Junker, impoteza dietro le parole

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                                                            – di SANDRO ROAZZI –

Prima con  un “me ne frego”, poi con un “non siamo una banda di burocrati”, Junker sembra voler dare il meglio di sé, dimentico però del fallimentare consuntivo della sua gestione della Commissione europea che va dal piano per rilanciare l’economia europea, a Brexit, alle crepe continentali  su immigrazione e la inqiuetante involuzione democratica in Turchia.

La polemica con l’Italia appare francamente patetica anche perché sembra viaggiare su binari di furbizie di facciata che lasciano desolatamente inevasa la questione di fondo: se è vero come asserisce Junker che non c’è più una logica di austerità alla base delle decisioni di Bruxelles è ancor più vero che non esiste più un criterio comune reale cui riferirsi e dal quale ripartire per cambiare regole ormai consunte  ed estranee agli scenari che si stanno delineando.  Ed allora perché mai Renzi e Padoan dovrebbero chinare la testa?  Il “me ne frego” alla Mussolini in realtà finisce per sottolineare più l’impotenza di Junker a svolgere un ruolo di equilibrio fra le varie aree dell’Europa che l’intenzione con… stivaloni di ricacciare il nostro Paese nell’angolo, irridendo cosi’ agli sforzi compiuti (in modo forse maldestro a volte) per contare di più accanto a Francia e Germania o al tavolo di Obama.

Peggio ancora il richiamo all’euroburocrazia che finisce per rivelare  invece proprio una certa ottusità nel far rispettare (o no)assurdi paletti economici posti ben prima di una recessione che ha cambiato  volto  perfino alla globalizzazione come l’abbiamo conosciuta. Questo non vuol dire che Renzi abbia ragione su tutta la linea. Ma ha le sue buone ragioni nel non cedere ad una pretesa  di ridimensionare margini di “sforamento” ampiamente giustificabili in nome della difesa di prerogative da parte di Bruxelles che stanno affondando in un  disordine sterile  e nella continua perdita di ruolo dell’Europa nel mondo che rischia di isolarla ed indebolirla.

Non comprendere quanto grande sia la posta in gioco, anche in relazione agli esiti delle elezioni Usa, in realtà è il limite tipico dei tecnocrati. E lo scontro verbale in atto si ritorce contro la fragile tenuta europea. Junker finisce così per accentuare l’immagine logora dell’Unione che avrebbe invece bisogno di ben altra… terapia per risollevarsi.  Ma è anche il sintomo di crepe sempre più evidenti che non si è in grado di sanare: l’andamento differenziato delle economie nella incerta ripresa, un est europeo sempre più inquieto, la crisi di orientamento delle classi dirigenti spaventate dai populismi,  il declino del ruolo del riformismo. Un insieme di problemi che va ben oltre le battute.

antoniomaglie

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