della fine del “socialismo realizzato”, ma solo nella forma e nell’interpretazione sovietica.

Tutto questo per molte persone è ancora un ricordo vivo, per le nuove generazioni è storia. Una storia, paradossalmente, poco conosciuta.

Alle scuole superiori, raramente si studia la Guerra Fredda, perché spesso non ci si arriva con il programma. Così per molti giovani italiani questo mezzo secolo denso di eventi fondamentali, in cui il mondo era diviso in due, in cui è nata l’Europa così come la conosciamo oggi (o come l’avremmo immaginata per l’oggi), rimane avvolta in una nebbia all’interno della quale spuntano di tanto in tanto dei nomi.

E del muro di Berlino cosa resta, nell’immaginario collettivo?

Oggi, passeggiando per la città simbolo della Guerra Fredda, se ne trovano dei pezzetti di dubbia provenienza venduti come souvenir. Il percorso lungo il muro, non è un percorso lungo la storia, è un percorso lungo la Street Art. La grigia costruzione che un tempo separava famiglie, amici, concittadini, oggi rifulge di colori in nome della pace e della libertà. Già nel 1961, sul lato Ovest del muro erano comparsi i primi murales, ma risale al 1990 la nascita della East Side Gallery, una porzione di muro lunga 1.3 km interamente ricoperta, dal lato est, di graffiti ispirati al tema della pace e della libertà internazionale. Tra i dipinti più celebri c’è quello del bacio traLeonìd Brèžnev, leader sovietico dal 1964 al 1982, ed Erich Honecker, capo della RDT; anche se pochi giovani oggi sanno chi sono i due protagonisti dell’opera e quale sia il suo significato

Sono passati ventisette anni dalla caduta di un muro che un tempo ha rappresentato separatezza e oppressione (nel frattempo, dato che non ci facciamo mancare nulla, ne stiamo edificando altri); oggi quel che rimane è una forma di arte, libera espressione e speranza. Per le nuove generazioni (soprattutto per coloro che guardano al proprio vicino come a un nemico e immaginano pareti divisorie in grado di fermare contaminazioni ritenute insopportabili) si tratta di un messaggio altamente significativo che, però, perde valore se non si sa da dove proviene e dove coloro che lo hanno abbattuto speravano di andare. Per questo, la storia ci aiuta a ricordare.

Fonti:

W. Hitchcock, Il continente diviso. Storia dell’Europa dal 1945 ad oggi, Carocci, Roma, 2003.

Video dell’annuncio di Schabowski: https://www.youtube.com/watch?v=b8GzptqhT68

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