Produttività, cresciuta la metà della Spagna

 

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-di SANDRO ROAZZI-

Ogni volta che in questi giorni l’Istat mette a disposizione le sue statistiche torna in ballo la distanza fra le dinamiche che supportano l’economia italiana e quella europea. La rappresentazione non muta se si guarda alla produttività del lavoro che negli ultimi venti anni, 1995-2015, mediamente in Italia è cresciuta dello 0,3% e in Europa dell’1,6%. La Germania è in linea con un 1,5%, la Francia pure (1,6%) mentre la Spagna che arranca segna uno 0,6% che è il doppio di quanto è avvenuto nel nostro Paese.

Va un po’ meglio se si guarda al valore aggiunto che negli ultimi venti anni è aumentato in media attorno allo 0,5% annuo. Le cifre al dunque sono la spia di un malessere ma non possono spiegare le caratteristiche dei fenomeni in osservazione.

L’impressione è che soprattutto nel sistema produttivo ci sia stato uno sforzo di efficienza che però si è sviluppato macchia di leopardo. Ad esempio sotto i colpi della recessione settori come l’edilizia non hanno certo progredito. Meglio è andata in alcuni segmenti economici come l’agricoltura ed alcuni servizi.

Percorso irregolare anche per la produttività del capitale che negli anni 1995-2015 ha segnato il passo con una performance negativa dello 0,9% in media ma che negli ultimi due anni ha rialzato la testa. Colpisce però che fra i fattori che hanno inciso meno sui processi economici e produttivi ci sia quello collegato al cosiddetto ITC, dove cioè si concentra l’innovazione con le nuove tecnologie. Insomma l’Italia non si è mai fermata, l’accumulazione di capitale è proseguita anche se non ha alimentato come avrebbe potuto il capitolo investimenti soprattutto per le incertezze di scenario, la produttività del lavoro è cresciuta poco ma occorre anche mettere sul piatto della bilancia le difficoltà del mercato interno e di tenuta occupazionale.

Ma quel che emerge è ancora una volta la mancanza di una bussola che permetta alla nostra economia di ridurre il gap con l’Europa. In questo caso le regole e gli 0,1% c’entrano assi poco, siamo noi a dover cambiare marcia alla nostra crescita. La legge di stabilità in discussione in Parlamento punta molto sulle imprese, ma dice poco sul tipo di sviluppo che va assecondato per tornare realmente a crescere. Occorrerà vedere se l’accumulazione di capitale che viene favorita da molteplici interventi questa volta finirà per seminare nuove opportunità di vero sviluppo. Osservando quello che è successo si possono nutrire dei dubbi: la speranza non è molta ma come si dice di solito è… l’ultima a morire. Certo è che la qualità delle relazioni fra istituzioni e forze sociali anche di fronte a questi dati dovrebbe celermente tentare di salire di tono e di contenuti.

Ma sullo sfondo rispunta un problema atavico: come si fa ad affrontare i temi della produttività e del valore aggiunto con un Paese tuttora spaccato a meta’? Anche nel prossimo futuro, dopo la breve impennata, il sud rischia di rimanere al palo in termini di crescita e sembra che le sue problematiche interessino sempre meno. Raccontano che in una ricerca fatta su internet e che verteva sulla frequenza della parola Sud, o sinonimi, si sia scoperto che il termine era meno utilizzato ad esempio della parola Lussemburgo. Ogni commento è davvero sprecato.

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