La conferenza Uil e la scommessa del sindacato

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-di ANTONIO MAGLIE-

Qualche anno fa, Giorgio Benvenuto e l’estensore di questo articolo scrissero un libro e lo intitolarono: “Il lavoratore ritrovato”. L’ispirazione era venuta leggendo un altro libro di Luciano Gallino in cui il grande sociologo lamentava la sostanziale scomparsa dalla scena pubblica del sindacato e invitava a offrire qualche spiegazione in merito a un fenomeno sotto molti aspetti clamoroso (considerata anche la grande rilevanza assunta da Cgil, Cisl e Uil tra la fine degli anni Sessanta e in tutti gli anni Settanta, il periodo in cui si parlò di pansindacalismo o, come da definizione di Gino Giugni, di supplenza sindacale).

Decidemmo di utilizzare quel titolo per due motivi: una sorta di omaggio a Fred Uhlman, autore di un breve romanzo sulla rottura di un’amicizia causata dall’avvento di Hitler ma in qualche maniera ritrovata solo dopo la morte di uno dei protagonisti; una forma educatamente provocatoria per provare a riportare al centro dell’attenzione un soggetto sociale ormai scomparso da tutte le narrazioni politiche.
La Uil ha deciso di utilizzare per la conferenza di organizzazione che si è conclusa oggi uno slogan che in qualche maniera finisce per essere quasi una inconsapevole prosecuzione di quel titolo: “Lavoro, una passione che non passa”. Certo, si potrebbe obiettare che da un lato ci può essere qualcuno (i giovani, oltre il 37 per cento secondo i dati Istat, che non hanno occupazione) che vorrebbe tanto essere messo nelle condizioni di verificare concretamente e personalmente l’ insuperabilità della passione; e qualche altro (i numerosi “puniti” dalla riforma Fornero ai quali l’Ape offre risposte molto, molto parziali) che invece vorrebbe tanto essere messo nelle condizioni di poter provare una certa nostalgia per la medesima passione.

Una cosa è emersa con una certa chiarezza sullo sfondo di una scenografia moderna e sotto molti aspetti non priva di un significato iconografico con quel ring centrale su cui passeggiavano gli oratori che rimandava all’inevitabilità e all’insostituibilità di uno strumento sindacale, la lotta: per quanto la società della terza rivoluzione industriale “colonizzata” e sottomessa ai forti poteri finanziari ai quali, come dicono illustri giuristi, gli stati hanno realmente ceduto pezzi della loro sovranità (ad esempio in materia di politiche economiche, finanziarie e monetarie, e non è poco), si sia sforzata di dare l’impressione che si fosse avverata la profezia new age dei cyberottimisti relativamente alla scomparsa del lavoro, i lavoratori ci sono ancora e hanno più che mai bisogno di rappresentanza per affermare un protagonismo che nessuna società potrà mai negare almeno sino a quando ci saranno persone che ogni mattina, puntualmente, si presenteranno in qualche luogo per mettere a disposizione la propria fatica (fisica o intellettuale che sia) in cambio di una controprestazione economica.

In questo quadro di inaridimento delle forme partecipative, il sindacato esprime ancora oggi, molto meglio dei partiti, quel bisogno di essere dentro le cose con il corpo, con la testa e con l’anima che nessun “clic” iper-veloce, nessun succedaneo virtuale può sostituire, rimpiazzare. Per carità, una conferenza di organizzazione è pur sempre uno di quei momenti in cui non solo si mettono a punto i meccanismi regolatori di una comunità, ma anche si sollecita e rinvigorisce l’orgoglio di bandiera, il senso di appartenenza. Ma per quanto tutto questo possa apparire retorico (o “antico” secondo tanti superficiali neo-futuristi imprigionati nell’esaltazione vacua della “modernità” rapida, fruibile, percorribile all’impronta), è proprio il senso di appartenenza che muove i soggetti collettivi e, attraverso loro, la storia dei singoli individui. E se è vero come in tanti hanno sostenuto (per ultimo, in chiusura, il segretario Carmelo Barbagallo) che il sindacato deve impegnarsi a correggere da solo i propri errori per evitare di essere obbligato ad accettare le correzioni imposte dagli altri (che non sono né amichevoli né indolori), è anche vero che quello offerto dalle organizzazioni dei lavoratori è ancora il luogo (uno degli ultimi rimasti) in cui il confronto delle idee è possibile e in cui le passioni possono diventare “calde” pur in presenza di una società che al contrario, attraverso l’asetticità della tecnologia e la rarefazione dei rapporti umani, tende a raffreddarle sino a gelarle.

Oggi sul sindacato incombe una responsabilità pesantissima. Riuscire a frenare quella deriva che ha trasformato le persone in oggetti, il lavoro in una merce come le altre, consentendo così ai poteri forti di realizzare una rivoluzione antropologica (in qualche maniera denunciata da Papa Francesco) il cui esito è la costruzione di un uomo funzionale (cioè sottomesso) al rito dell’arricchimento a vantaggio di pochi e dello sfruttamento a svantaggio di tutti gli altri. Forse tutto questo richiede una inversione dell’ordine dei fattori con la ricerca di una linea concertativa laddove si sviluppava l’antagonismo (la fabbrica, gli uffici) e di una linea antagonistica laddove, al contrario, si sviluppava la concertazione (la società, le istituzioni oggi vere e proprie fonti di diseguaglianza poiché profondamente condizionate dalla finanza).

Tocca al sindacato restituire alla gente quella fiducia nella politica che i partiti non sono più in grado di suscitare essendosi di fatto trasformati in grandi comitati elettorali al servizio delle ambizioni di un leader. È evidente che tutto questo comporti una sforzo di ri-legittimazione che passa attraverso il rifiuto dell’arroccamento ideologico, la trasparenza etica e la competenza abbinata, però, a una ricca e positiva pratica. Confindustria non lo ammetterà mai, ma il sindacato ha modernizzato negli anni Sessanta questo paese. Adesso, in questo deserto, dovrebbe provare a salvarlo. Contro l’egoismo dei più ricchi, in un’Italia che sta già da tempo pagando un pesante pedaggio, con la quota di Pil destinata ai salari che è scesa più massicciamente che in altre nazioni occidentali e industriali.

antoniomaglie

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