Referendum: il no, i giovani e un voto che cambia senso

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-di ANTONIO MAGLIE-

In attesa che vengano sciolti i dubbi relativamente alla conferma del giorno dell’apertura dei seggi, gli appassionati di vicende referendarie cercano di capire chi voterà per chi. Ammalati di sondaggite (nonostante negli ultimi tempi gli esperti del settore abbiano spesso sbagliato, sia in Italia che all’estero, Brexit docet), i partiti provano a catturare i segnali che arrivano dai numeri, un po’ come facevano gli aruspici con le interiora. A Matteo Renzi la distribuzione anagrafica dei consensi sino a qualche tempo fa appariva un dato acquisito: di qui i giovani affamati di cambiamento, di là gli anziani abbarbicati alle certezze e alle nostalgie. In questo senso aveva orientato tutta la sua campagna a favore della riforma costituzionale da lui voluta, promossa e, alla fine, anche approvata con esangue e raccogliticcia maggioranza. Poi gli “aruspici” gli hanno fatto sapere che le cose non stano propriamente così.

Una nazione preoccupata più delle scosse sismiche che di quelle elettorali a onor del vero ha accolto la cosa con una certa indifferenza. La politica, al contrario, è apparsa sorpresa. Soprattutto quella che si alimenta con le certezze renziane. Perché i sondaggi sembrano mandare in frantumi la “dottrina” su cui si basava tutta la narrazione del premier, quell’idea quasi neo-futuristica che associava la velocità del fare con la giovanilistica esigenza di voltare pagina, di andare oltre, ripulendo gli ingranaggi dell’Italia da incrostazioni antiche.

Cosa è accaduto? Perché l’invito a iscriversi a questa corsa verso il nuovo ha trovato così tiepidi sostenitori in chi ha muscoli, tendini e garretti per provare se non a imitare Usain Bolt, quantomeno a stargli dietro? È come se all’improvviso fosse mutato il quadro di riferimento: non si nasce più a sinistra per spostarsi a destra, ma si nasce a destra per poi (chissà) ritrovarsi a sinistra? Il nuovo non ha più i capelli lunghi e le camicie a fiori ma è stempiato e veste solo con la giacca e la cravatta? La risposta agli interrogativi sta forse nel fatto che è mutato il contenuto sottinteso della sfida elettorale. Non è più il nuovo contro il vecchio proposto da Renzi, ma il sistema contro la critica al sistema (o, addirittura, l’anti-sistema). Non è la prospettiva del cambiamento che non affascina, ma la persona che lo propone e che rispetto a qualche anno fa appare meno credibile nella veste dell’innovatore (o rottamatore, come da autodefinizione), dell’eversore di uno status quo che nel tempo ha modificato a proprio beneficio sostituendo più che archiviando (ma sarebbe meglio dire rinnovando, riformando) un ceto politico dedito alla cura delle poltrone prima ancora che a quella della cosa pubblica. Insomma, dalla promessa di un cambio di cultura si è scivolati nel semplice mutamento dell’organigramma.
Schiacciato sul governo e per giunta obbligato a gestire un’alleanza con forze e compagni di viaggio considerati e vissuti come l’espressione del “vecchio” che non cambia e che molto spesso ritorna, Renzi ha perso il tocco magico dei giorni migliori, quelli in cui riusciva a trasmettere l’idea di una vitalità giovanilistica in grado di trasformare una politica immobile da oltre un ventennio, incagliata nella trita e insopportabile diatriba tra berlusconiani e anti-berlusconiani.

“Sì” e “no” sembrano così assumere contenuti probabilmente imprevisti per il presidente del consiglio finendo il primo per confermare un sistema che muta nella forma ma non nella sostanza, al contrario del secondo che nella sua carica contestativa del sistema conferma la forma per incidere nella sostanza. In qualche maniera è anche uno dei pedaggi che Renzi paga al modo arrembante in cui ha inizialmente impostato la contesa, trasformando di fatto il referendum in un plebiscito su di lui: la scelta avrebbe pagato se avesse avuto alle spalle due anni di successi, al contrario l’Italia ha ancora poco da festeggiare e non appare molto credibile la tesi che scarica sulla Costituzione la colpa di tutte le nostre debolezze, compreso lo spread che ha ricominciato a salire.

 

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