Il golpe di Erdogan: arrestati 11 parlamentari curdi

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-di ANTONIO MAGLIE-

L’8 novembre di 2079 anni fa, Marco Tullio Cicerone, avvisato del complotto contro di lui (all’epoca si andava per le spicce: volevano ucciderlo), pronunciò forse la sua più famosa catilinaria: “Quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra. Quandiu etiam furor iste tuus eludet? Quem ad finem sese affrenata iactabit audacia?” “Fino a quando dunque, Catilina, abuserai della nostra pazienza. Quanto a lungo ancora questa tua follia si prenderà gioco di noi? Fino a che punto si spingerà la tua sfrenata audacia?” Sarebbe bello se l’Europa che si dichiara democratica, a cominciare dalla Germania per finire all’Italia che non può limitarsi a definirsi “preoccupata” per quello che sta accadendo in queste ore e in questi giorni, si ponessero le stesse domande del nostro compagno adolescenziale (nel senso di frequentazioni liceali) Marco Tullio a proposito di Recep Tayyip Erdogan.

Prendendo spunto dal golpe dello scorso luglio, il padre-padrone di Ankara ha continuato nella sua azione di “pulizia”. E così dopo aver messo in galera tutti quelli che avevano un qualche rapporto (anche lontanissimo) con il suo oppositore Fethullah Gulen, ha cominciato a liberarsi di tutti coloro che in qualche maniera potevano creargli dei fastidi. A cominciare da quei principi di democrazia liberale evidentemente malsopportati, che avrebbe voluto annientare attraverso una riforma costituzionale ma che ha più rapidamente azzerato attraverso questa sorta di controgolpe.

Dopo aver colpito quattro giorni fa la stampa di opposizione (l’arresto del direttore di Cumhuryet, Murat Sabuncu, accompagnato da tredici mandati di cattura nei confronti di altrettanti reporter e la perquisizione delle abitazioni di un editorialista e di un disegnatore), adesso Erdogan ha abbattuto l’ultima barriera a tutela dei principi democratici provvedendo all’arresto di undici deputati filo-curdi compresi i leader del’Hdp, Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag. La retata è stata commentata dal ministro della giustizia, Bekir Bozdag, con queste raggelanti parole (almeno per coloro che ritengono i parlamentari intoccabili nell’esercizio delle loro funzioni): “La stessa giustizia che si applica a tutti i cittadini si applica anche ai parlamentari”.

L’accusa è quella di terrorismo. Ma la questione è più ampia e complessa e si inserisce in quel quadro di risistemazione dell’area (zittendo le rivendicazioni curde a una patria) che ha convinto il presidente turco prima ad allearsi con Putin dopo averci litigato furiosamente e poi a iscriversi all’alleanza anti-Isis (dopo essere stato lungamente a guardare) con l’obiettivo a livello formale di colpire “i terroristi” e a livello sostanziale di bloccare il crescente peso dei peshmerga all”interno della coalizione tanto da imporre la presenza dei propri soldati nell’esercito che sta cercando di liberare Mosul (il premier iracheno Haider al-Abadi aveva accusato Ankara di “violazione della sovranità nazionale dell’Iraq” nel momento in cui Erdogan, per forzare la situazione, aveva schierato i suoi uomini una decina di chilometri a ovest dalla quasi ex “capitale dell’Isis”).

Quella avviata dal padre-padrone turco è una resa dei conti politica più che una operazione anti-terrorismo con la sospensione di una delle principali garanzie che viene riconosciuta dalle democrazie liberali cioè l’immunità parlamentare. Non è un caso che il deputato del partito socialdemocratico, Sezgin Tanrikulu, abbia commentato gli arresti in maniera molto netta: “Non rappresentano solo un golpe, ma anche un tentativo di dividere il Paese. Il Parlamento è stato bombardato un’altra volta”. E adesso, la signora Angela Merkel che considera un buon affare le trattative con Erdogan per “gestire” la crisi degli immigrati a colpi di quattrini versati da tutta la comunità europea (quindi anche da noi italiani), cosa ci racconta? Si può ancora mercanteggiare con un signore che ha violato tutti i principi di democrazia a cui dovrebbero ispirarsi i paesi che fanno parte dell’Unione e anche quelli che chiedono di aderirvi (come la Turchia)? Sentiremo una voce che non sia quella flebile del ministro Gentiloni? O tutto si risolverà nella rituale convocazione dell’ambasciatore (annunciata da Berlino)? E i partiti, cosa faranno? Al momento l’unico che ha in qualche modo onorato la sua vocazione democratica è stato il Partito socialista europeo che attraverso il suo presidente, Sergei Stanishev ha dichiarato “piena solidarietà” e annunciato che il suo gruppo provvederà a “sollevare il caso di queste detenzioni arbitrarie in ogni incontro di ogni istituzione europea e in ogni forum internazionale”. Ma gli altri? La storia ci ricorda che in casi come questi non si può far finta di nulla, non si può voltare la testa dall’altra parte. L’Europa nel passato l’ha fatto con conseguenze disastrose. Confidiamo che unitamente a Marco Tullio, ci sia di insegnamento anche la storia.

antoniomaglie

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